venerdì 28 ottobre 2016

Malocchio - racconto (Rubrus)

«Porta male» aveva detto Al non appena aveva visto la foto.
Il suo nome era un altro – chissà quale – ma tutti lo chiamavano Al da Alessandro il Grande perché aveva gli occhi di colore diverso, come, si dice, il condottiero macedone.
La bizzarra caratteristica era detta “Eterocromia” aveva rivelato Scrocchio. Era andato a vedere sul web quale fosse il termine corretto e l’aveva riferito agli altri ragazzi. Se l’erano subito scordato, ma la faccenda di Alessandro Magno era rimasta impressa, così, da quel momento, Al – che fino ad allora aveva avuto un altro soprannome – aveva preteso di essere chiamato Al.    


Lui, Scrocchio, invece, era rimasto Scrocchio. Non perché avesse l’abitudine di scrocchiare le dita, come gli dicevano quando erano in vena di gentilezze, ma come diminutivo di “Scaracchio”.
Non era un gran soprannome, ma quando sei alto un metro e mezzo e hai il fisico di Woody Allen dopo un attacco di dissenteria, non puoi permetterti di protestare. Non se gli altri hanno soprannomi come “Ricamo” (l’uncinetto non c’entrava, il nomignolo aveva a che fare col coltello a serramanico) o Hurk.
«Porta male» aveva ripetuto Al facendo gli scongiuri e allontanandosi di un paio di palmi dal tavolo su cui Scrocchio e Kim avevano rovesciato la roba.
Scrocchio aveva scorto sul suo viso un’espressione di paura simile a un velo di garza sporca. Era come se, per un attimo, i geni zingareschi di Al avessero preso il sopravvento, facendo riemergere antiche, dimenticate superstizioni.
Le stesse a causa delle quali Al proibiva ai suoi di prendere perle.
O taluni oggetti religiosi.
O foto.
«Che cosa ti è saltato in mente» ringhiò Al.
Scrocchio non rispose.
Non diceva niente se esisteva la possibilità di sbagliarsi. E, se avesse detto che a lui non era saltato in mente nulla, semmai era saltato in mente a loro, sarebbe stato molto sbagliato. Soprattutto pensando a come si erano messe le cose tra Al e Kim.
E anche per un altro motivo.
La cornice d’argento che racchiudeva la foto scintillava come un fuoco d’artificio di un unico, abbagliante colore. Valere, valeva parecchio. Però.
Però.
«Dai, Al, non te la prendere. Scrocchio ha fatto le cose in fretta e furia. La vecchia stava diventando nervosa».
La mano di Kim scivolò sul bicipite di Al, indugiò sul fianco, poi scese ancora più giù, verso la cintura.
Decisamente, se Scrocchio avesse detto qualcosa, qualunque cosa, sarebbe stato molto sbagliato.
Si udì un rumore come quello di un ariete contro il portone di un castello, poi la porta si aprì.
La sagoma di Hurk oscurò la soglia, poi la sua testa offuscò la luce della lampadina appesa al soffitto. Fu come se, nella stanza, fosse entrato un buco nero su due gambe.  
Ricamo seguì Hurk, ravviandosi i lunghi capelli biondi, poi, con grazia da ballerino, gli scivolò accanto e rovesciò sul tavolo la borsa che aveva a tracolla.  Banconote, gioielli, collane, libretti postali si rovesciarono sul tavolo col suono di una cascata celestiale.
Ricamo sorrise – quella sua curva scintillante sopra il mento che sembrava la pubblicità di un dentifricio – poi vide la foto e si accigliò.
«Scrocchio stava facendo il giro con la solita scusa di controllare le chiusure delle finestre, si è accorto che la vecchia stava diventando nervosa, così ha arraffato quello che era a portata di mano» spiegò Kim «Non si è neanche accorto di quello che prendeva. Non è vero, Scrocchio?»  concluse.
Scrocchio annuì. Era vero: non se n’era accorto. Non se n’era proprio accorto. 
«La vecchia ci ha offerto il tè coi pasticcini» proseguì Kim «Ci credereste? Il tè coi pasticcini. Erano secoli che non lo prendevo».
Ricamo osservò verso la foto dentro la cornice. «Sembra il nonno di Matusalemme» commentò.
Nel complesso, il giro di Ricamo e Hurk era stato molto più fruttuoso di quello di Scrocchio e Kim.
Il fatto era che, soprattutto grazie a Ricamo, lui e Hurk sembravano il Poliziotto Buono e il Poliziotto Buono. Nessuna vecchietta o vecchietto avrebbe esitato un secondo a mostrare loro il conto corrente, le bollette, i libretti della pensione e anche l’argenteria di casa. “Con questa roba di Halloween è meglio dare uno sguardo ai sistemi di sicurezza della casa, con tutti i giovinastri che ci sono in giro” era la motivazione che Al aveva suggerito di usare. Per funzionare, funzionava.
C’era un gran paura in giro, indefinita, come un cattivo odore che non si sa da che parte venga e, se le Forze dell’Ordine (“è un servizio aggiuntivo organizzato dal Comune” era la spiegazione che davano, e Kim calcava la voce sulla parola “servizio” in un modo che molti vecchi trovavano irresistibile) si prendevano a cura la sicurezza degli anziani, pochi guardavano per il sottile, o si chiedevano se i rapporti tra le istituzioni fossero tali da indurre la Polizia di Stato a lavorare per il Comune.
Ricamo guardò Al come per saggiarne le intenzioni, poi si chinò sulla cornice, ma senza toccarla. Non era superstizioso, ma sapeva che Al lo era. Magari il capo credeva in qualche leggenda zingaresca secondo cui il malocchio si trasmetteva per contatto, come la scabbia.
«Vale parecchio» osservò Ricamo esprimendo ad alta voce ciò che Scrocchio si era limitato a pensare «Dove l’avete presa?».
«L’ultima casa di Via Stevenson» rispose Kim «Quella vicino al parco. Ci abita una vecchia sola».
La massa di Hurk ebbe un ondeggiamento. Qualcosa di simile a un movimento tellurico.
«È la stessa di quando ero bambino» brontolò «Ci faceva paura. La chiamavamo “la strega”».
Scrocchio vide gli occhi di Al puntare su di lui come quelli di un camaleonte che ha individuato una preda. Sentì un brivido e notò che il capo evitava di guardare la foto. Lui invece lo fece.
Argento – pensò. Aveva un ruolo nel folklore. Teneva lontani gli spiriti maligni, i lupi mannari, le streghe e chissà cos’altro.
«Tu non sei mai stato bambino» disse Ricamo rivolto ad Hurk «e non può essere la stessa persona. Sarebbe troppo vecchia».
Ricamo si drizzò e prese a separare il resto del bottino dalla foto. Non la toccava, però. Spostava l’altra roba, spingendola verso un angolo del tavolo. «Direi che grosso modo abbiamo raccattato lo stesso» affermò «La cornice pareggia i conti». Guardò Al «Chissà che prezzo ci fa il Ratto».
«A quello ci penso io, non è un tuo problema» disse Al «Il problema è che quello lì non ce l’ha la faccia da poliziotto. Gli manca il fisico, vero, Scaracchio?».
Scrocchio non rispose. Al stava riguadagnando il ruolo di capo e, come si dice, la miglior difesa è l’attacco. Solo che anche per attaccare ci vuole il fisico.
«Chissà quant’altra roba c’è là dentro» incalzò Al «L’hai fatto davvero, il giro nelle stanze? Hai visto allarmi, controllato il tipo di serratura... o magari c’è qualcuno di quei cagnetti ringhiosi?».
«No. Nemmeno il paletto all’ingresso. Nessun sistema di protezione. Non ho visto niente». E se vuoi che te la dica tutta - proseguì Scrocchio nella propria mente - non ho neppure visto la foto. Me la sono trovata addosso, insieme al libretto della pensione e quello degli assegni della vecchia.
La guardò di nuovo. Un ritratto in seppia di un tizio di mezza età. Indossava un vestito scuro e, per quel che poteva indovinare, una camicia col colletto rigido. Teneva le mani appoggiate su un bastone nero che gli arrivava all’altezza dell’ombelico. Gli occhi, probabilmente a causa di qualche strana reazione chimica, erano rossi.
Quadri iellati, foto iellate – pensò. Qual era il titolo di quel quadro? “The hands resist him”. E poi è Halloween. Questo tizio della foto sembra mascherato per l’occasione. Se la tolgo dalla cornice, e la giro, mi sa che ci trovo una dedica tipo “Da Jack lo Squartatore con affetto”. Ma non lo farò.    
«Possiamo fare il colpo» disse Al. Lontano dal tavolo, con in vista solo il mucchio di preziosi, contanti e documenti, aveva recuperato tutta la sua sicurezza.
«Ci vuole un furgone» protestò Ricamo.
Al lo guardò storto «Non dirmi che non sai come procurartelo».
Hurk brontolò qualcosa.
«Dobbiamo parlarne col Ratto per...» fece Kim.
«L’ho già detto, a far piazzare la roba ci penso io» la interruppe Al afferrandola per un braccio. «Anzi, ci andiamo subito. Voi due guardate se c’è in giro qualcosa che fa al caso nostro».
«Ma niente roba strana» articolò Hurk «Non portiamo via roba strana».
Al, che era già alla porta e continuava a stringere Kim, si voltò.
I suoi occhi policromi esprimevano avidità e voglia di predominio – la stessa che aveva fatto sì che, tra loro, fosse lui il capo – ma, benché forse non consapevolmente, anche altro.
«No amico, niente roba strana».
Halloween.
Seduto nel monolocale che i gialli di una volta avrebbero definito “covo” (un bilocale in un palazzo ERP occupato in prevalenza da abusivi), Scrocchio ricordava quanto, un tempo, detestasse quella festa. “Hei, Scrocchio, non vorrai travestirti proprio oggi, vero? Vai bene così come sei”.
Da bambino abitava fuori città. Era pieno di agrumeti e i ragazzi usavano le arance non raccolte come proiettili per battaglie in cui il succo faceva le veci del sangue.
Lui aveva partecipato solo una volta, giusto il tempo di rendersi conto che la battaglia si era trasformata in un tiro al bersaglio in cui a lui toccava il ruolo di protagonista.
Aveva provato a defilarsi, ma quelli avevano scoperto che la caccia grossa era ancora più divertente.
L’anno succesivo si era recato nel frutteto quando non c’era nessuno e aveva raccolto una cassetta di munizioni. Il giorno dopo era andato a far gazzarra coi compagni. Ma dentro le arance aveva nascosto delle lamette da barba.
Dato che aveva più di quattordici anni, l’avevano spedito in un istituto minorile. Per uno come lui era stato come cospargersi di maionese e fare il bagno in una vasca di piranha.
Da allora aveva preso il via.
Smanettò col cellulare.
Halloween.
In quel periodo la rete era piena di filmati terrificanti. In molti di essi, la gente che trasgrediva le regole – alle volte anche solo la sana vecchia massima secondo cui ci sono molte più cose in cielo e in terra che nei sogni della filosofia – subiva punizioni terrificanti, spesso per mano di orribili mostri.
Scrocchio spense il cellulare. Fantasie. Non quelle sui mostri. Quelle sulle punizioni.
Chi faceva del male non veniva punito. Non se era abbastanza in gamba.
E poi ne aveva avuto abbastanza di mostri e di soprannaturale, quella sera.
Gettò uno sguardo sul mucchio di refurtiva ammassato sul tavolo. Dietro, nascosta, stava la foto.
Non ricordava di averla presa. Il costume da poliziotto (sempre a proposito di mostri e travestimenti) comprendeva anche una carpetta su cui scrivere fantomatici rapporti e, aprendola dopo che avevano lasciato la casa della vecchia, Scrocchio ci aveva trovato dentro la foto incorniciata.
Riaccese il cellulare, che recalcitrò. Batteria scarica o rete sovraccarica.
Che lo rammentasse o no, la foto era finita dentro la carpetta e, adesso, sul tavolo. Questo era un fatto.
Il cellulare sfarfallò fino a comunicare che non c’era campo.
Scrocchio lo spense di nuovo.
Benché avesse gli occhi fissi sullo schermo, gli pareva di avvertire una presenza invisibile sul tavolo, come un campanello che lo chiamava da un’altra stanza.
Si chiese se la figura dentro la cornice fosse sempre la stessa: l’uomo in nero con la camicia dal colletto di celluloide e il bastone. Certo che sì. Era una foto, quella, non filmato su internet. Le foto rimanevano sempre uguali e anche quello era un fatto.
Udì uno scricchiolio.
Argento, il metallo che funge da protezione contro gli esseri maligni. E una cornice, come per tenere imprigionato qualcosa.
Ma quella era la notte di Halloween.
Ripensò alla voce di Kim, a come suonava mentre lui frugava nelle stanze della villa della vecchia, e alla faccia della stessa Kim quando, poco prima, pensava che nessuno la osservasse. La ragazza aveva avuto paura.
Ancora lo scricchiolio.
Uno stridio, anzi.
Anche Al, il capo, aveva avuto paura e, dopo aver fatto gli scongiuri, era stato lontano dalla fotografia, squagliandosela appena possibile.
E Ricamo, e Hurk. La chiamavamo strega.
Ancora un stridere, come una forchetta su un piatto.
Scrocchio avvertì la pelle della schiena che si raggrinziva come se volesse strapparsi via dalle ossa.
Si alzò in piedi di scatto.
Il cellulare cadde a terra. Con uno schianto, la batteria saltò via.
Il vento sibilava come in una di quelle dannate storie dell’orrore e, se ci fosse stato un albero, Scrocchio avrebbe detto che i suoi rami, agitandosi, raspavano il vetro.
Solo che non c’erano alberi.
“The hands resist him”. “Le mani gli resistono”. Resistono a chi? Chi gratta alla finestra quando fuori c’è solo il buio della notte?
Non ci sono mai stati furti in quella casa.
Nessun antifurto e nessun furto.
O forse non proprio nessun antifurto.
Guardò per terra, alla ricerca della batteria del cellulare. Era scivolata via, pattinando sul pavimento, fino alla parte opposta della stanza. Forse era sotto il lavandino, o la poltrona.
Per arrivare fin là avrebbe dovuto aggirare il tavolo, dove c’era la foto. Poi avrebbe dovuto chinarsi e, a tastoni, cercare la batteria, volgendole le spalle.
Se ne sono andati tutti.
È la storia della tua vita, no? Se ne vanno tutti, sempre.
E niente arance con sorpresa a disposizione, stavolta.
Stando rasente ai muri, Scrocchio scivolò verso la porta. Sentiva qualcosa, una forza, in mancanza di definizioni migliori, che lo attraeva verso il tavolo.
Non aveva preso la foto.
La foto aveva preso lui, perché chi trasgrediva le regole veniva orribilmente punito e quella era la notte di Halloween in cui spettri, demoni e mostri vagavano sulla terra. 
Vicino alla porta, l’impulso divenne irresistibile. Scrocchio fu costretto a chiudere gli occhi.
Annaspò alla ricerca della maniglia e, per alcuni, angosciosi, interminabili secondi, si chiese se, andandosene, gli altri lo avessero chiuso dentro.
Scherzetto o scherzetto, niente dolcetti per il vecchio Scrocchio.
Con un singhiozzo, spalancò la porta.
L’uscio andò a sbattere contro la parete con uno schianto che echeggiò per tutto il corridoio.
La stanza dove Scrocchio si trovava era all’estremità opposta rispetto alle scale, irraggiungibili come il Sole visto da Plutone.
Quattro vecchie lampade appese al soffitto cercavano di respingere il buio. Ai lati, porte chiuse come lapidi erette contro ciò che si aggira nell’Eternità.
Scrocchio fece un passo oltre la soglia.
Iniziando dal fondo, le lampade iniziarono a spegnersi.
Una tenebra collosa dilagò, avviluppandogli le gambe come una morsa di melassa gelida.
Udì un rumore attutito a tre tempi, come di uno che avanza appoggiandosi a un bastone.
Prima che l’ultima lampada si spegnesse, Scrocchio riuscì a girarsi su se stesso e tornare dentro la stanza, chiudendosi la porta alle spalle.
Appoggiato all’uscio, aveva una perfetta visuale del tavolo e della cornice d’argento.
Vuota. 
     
Appoggiato a un lampione, Al guardava l’ultima casa di Via Stevenson, quella vicino al parco.
Halloween.
Era passato un anno esatto da quando Kim e Scrocchio avevano fatto il colpo là dentro.
Scrocchio aveva preso quella cavolo di foto incorniciata e, vedendola, Al aveva sentito risuonare nella testa la voce della sua nonna zingara: rubare foto portava male.
Poche settimane dopo lui aveva trovato Kim a letto con Ricamo.
Ricamo era riuscito a lasciargli un paio di cicatrici, in ricordo della loro vecchia amicizia, prima che Al lo buttasse dalla finestra. Erano al secondo piano, ma sotto c’era una cancellata in ferro battuto, con tanto di sbarre a forma di lancia.
Con Kim aveva cercato di essere più gentile, ma doveva ammettere che, alla fine, con le ecchimosi sulla trachea e le macchie petecchiali  conseguenza dello strangolamento, la sua donna non aveva un bell’aspetto.   
Al aveva cambiato aria per un po’ , evitando di tirarsi dietro Hurk che, grosso com’era, dava troppo nell’occhio. Grosso sì, ma meno dell’autoarticolato che l’aveva travolto mentre scappava da una farmacia notturna dopo averla rapinata.
Guardò la casa davanti a lui.
Brutta era brutta. Da far paura. Se Scrocchio fosse stato lì avrebbe trovato la parola giusta.
La nonna zingara avrebbe detto che era colpa di Scrocchio se, da quella sera, il malocchio li aveva presi di mira. Probabilmente gli avrebbe anche detto di togliersi di lì a gambe levate, ma Al avrebbe risposto che esistevano anche cose come l’onore.
La vecchia doveva pagarla.
Osservò la casa.
Davvero, non sembrava difficile entrare, anche se una luce, al piano terra, era ancora accesa.
Forse la vecchia soffriva d’insonnia. Forse sarebbe stata sveglia tutta la notte.
Meditò se rinunciare, poi si fece forza.
Halloween.
Un anno esatto.
Era giusto così.
Si mosse, guardandosi in giro per vedere se c’era gente. Nessuno.
Tendendo l’orecchio sentiva soltanto un rumore che andava avvicinandosi.
Lì per lì non sembrava il passo di un uomo, ma ora, man mano che si faceva più forte, e più distinto, lo poteva riconoscere per quello che era: la camminata di uno che avanza appoggiandosi a un bastone.
La luce del lampione si spense.

7 commenti:

  1. Theodore Sturgeon ( 1918-1985 ),statunitense, oltre che apprezzato autore di fantascienza ed altro,ebbe a sostenere che sì < il 90% della fantascienza è spazzatura, ma in effetti il 90% di tutto è spazzatura > ( in verità l'inglese usato crud/crup è più volgare... ).
    Battuta passata alla storia come < legge di Sturgeon >.
    Rivelazione da sempre fatta mia con riferimento alla letteratura di consumo, narrativa in genere, poesia dell'oggi compresa.
    Ma resta pur sempre quel 10% superstite, nel quale di certo rientra la produzione di Rubrus.
    Il racconto in lettura non fa una grinza: periodo dopo periodo ci accompagna volenti o nolenti alla conclusione intesa dall'Autore.
    Chissà, taluno forse avrà pensato ad una chiusa diversa, ma i racconti fantasy hanno una loro logica impeccabile.
    Concludono come meno te lo aspetti.
    Un formalista come me comunque è attratto più dall'estetica che non dalla curiosità di sapere come va a finire la storia.
    Sì, perchè in tempi in cui grammatica e sintassi sono state messe in soffitta, fa piacere riconoscersi in quel che ai tempi s'era studiato.
    Un modo come un altro per esclamare < allora non tutto è perduto! >.
    Molto bene, Siddharta

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ti ringrazio. Come ho avuto modo di dire, a me basta riuscire a rispettare l'analisi grammaticale, logica e del periodo. Lo stile viene molto, ma molto dopo. Prendo quello che a orecchio mi convince di più e non ci bado troppo.
      E sono anche d'accordo sul metodo di esegesi. Nella narrativa parti da certi presupposti in base ai quali si stipula il patto col lettore. Ciò che conta è che lo sviluppo sia congruente con le premesse.
      Sturgeon. Be', parlava del "90% di tutto quello che si scrive" perché ai suoi tempi non c'era internet. Se fosse vissuto oggi avrebbe usato una percentuale più alta. :-)

      Elimina
  2. Per la serie io non ci credo ma sotto una scala non ci passo.
    Quando qualcuno ti dice che è scritto bene, e lo sottolinea con enfasi, di solito vuole evitare di dirti che la storia non gli è piaciuta, oppure nemmeno l’ha letta. Sidd almeno è stato onesto e ti ha fatto capire chiaramente cosa pensava della trama e del tema trattato, il malocchio. Poi, che sia scritto bene come al solito non ci piove. Detto questo, la storia secondo me, anche se portata avanti a strappi, (tecnica sopraffina che ha trovato molti adepti anche nel cinema), stava in piedi e aveva un suo perché anche senza l’accostamento a Halloween. Inoltre tutti questi soprannomi, che servono a creare l’atmosfera e a caratterizzare il personaggio, alla fine finiscono per confondermi le idee. Infatti ho impiegato un po’ di tempo a capire se Kim fosse uomo o femmina, tanto per fare un esempio banale. E pensare che una certa Kim Novak era una delle mie fantasie adolescenziali preferite. Insomma, pare che una storia con i vari Paolo, Luigi e Giuseppe sia molto meno accattivante di un’altra con tutti nomi dal suono esotico. Mi pare di ricordare che anche gli indiani d’America non si facessero fotografare volentieri. Erano convinti di perdere l’anima, o qualcosa del genere.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Su Halloween. No, non credo perchè c'è nella trama una esigenza di ciclicità in relazione alla quale manca nel nostro folklore una ricorrenza adeguata. Sì, avrei potuto ripescare il Mundus Cereris degli antichi Romani che ricorreva tre volte l'anno - di cui una proprio tra ottobre e novembre - e segnava un periodo in cui il mondo dei vivi e quello dei morti, come succede in questa storia, entravano in contatto, ma sarebbe stato un po' troppo complicato. La festa dei morti e dei santi ha tutt'altro senso, nella liturgia cattolica, e così il carnevale, quindi non vanno bene neppure loro. Halloween svolge quindi la funzione di "periodo dell'anno in cui le barriere tra i mondi sono sottili" in modo, credo, molto più fruibile ed efficiente.
      Sugli indiani d'America. Sì, è proprio così, ma credo che valga per moltissimi popoli e tradizioni.
      Sui nomi. A Milano il cognome più diffuso è Hu, e, ai tempi andati della "Gilera", il Cerutti Gino lo chiamavan Drago.
      Quindi mi tengo i nomi stranieri e i soprannomi.


      Elimina
    2. Caro Franco, per me non ha importanza che un racconto piaccia o meno.
      Il gradimento è solo un valore aggiunto.
      Essenziale è che sia scritto bene, secondo i canoni di linguaggio appresi nei lunghi anni di scuola.
      L'abito non farà il monaco, ma ci ha comunque la sua importanza ai fini del rispetto.
      Sid

      Elimina
    3. Caro Roberto anche ai miei tempi non si salvava nessuno, quasi tutti avevano il soprannome. Dalle mie parti si chiamava "scormagna". Quando andava bene ti storpiavano il nome, quindi la cosa non mi meraviglia. Anche oggi va avanti pressapoco con la stessa storia, infatti ci sono la Bea, il Lele, la Clò e il Ric. Non c'è bisogno di ritornare ai tempi del Cerutti Gino. Ho espresso soltanto un parere, non un giudizio. Te puoi andare avanti come credi che per me va bene.

      Elimina
  3. Ciao, la citazione del Cerutti è perchè mi riferivo, oltre all'uso dei soprannomi in sè, al fatto che essi sono particolarmente diffusi nell'ambito della piccola criminalità, ambiente in cui si svolge la storia - che non so dove si svolga. Scarterei il Nord Italia perchè si parla di aranceti all'aria aperta fuori città.

    RispondiElimina