lunedì 17 ottobre 2016

Operazione Merlino - racconto (Rubrus)

Col rastrello, il giardiniere smosse il mucchio di foglie cui aveva appiccato il fuoco. Alcune faville si innalzarono nella frizzante sera d’ottobre, scintillando come lucciole fuori stagione.
«Bisogna starci attenti, sennò scoppia un incendio» disse.
L’uomo accanto a lui annuì, protendendo le mani verso le fiamme.
Il giardiniere non lo aveva mai visto: doveva essere uno di fuori. Aveva gironzolato a lungo per il parco, infine si era diretto verso il falò, probabilmente attratto dal calore. Indossava una sottile giacchetta marrone chiaro e, alla luce del fuoco, la sua faccia aveva il colore di una grossa pesca scordata dall’estate ormai lontana.

«Bisogna starci, attenti, sicuro» ripeté il giardiniere, poi, come seguendo lo stesso pensiero, urlò: «Gabe!».
Il forestiero guardò verso l’estremità opposta del parco, là dove le ombre erano più fitte. Si udì un rumore di ramoscelli spezzati, poi una figura sbucò dal buio, correndo verso il giardiniere con una strana andatura sbilenca e saltellante. Quando fu a pochi passi, rallentò, infine si fermò prima di entrare nel cerchio luminoso di un lampione. La luce, tuttavia, riusciva a strappare riflessi candidi dalla massa cespugliosa che gli ricopriva la testa.
«Vieni qui!»ingiunse il giardiniere.
L’uomo si fece avanti, le mani allacciate dietro la schiena. Strascinava i piedi, producendo un debole rumore di ghiaia. Era vestito con una salopette da lavoro, coperta da macchie di fango, ciuffi d’erba e foglie secche. Seminascosti da sopracciglia fitte e ribelli, gli occhi saettavano qua e là come passeri dentro una siepe.
Il giardiniere sbuffò. «Fammi vedere le mani» disse.
Con riluttanza, il vecchio – o forse non tanto, specie se si guardavano gli occhi – le tirò fuori da dietro la schiena. Erano piene di aculei come puntaspilli.
«Gli piace raccogliere le castagne» spiegò il giardiniere «sono matte, ma non gli interessa. Dice che dentro alcuni ricci ci sono i folletti».
Il forestiero guardò l’uomo. Teneva le mani sollevate, come aspettandosi una bacchettata. Alcuni aculei si erano infilati sotto le unghie.
Con uno scoppiettio alcune faville si sollevarono dal falò.
Con un balzo, l’uomo cercò di afferrarle, artigliando l’aria. Chiuse le mani a pugno, poi le riaprì, osservandole con espressione delusa. Sembrava non provare alcun dolore.         
«L’ha riconosciuto?» chiese il giardiniere.
Il forestiero scosse la testa.
«“Gabe”» ripeté il giardiniere, usando la pronuncia inglese. «Gabriel Jukas, in arte. Gabe il Mago… al secolo Gabriele Fontanelli… ma già, lei mi sembra troppo giovane».
«“Operazione Merlino”» rispose il forestiero «Quanto tempo fa è stato? Quindici anni?».
Il giardiniere si appoggiò al manico del rastrello, fissando il forestiero con ammirazione. «Diciassette» approvò, poi, rivolto al vecchio: «Gabe, va’ a toglierti gli aculei dalle mani e datti una ripulita».
Il vecchio si allontanò saltellando come un discolo scampato a una ramanzina.
«Una delle più grosse operazioni antifrode degli ultimi vent’anni. Gente che faceva e toglieva fatture di tutti i tipi, tranne quelle fiscali. E non parliamo delle circonvenzioni di incapace».
Il forestiero si voltò verso Gabe. Aveva raggiunto il camioncino del giardiniere e, alla luce dei fari, si guardava le mani, incerto se togliersi prima gli aculei infilati nella mano sinistra usando la destra o il contrario. Alla fine se le portò tutte e due alla bocca e usò i denti.
«È uscito di prigione?» chiese il forestiero.   
«Non ci è mai entrato» rispose l’altro «I grandi processi sono come questo falò di foglie secche. Tanto fumo e poco calore. Bruci solo se sei molto piccolo». Si chinò, prese un tizzone di legno fumante, tirò fuori una sigaretta dal taschino della salopette e l’accese con quella, poi fece un passo e spense il tizzone in una fontana lì accanto. Il legno sfrigolò appena.
«E lui era grosso?» chiese il forestiero.
«Un miliardo e mezzo di vecchie lire. Ufficialmente».
«E ufficiosamente?».
Il giardiniere strinse gli occhi, come se stesse valutando se fidarsi «Il triplo» disse alla fine.
Il forestiero fischiò, poi si voltò verso Gabe. Stava ancora togliendosi gli aculei dalle mani, uno dalla destra, uno dalla sinistra, a turno. «Mi sembra un po’ troppo» disse.
Il giardiniere soffiò fuori il fumo «Si fidi. L’ho arrestato io».
Toccò al forestiero stringere gli occhi.
«Ero capitano della finanza, allora» spiegò il giardiniere «Da finanziere a giardiniere. La desinenza è la stessa». Rise, con un suono simile a un colpo di tosse, poi gettò la sigaretta nella brace e la schiacciò col piede. «In realtà sono in pensione. La ditta di giardinaggio è di mio fratello e io gli do una mano. Ho finito per preferire le piante agli uomini».
Gabe trotterellò verso di loro.
«Datti una spazzolata» disse il giardiniere. Non aveva urlato, ma Gabe si allontanò ingobbito, come se fosse mortificato «E per favore spegni i fari, la batteria si scarica» concluse il giardiniere in tono più gentile.
«Come mai si è ridotto così?» chiese il forestiero.
L’altro infilò le mani nelle tasche della salopette. Stava diventando freddo e quello che il giardiniere aveva detto era vero: il falò di foglie, semispento, non gettava calore. Il fiato gli si condensava davanti alla bocca, come se stesse ancora fumando.
«Nei processi di quelle dimensioni qualcosa va sempre storto. È una questione statistica. Un atto che non si trova, una notifica che non va a buon fine, un magistrato che si trasferisce, scioperi degli avvocati, del personale di cancelleria… alla fine, zac! Scatta la prescrizione».
«Per lui è successo così?».
Gabe spense le luci del furgoncino. L’oscurità calò, più fitta di quanto ci si potesse aspettare. Il fuoco non solo non gettava più calore, ma neanche luce. L’unico chiarore giungeva da un lampione poco lontano.
«Ehi Gabe, trovato qualche folletto?» chiese il giardiniere.
L’altro smise di spazzolarsi «Gli psicopompi non respirano» disse «Non respirano e non gettano ombra».
Il giardiniere emise un altro di quegli strani suoni, mezzo colpo di tosse, mezzo risata «Psico… Con lui andò così. L’ufficiale giudiziario che doveva notificargli il rinvio a giudizio finì sotto un camion intanto che glie lo portava e, qualche mese dopo, uno dei giudici che componevano il collegio si ammalò di cancro».
«E così, zac! Scattò la prescrizione».
«Be’, non proprio subito. Il tempo di avere il giudizio di rinvio dalla Cassazione. Comunque, sì, andò così. Per lui e molti altri. Una semplice questione statistica. Ma Gabe si convinse che era merito suo».
Il forestiero guardò il vecchio. Si spazzolava così energicamente che, anche da lontano, si sentiva lo strofinio sulla salopette. Senza grilli, e senza uccelli notturni, il silenzio nel parco era totale.
«In quell’ambiente» proseguì il giardiniere «ci sono due tipi di persone: quelli che ci fanno e quelli che ci sono. I maghi ci fanno e i clienti ci sono,  ma non è una distinzione sempre netta. Gabe saltò il fosso».
Il giardiniere tacque. Pestò i piedi per scaldarli e, nella quiete assoluta del parco, il suono fu come un paio di colpi di tamburo.
«Per questo ha lasciato la finanza?» chiese il forestiero «perché Gabe fu assolto per prescrizione? Perché non lo riteneva giusto?».
Il giardiniere attese prima di rispondere. Anche se la sua faccia, nel chiarore incerto del lampione, era al buio, s’intravedeva un sorriso amaro «Non lo so. Dovrei chiedere allo Stato se è giusto che la gente fumi, o si rovini alle lotterie. Però non l’ho mai fatto. Mi limito a tossire e prendere qualche “gratta e vinci” ogni tanto».
Gabe smise di pulirsi e mise la spazzola dentro il furgoncino. Il clangore metallico dello sportello risuonò come un tuono.
«In un certo senso, è come se Gabe fosse stato punito lo stesso» disse il forestiero.
«Per parecchio tempo gli ho fatto la posta. Mi aspettavo che ci cascasse ancora e che avessi un’altra occasione per portarlo dentro. Quando, a un certo punto, sparì, pensai che stesse scappando in un paradiso fiscale con una valigetta di contanti, o magari un baule, così lo seguii. Persi le sue tracce e, dopo un po', lo trovai in un bosco. Era già come adesso».
«E se l’è portato dietro».
Gabe li aveva raggiunti e guardava ora l’uno ora l’altro muovendo la testa a scatti come una lucertola.  
«Non aveva nessuno. E neanch’io».
«Perchè se ne sente responsabile?».
«Non lo so. Forse perché se non gli fossi stato così addosso, lui non sarebbe ammattito e non si sarebbe convinto di avere sul serio quei poteri che diceva di avere… perché tu li hai, vero Gabe? Tu li vedi, i folletti e gli psico… vabbè i folletti».
L’altro annuì, giulivo, «Sì, sì, io li vedo. Tu non li puoi vedere, ma io li vedo».
«Una grande nobiltà d’animo» disse il forestiero.
«Magari no. Magari è solo che uno deve pure attaccarsi a qualcosa. Magari le piante non bastano».
Gabe prese a girare loro intorno, chinandosi ogni tanto e annusando, battendo le mani. Quando ebbe finito il giro si fermò saltellando sul posto come un bambino che non riesce a contenere la gioia.
«E quel qualcosa è che lui è stato punito? Una specie di esempio, o di prova, di una giustizia superiore, di un ordine o di un senso delle cose?».
Il giardiniere osservò Gabe. Sembrava essersi pulito per bene, ma era anche vero che non c’era molta luce. Dalle ceneri del falò non si levava più neppure un bagliore di braci, né un filo di fumo.
«Per la miseria, magari non è una punizione. In fondo, chi sono io per distribuire punizioni? Magari è lui che ha preso il biglietto vincente e sono io quello che è stato punito. Presunzione… chissà. Magari i folletti esistono. I folletti e quegli psico..».
Gabe continuava a saltellare battendo le mani. «Niente ombra! Non respirano e non gettano ombra!».
«Psicopompi» disse il forestiero «portano via le persone. Le conducono in… be’, in un altro posto».
Il giardiniere socchiuse ancora gli occhi e osservò attentamente il forestiero. Si mise da un lato e poi dall’altro, come per vedere se gettasse ombra o se, dalla bocca, come da quella di Gabe e sua, uscisse il fiato. Ma il chiarore era davvero troppo scarso. Alla fine smise e guardò Gabe «Vuoi andare con lui?».
Il vecchio chinò il capo, come se, alla fine, gli fossero davvero piombati addosso tutti gli anni che aveva, e anche qualcuno in più. Quando lo rialzò, tuttavia, i suoi occhi erano più luminosi che mai.
Il giardiniere scrollò le spalle «O be’, tanto il tuo lavoro qui è finito. Lo porto io il furgone in ditta».
Il forestiero fece un cenno del capo, rigido, come se la sua faccia fosse una maschera e non potesse muovere troppo la testa senza staccarla, poi si incamminò.
Gabe esitò un istante, guardò il giardiniere e si avviò a propria volta dietro il forestiero. Stavolta, il suo passo era leggero, pensoso. La ghiaia non scricchiolava.
Quando raggiunsero il lampione, Gabe si voltò e fece “ciao ciao” con la mano, poi svanì nell’ombra.
Il giardiniere fece per rispondere, ma, prima che si decidesse ad alzare la mano, i due erano svaniti nel buio.
Attese a lungo che comparissero sotto la luce di qualche altro lampione, più lontano, ma non vide nessuno.  

9 commenti:

  1. Ah...be'! C'è da uscire pazzi per davvero, se ti si appiccicano ai cosiddetti non te li togli di torno nemmeno con il MOM. A me questi hanno sempre fatto l'effetto del dentista, indispensabili, utili, ma meglio non averci a che fare. E pensare che questo era un mago, figurati un povero cristo la brutta fine che fa.
    Comunque... qui c'è un pizzico di mistero, c'è da interpretare i segni e gli indizi che hai disseminato, ma dato l'argomento meglio lasciare le cose così, meglio non approfondire. Però un ex capitano della finanza che per hobby fa il giardiniere, lo vorrei proprio incontrare. Ah... se lo vorrei incontrare :-)

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  2. Ehmm... che cos'è il MOM? Quanto agli hobby, c'è gente strana che ha hobby normali e c'è gente normale che ha hobby assai strani - anzi, spesso più la gente è normale più gli hobby sono strani. Invero, l'ex capitano del mio racconto si è dedicato al giardinaggio a tempo pieno, suo vecchio hobby, dopo essere andato in pensione.
    Comunque nel racconto c'è più di uno spunto reale. Per esempio e solo per dirne uno, "Gabe il mago" è modellato sul mago Garbriel, e qui.. (non) vedere per credere http://www.dailymotion.com/video/x1gb3x_mai-dire-tv-mago-gabriel-gnomini_fun

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  3. I tuoi racconti mi lasciano sempre soddisfatta e incuriosita, ( gli occhi che saettano come passeri dentro la siepe...che immagine!) Però non sapere se gettava ombra un po' mi rincresce, faccio volare la fantasia... sì, non la gettava , qualche ciottolo
    ne lamentava la mancanza.
    @per Franco ne conosco tantissimi di finanzieri in pensione, alcuni fanno gli imbianchini ,altri scrivono ��

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  4. Racconto che si snoda tra il fantasiso, la realtà fattuale e l'alterazione mentale di psichiatrica memoria.
    La lettura, come nello stile dell'Autore, richiede un'attenzione particolare alla rigida concatenazione degli eventi.
    Su tutto l'amara constatazione che noi tutti, chi più chi meno, denotiamo purtroppo tratti psicotici d'interesse clinico.
    MOM: shampoo per pidocchi...

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  5. Loretta. Essendo un racconto virato verso il fantastico, ma breve, secondo me è meglio che sia ambiguo, perchè per sospendere l'increduilità ci vuole tempo.
    Sid. Pensa che l'idea per il racconto mi è stata suscitata da un tale che, di punto in bianco, si è messo in testa di avere poteri di sensitivo.

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    1. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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    2. Non posso non darti ragione,ma quando una storia mi piace a volte vorrei non finisse.
      Di persone che improvvisamente si sono scoperte sensitive ne ho conosciute almeno una dozzina e quasi tutte con poteri prano terapeutici. Alcuni si sono ammalati a loro volta di tremende malattie.

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  6. PS. Ecco, il MOM non sapevo cosa fosse.

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    1. Si vede che non hai fatto il militare, oppure lo hai fatto in epoche più recenti. In ogni caso il MOM combatte anche altri parassiti, ancora più subdoli, che si annidano e prolificano sotto la pelle altrui. Per liberarsi di "questi", non basta un generico shampoo antipulci. Hai voglia...

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