lunedì 31 ottobre 2016

Paese d'ottobre -Racconto (Rubrus)

La donna in divisa sbarrava la porta del treno, le mani sui fianchi.
«Giù!» intimò.
Dietro di lei, il capotreno oscurava il vano tra le carrozze, il berretto che sfiorava il soffitto. Non diceva niente. Non ce n’era bisogno.
“Farò ricorso!” fece per protestare Bernardo Rei, poi vide gli occhi della donna spalancarsi su qualcosa alle sue spalle e le parole gli morirono in bocca.
Le ante si serrarono con uno sbuffo e il treno ripartì con uno stridore rugginoso che costrinse Rei a coprirsi le orecchie. Lo spostamento d’aria lo schiaffeggiò obbligandolo a fare due passi indietro, ben oltre la linea gialla di sicurezza.
Il treno fischiò, un lungo, lamentoso sibilo da locomotiva a vapore. Rei vide l’ultimo vagone svanire, rapido, tra volute di nebbia.
Un freddo umido e appiccicoso gli si infilò famelico sotto i vestiti. Rei rabbrividì, alzando il bavero del giaccone, poi si voltò per vedere dove l’avessero scaricato.


Il paese non aveva nome.
O meglio, l’aveva, qualcosa che finiva in “engo”, ma l’insegna, l’unica della minuscola stazione, era coperta da un festone cui erano appese grosse zucche intagliate, irte di zanne e occhi truci colorati da bagliori sanguigni. 
“Paese d’Ottobre” diceva lo striscione.
Halloween, giusto.
Rei sputò per terra.
Colpa sua, se l’obliteratrice non funzionava?
No, di sicuro.
Quanto al fatto che lui avesse comprato quel biglietto un mese fa e l’avesse già usato per una dozzina di viaggi... be’, dovevano dimostrarlo.
Il fatto era che le macchinette obliteratici erano sempre guaste e, questo, i controllori lo sapevano.
I controllori uomini. Con loro bastava un po’ di buon senso. Le donne, invece, loro dovevano sempre dimostrare di guadagnarselo, lo stipendio, accidenti alle quote rosa.
E così eccolo lì, a Zuccolandia.
Avrebbe fatto ricorso, altroché se avrebbe fatto ricorso. Ma non subito. L’umidità del tardo pomeriggio padano, oltremodo aggressiva dopo il caldo torpido della carrozza, gli stava marinando le carni in un ammollo gelido.
Rei lasciò la banchina, entrando nell’edificio.
Come si aspettava, era deserto.
La biglietteria era chiusa e aveva tutta l’aria di esserlo da molto tempo, la saracinesca ornata da antiche ragnatele; le pareti erano chiazzate da infiorescenze e una selva di calcinacci, come un nugolo di pipistrelli, pendeva dal soffitto giallastro.
Anche lì, tuttavia, gli zuccolandesi – o come diavolo si chiamassero – non avevano trascurato di festeggiare la ricorrenza.
Zucche intagliate, streghe, gufi e corvi di cartone, teschi e tibie da tutte le parti. E gatti, tanti gatti. Ovviamente neri. C’era anche qualche scritta, qualcuna in caratteri gotici, il più con le lettere sagomate in modo da ricordare ossa. Roba allegra come “Speriamo che tu ti sia comportato bene”, “Avete oltrepassato i confini della mappa, qui ci sono i mostri”, “Non ti voltare indietro” (questa tre volte).
Alla faccia delle tradizioni e del colonialismo culturale.
Rei si guardò in giro alla ricerca di un’obliteratrice e si accorse che mancava. Non c’era neppure il supporto per la macchinetta. Sogghignò. Avrebbe fatto ricorso. Anzi. Avrebbe fatto un esposto. Cercò di ricordarsi il nome della... come si diceva, controllora? e imprecò perché non se l’era segnato. Oh be’,  avrebbe potuto chiedere l’esibizione dell’ordine di servizio.
Prima, però, avrebbe preso qualcosa di caldo.
Si guardò in giro alla ricerca di un bar, poi, non vedendolo, uscì dalla stazione.
Mise la mano sulla maniglia e, per un secondo – quel secondo in cui si comprende che è già troppo tardi – si immaginò di essere finito in un paese fantasma, popolato da mostri deformi e antropofagi da film dell’orrore.
Invece, Zuccolengo era in festa.
La piazza su cui si affacciava la stazione non era molto grande – Rei aveva visto superattici solo di poco più piccoli – ma interamente illuminata dai ben noti bagliori rossastri delle zucche intagliate appese ai rami degli alberi. Altre ancora pendevano dalle case, vecchi edifici grigi e marrone che emergevano dalla nebbia.
Di fronte a Rei, la strada principale, un po’ più di un ampio corridoio, tanto per proseguire con la metafora, si allontanava verso il centro, da dove venivano bagliori di luci colorate, odore di legna bruciata, brandelli di musica e frammenti di risate.
Bernardo Rei si guardò intorno. Da quel che poteva vedere (poco, a causa della nebbia), tutte le porte e le finestre delle case erano chiuse. L’intera popolazione doveva essersi radunata in piazza.
“Paese d’ottobre” mormorò tra sé. Ora che ci pensava, gli pareva il titolo di un libro.
Dopotutto, quella era fine dell’anno agricolo, il periodo del raccolto prima della lunga, oscura, stasi invernale. Rei si ricordò che i primi di novembre erano, tradizionalmente, il periodo in cui scadevano i contratti agrari e, ora che ci pensava, una festa religiosa, la Festa del Ringraziamento.
Ecco, magari il 31 ottobre era la festa del patrono, Santa Cucurbitacea o giù di lì, e così quelli la festeggiavano insieme alla nuova ricorrenza d’importazione americana. Se non altro, mostravano spirito di iniziativa.
Rei si avviò per il viale, le mani in tasca. 
Una sagoma biancovestita, impossibile dire se Casper o il Fantasma Formaggino, gli passò accanto lanciando una risata infantile.
“Nuova ricorrenza” fino a un certo punto. Ogni anno tiravano fuori la tiritera che Halloween era una festa di origine celtica, derivata dall’antica Samhain. Allo stesso modo, c’era il solito predicozzo stando al quale, oltre a essere una festa pagana, era una festa diabolica.
In effetti, c’era qualcosa di spaventoso, al di là dell’allegria forzata, in tutto quell’armamentario. Soprattutto di eccessivo.
Rei si arrestò, poi tornò indietro di due passi, osservando una casa che prima, immerso nei suoi pensieri, aveva notato solo di sfuggita.
L’intera facciata era ricoperta da un gigantesco gatto nero rampante.
Teneva una zampa sollevata, gli artigli sguainati. Grandi occhi gialli, singolarmente vividi, puntavano su Rei le pupille romboidali. “Vernice fosforescente” concluse osservando i giochi di luce sulle iridi dorate. La lingua del gattone, vermiglia, pendeva affamata da un lato delle fauci e la coda, protesa verso terra, si posava sulla porta di un palazzo vicino. “Hai fatto il bravo?” chiedeva una scritta sopra le orecchie appuntite dell’animale. Rei avvertì un brivido che non era solo di freddo, poi ridacchiò. Certo che aveva fatto il bravo. Tutt’al più, aveva viaggiato senza biglietto (senza biglietto obliterato). Ma avrebbe fatto ricorso.
Accelerò il passo, diretto alla piazza del paese.
Man mano che vi ci si avvicinava, il numero delle persone mascherate aumentava.
C’erano soprattutto i vecchi mostri dei film della Hammer e della Universal: vampiri, fantasmi, lupi mannari, streghe, mummie. Una Creatura della Laguna Nera gli passò a meno di un metro – con tutta quella nebbia doveva trovarsi a suo agio – e un mostro di Frankenstein gli rivolse un cenno di saluto.
Si dirigevano verso le case, allontanandosi dalla piazza: la festa doveva essere agli sgoccioli.
Un diavolo saltellante gli sbuffò in faccia il fumo del sigaro e gli gridò «Bada a non voltarti, amico!».
Spiriti, come no.
Quelli cui si applica la tassa sugli alcolici.
C’era un che di forzato, in quell’allegria macabra.
Non doveva essere allegro starsene in un paese immerso nella nebbia per buona parte dell’anno e dove il treno si fermava solo per far scendere i passeggeri sgraditi.
Raggiunse la piazza.
La festa era quasi alla fine.
L’odore di legna bruciata veniva da un falò al centro, ma le fiamme erano basse, prossime a spegnersi.
Un tizio con la divisa da netturbino raccoglieva le cartacce, infilzandole con un bastone appuntito, e un tale vestito di bianco congedava gli ultimi clienti della sua sgangherata, dilettantesca attrazione. Ovviamente, una “Casa delle Streghe”.
Rei si guardò in giro. C’erano solo adulti e sembravano avere una gran fretta di levare le tende. Correvano di qua e di là, guardando di tanto in tanto poco soprannaturali orologi o ancor meno esoterici cellulari.
«Hei, amico, hai fatto il bravo? Ricordati di non guardarti alle spalle» lo ammonì uno zombi dandogli una pacca. Rei aprì la bocca per rispondere, ma il fumo acre che si levava dal falò semispento gli riempì le narici, pizzicandogliele.
Rei esplose in una serie di starnuti lacrimosi, una dozzina almeno, che gli squassarono il petto. Si interruppe, riprese fiato e ricominciò. Altri sei. Quando riuscì a smettere, notò il tizio vestito di bianco, quello della Casa delle Streghe, che si levava il cappello in un complimento ironico prima di scomparire sul retro della sua attrazione.
La piazza era pressoché deserta.
Sagome avvolte in neri mantelli fuggivano nascondendosi tra le ombre. Il netturbino chiuse il suo bidone metallico, un antiquato aggeggio su ruote, e si allontanò verso la parte opposta della piazza. Alla sua destra, la proprietaria di un chiosco mobile scacciò in malo modo uno scheletro ubriaco che non voleva schiodarsi dal tavolo, poi cominciò a chiudere. Una dama biancovestita – uno dei tanti spettri di tanti castelli scozzesi, senz’altro – agguantò per un orecchio un recalcitrante gremlin e lo trascinò via in un diafano svolazzare di veli.
Paura.
Ecco che cosa sembrava avere quella gente.
Un altro dei pistolotti che, ogni anno, si sentiva il 31 ottobre era che la festa dei fantasmi aveva una funzione apotropaica. Mostri per combattere mostri. Questo erano i mascheroni appesi fuori dagli ingressi e di cui era pieno... già... come si chiamava veramente il “Paese d’Ottobre”?.
Non c’era più nessuno cui chiederlo.
Due o tre persone erano ancora in giro, ma lontano. Non avrebbe fatto in tempo a raggiungerle prima che svanissero nella nebbia. Respiri grigiastri di vapore acqueo si allungavano dagli angoli bui, ansiosi di soffocare le ultime luci. Persino le zucche parevano meno scintillanti.
Si chiamasse come si chiamasse, non era un posto dove restare.
Uno sbatacchiare di sportelli ricordò a Rei che la donna del chiosco – salamelle arrosto, a giudicare dall’insegna – era l’unico essere umano nelle vicinanze.
Rei si affrettò verso di lei, le luci sopra la piccola cucina simili a fari di sottomarino nell’aria che si andava inspessendo.
«Sto chiudendo» disse la donna sentendolo arrivare. Piegò l’ultimo sgabello e lo spinse nel cassone, senza voltarsi. Aveva una voce come il crepitio di foglie secche e indossava un vestito sbracciato e paio di scarpe rosse e scalcagnate.
«Già» fece Rei, infilandosi le mani in tasca nel tentativo di apparire disinvolto «Non c’è movimento».
Scarpe Rosse volse verso di lui una faccia su cui erano ammassati strati e strati di trucco. Sembrava che avesse deciso di mascherarsi come tutti gli altri, poi avesse cambiato idea e si fosse messa una seconda maschera sopra la prima. «Già» disse armeggiando coi tiranti del portello.
«Senta...» disse Rei, poi si rese conto, senza tuttavia sapere perché, che “dove mi trovo” non era la domanda giusta.
La donna sbloccò il secondo tirante. Rei si accorse che quello che gli sembrava un livido su un braccio era in realtà un tatuaggio.
«Senta...» ripeté Rei. Non sapeva cosa chiedere. Fu di nuovo colto da quella sensazione di irrealtà. Per un istante, si  chiese se, per caso, non si trovasse di fronte a una strega scampata al rogo. Ma no… aveva riconosciuto l’espressione sotto il trucco. Stanchezza. Solitudine. Risentimento. La faccia di chi, in quel momento, vorrebbe essere da tutt’altra parte, magari su un treno riscaldato che, col suo rollio, ti cullava mentre viaggiavi nella notte. Per un istante pensò di raccontarle che riutilizzare lo stesso biglietto più e più volte serviva a gonfiare le “note spese a piè di lista” (tanto all’Ufficio Contabilità non controllavano mai). Che era uno dei piccoli, miserabili trucchetti cui ricorreva per tirare avanti nella vita di tutti i giorni, quella in cui non te la potevi cavare indossando una maschera, ma dovevi diventare mostro sul serio. Almeno un po’.
«Lei non se ne va?» chiese invece.
«Abito qui» disse Scarpe Rosse. Non aveva mosso la testa, ma i suoi occhi avevano indicato il veicolo alle sue spalle. Rei notò che, sopra l’abitacolo, c’era una specie di cassone. Senz’altro una cuccetta.
«Senta...» disse di nuovo. La consapevolezza di non sapere dove si trovasse, né dove riscaldarsi, mangiare o dormire lo colpì in tutta la sua evidenza. Dubitava che ci fossero alberghi da quelle parti. E, senza dubbio, nessun treno si sarebbe fermato alla stazione fino al giorno dopo. O a quello dopo ancora. Avvertì una mano fredda afferrargli lo stomaco e stringere, poi si riebbe. Era ridicolo, per la miseria! Era nel ventunesimo secolo, in un paese in cui si era appena svolta una sagra, non lontano da una linea ferroviaria e a poche decine di chilometri dalla città più vicina. Certo, Scarpe Rosse non poteva ospitarlo nella sua cuccetta, ma era pur sempre un ambulante, quindi...  
«Sta per suonare l’Ave Maria» disse la donna, affrettandosi verso la cabina guida.
Rei si riscosse. Ok, gli sarebbe costato di più, molto di più sospettava, del biglietto del treno, ma poteva chiedere un passaggio.
Scarpe Rosse aprì la portiera. «Hai fatto il bravo?» chiese. La luce giallastra dell’abitacolo illuminò il tatuaggio sul braccio.
Anzi no. Non era proprio un tatuaggio. Sembrava qualcosa di molto più primitivo e doloroso, come una scarificazione.  
Il tuo peccato ti troverà.
Scarpe Rosse non attese la risposta e mise in moto. Il motore tossì. Il fumo del tubo di scappamento si aggiunse alla nebbia che aveva invaso la piazza.
Rei rimase fermo alcuni secondi, il braccio alzato nel tentativo di afferrare la portiera del veicolo come un naufrago che cerca di agguantare un relitto.
Quando lo riabbassò, era rimasto completamente solo.
Rimase immobile alcuni secondi. Il freddo e l’umidità si erano intensificati come se, andandosene, il chiosco avesse portato via gli ultimi residui di calore e luce.
Rabbrividì, cercò di contenersi e non ci riuscì.
La piazza, impregnata di nebbia, sembrava essersi ingrandita. Le zucche intagliate appese ai muri invisibili delle case, e che prima erano sembrate ridicolmente spaventose, ora apparivano spettrali.
Rei si sorprese ad aguzzare le orecchie, come in attesa di un pericolo senza nome. Quello spazio era ampio, troppo ampio. Le braci del falò crepitavano spegnendosi, simili a un informe bestia dai mille occhi rossi.
Prima di rendersene conto, Rei stava tornando sui suoi passi, diretto alla stazione.
Halloween. La festa degli spaventi. La festa della fine dell’anno agricolo. Quando si tirano le somme e si vede se il contadino ha (fatto il bravo). Il tuo peccato ti troverà. 
Accelerò il passo e, dopo aver imboccato il viale, si sentì rinfrancato.
Era solo un buco di Paese d’Ottobre dove la gente andava a letto presto.
D’accordo, non c’erano alberghi e nessun treno sarebbe passato di lì per molte, molte ore, tuttavia...
Avvertì l’impulso di guardarsi alle spalle e vi resistette (Non ti voltare indietro).
... tuttavia era nell’era digitale e della globalizzazione. Bastava prendere un cellulare e chiamare... be’ chichiamare lo avrebbe deciso dopo.
Mise una mano in tasca.
Il telefonino era sparito.
L’imprecazione morì sul nascere. Era arrabbiato, sì,  e questo in qualche modo dava alla faccenda una parvenza di normalità, ma era soprattutto spaventato.
Si frugò addosso freneticamente, poi gli venne in mente.
Il tizio vestito da diavolo, quello che gli aveva buttato il fumo in faccia. Si era limitato a soffiargli addosso? O non gli aveva anche dato una spinta?  E lo zombi che gli aveva mollato la pacca? Quello lo aveva senz’altro toccato.
Una campana suonò.
Un suono liquido, prolungato, che viaggiava nell’aria grigia come un uccello spaventato.
L’Ave Maria.
Suo malgrado, Rei non poté evitare di ricordare un cartone animato che aveva visto da bambino: “Fantasia”. In uno degli episodi una montagna si mutava in un diavolo gigantesco che presiedeva a un sabba; la festa infernale proseguiva finché, al mattino, il suono delle campane e il sorgere del sole non vi ponevano fine. Per giorni, in seguito, aveva avuto gl’incubi. Sapeva che alla notte seguiva il giorno, ma anche che la notte sarebbe tornata, e tornata, e tornata...
Riprese a camminare, ancora più veloce.
Il suono delle campane si spense, divorato dalla nebbia.
Ai suoi lati, i mascheroni luccicanti delle zucche sogghignavano.
C’era la stazione, laggiù (“laggiù” dove, esattamente? Non gli era sembrato così lontano quel “laggiù”, quando aveva percorso la strada nell’altro senso). Era aperta – non c’erano lucchetti – e, senza dubbio, c’era un telefono pubblico. Non ci aveva fatto caso perché chi fa più caso ai telefoni pubblici nell’epoca dei cellulari, ma questo non significava che mancasse. E in ogni caso era un posto chiuso riparato da...
Vide la sagoma davanti a lui.
Fu sul punto di scoppiare in un riso isterico. Forse quella era davvero una festa di risa e spaventi e, alla fine, la causa del suo terrore (ma sì, chiamiamolo col suo nome, una buona volta: paura) non era altro che.
Un gatto.
Un grosso, normalissimo gatto nero seduto davanti a lui, la coda acciambellata, le zampe composte, gli occhi gialli che catturavano e moltiplicavano la scarsa luce della via.      
Rei fece un passo verso di lui.
«Sciò, gatto».
L’animale non si mosse.
Rei mosse un altro passo, battendo il piede per terra.
Il gatto rimase dov’era.
Be’, peggio per lui. Rei non doveva far altro che tirare dritto e magari mollargli una pedata.
Anzi, meglio di no.
«Può saltarmi addosso» disse «Può sentirsi aggredito e balzare, mirando agli occhi. Ho sentito che i gatti lo fanno. Magari ha la rabbia».
Ma la prendevano, la rabbia, i gatti? Non lo sapeva. Avrebbe controllato su internet, se avesse avuto il cellulare. Il riso gli affiorò alle labbra ed era decisamente isterico.
Il tuo peccato ti troverà.
Oh andiamo, quale peccato! Aveva solo viaggiato senza biglietto!
Lanciò un urlo e spalancò le braccia.
Il gatto lo guardò con degnazione, poi si leccò una zampa.
Bastava girargli al largo. Quella bestiaccia era furiosa. Aveva già i vermi nel cervello. Molto al largo.
Rei si mosse verso sinistra. Il gatto lo osservò girando la testa, ma non si mosse.
Ecco, bastava camminare sul lato opposto della strada.
Senz’altro il gatto considerava la strada suo territorio (specie dopo l’Ave Maria). Erano territoriali i gatti? Be’, quello sì. Dopotutto era rabbioso.
Rei si chiese se la bestia lo stesse tallonando, tuttavia, di nuovo, non si voltò.
Davanti a lui il viale principale sprofondava in una strada secondaria. Laggiù c’erano meno zucche luminose. Improvvisamente, Rei si rese conto di non aver visto lampioni. Aguzzò la vista senza scorgerne. Non voleva dire nulla. Forse in quella sera li spegnevano per far brillare meglio le lanterne sagomate. Fu sul punto di guardarsi tutt’intorno, ma non lo fece. Avrebbe dovuto voltarsi indietro.
Raggiunse il marciapiedi opposto.
Ecco, poteva bussare a una porta e chiedere di farlo entrare perché era inseguito da un gatto mannaro. O era il gatto mammone? La lanterna appesa all’ingresso della casa più vicina sembrava chiederglielo pur conoscendo già la risposta. Una risposta rosso sangue, con zanne aguzze e occhi triangolari e fiammeggianti.
All’ultimo secondo Rei imboccò la strada secondaria.
L'avrebbe seguita e, alla svolta successiva, girato a sinistra: in quel modo sarebbe arrivato alla stazione.
L’eco dei suoi passi lo tallonava come... come niente. Il gatto non lo stava seguendo. Nessun gatto, per quanto folle, lo avrebbe fatto. E lui non si sarebbe voltato per sincerarsene.
Senza preavviso, la via si aprì in uno slargo. Non proprio una piazza, quanto un’area aperta più vasta della strada su cui si affacciava, illuminata da uni lampione malaticcio.
Rei sentì che il suono dei suoi passi cambiava e si accorse che l’asfalto era stato sostituito da ciottoli infissi nel selciato. 
Alzò la testa e vide il lampione: una grossa lampada malandata appesa a un edificio più alto degli altri che si rivelò essere una chiesa.
Ecco, quello era il posto giusto: una chiesa. Il miglior rifugio contro...
Be’, però era malandata.
Era cadente, per essere precisi.
L’architrave era sbeccata e, in più punti, coperta da festoni di ombre e colate di antiche incrostazioni. 
Sempre tenendo la testa sollevata, Rei si avvicinò.
Il nome del santo (non era Santa Cucurbitacea, dopotutto) era mezzo cancellato. BA... ...S ... T... DICAT...
San Giovanni Battista, sicuro. Probabilmente era l’unica chiesa del circondario dotata di battistero.
Rei tentò il portone, che sbatacchiò, ma resistette. Era certo che non ci fossero chissà quali tesori, dentro, tuttavia, con la crescente secolarizzazione e la diminuzione delle vocazioni, la maggior parte delle chiese di campagna era chiuso per la maggior parte del tempo. Facile che non ci fosse nessun prete, in paese.
Scosse ancora il portone. Avrebbe ceduto, se ci fosse messo d’impegno. Poteva passare la notte lì. Non era la stazione, ma sarebbe stato lo stesso. Anzi, forse sarebbe stato meglio. Non aveva intenzione di far nulla di male. Cercava solo un rifugio per ... la notte. Avrebbe fatto il bravo.
Provò ancora.
BA... S...T.
Bast.
Non era una divinità egizia?
Una dea teratomorfa, con la testa a forma di...
Si voltò.
Il gatto era dietro di lui.
Stava seduto al centro della piazza, ben visibile nella luce del lampione, come un grumo di tenebra solida, a parte gli occhi gialli e fiammeggianti.
Si leccò le labbra, facendo scintillare le zanne.
Rei tentò un’ultima volta di forzare il portone.
Forse quello non era il tempio di Bast, ma non faceva differenza, per lui
Le porte della chiesa gli erano chiuse.
Non aveva fatto il bravo.
E il suo peccato l’aveva trovato.
Strisciando con la schiena contro le mura dell’edificio, Rei scivolò verso l’estremità opposta della piazza.
Il gatto si alzò in piedi.
Rei continuò a fissarlo mentre percorreva il perimetro dello slargo.
Il gatto lo fissava senza muoversi.
Per un attimo, Rei pensò di svellere uno dei ciottoli e tirarglielo, ma scartò l’idea. Sembravano ben infissi per terra. Si accorse che, spostandosi in quella direzione, stava sì riguadagnando la via, ma dalla parte opposta rispetto a quella da cui era venuto, cioè puntando verso la fine del paese e la campagna. Si fermò.
Il gatto miagolò.
Rei riprese ad avanzare, sempre fissando l’animale.
A un certo punto la sua mano incontrò il vuoto e lui udì un lento scorrere di acqua. La via proseguiva per un po’, poi diventava senz’altro un viottolo che si perdeva nelle campagne. C’erano delle rogge e il rumore che sentiva era senza dubbio una di quelle.
Si girò e guardò la strada davanti a sé.
Proseguiva per un centinaio di metri al massimo, poi la luce dei mascheroni finiva e iniziava l’aperta campagna.
Come aveva immaginato, c’era un fosso che segnava il confine dell’abitato: ne indovinava lo scintillio alla luce rossastra delle ultime zucche, appese al corrimano di un ponte.  Oltre, nebbia e buio.
Il terrore, ormai prossimo a tramutarsi un panico, invase Rei.
Doveva proprio perdersi nei campi e finire chissà dove? Avrebbe potuto cadere nel fosso, essere investito da un’auto, o, o, o...
Prima di accorgersene si era voltato.
Stavolta il gatto lo stava seguendo.
Solo che era grande come un cane.
Avanzò verso Rei con passo tranquillo.
Rei urlò, ma riuscì solo ad emettere un sibilo strozzato. Pur nel terrore assoluto che gli aveva invaso la mente, riuscì a stimare le dimensioni della creatura: era grande come un pastore tedesco.
Il gatto sibilò.
Non era un ruggito da pantera – la parte razionale del suo cervello, la stessa che stava per suggerirgli che quello era un animale da circo fuggitivo, gli ricordò che i grandi felini, in gola, hanno dei piccoli ossi che permettono loro di ruggire, mente i gatti ne sono privi.
Era un normale soffio di gatto.
Normale, a parte le dimensioni.
La bestia raspò con la zampa.
Non gli andava che Rei si fosse fermato.
Voleva giocare, come coi topi.
Rei scappò.
Raggiunse il ponte in un turbinio di nebbie, tacchi che battevano sul cemento, bagliori rossastri di zucche, poi tenebra e fumo.
Ci volle un bel po’ prima che l’adrenalina scemasse e lui riuscisse a rendersi conto che stava calpestando non più l’asfalto, ma il terriccio. Il cuore sembrava volergli uscirgli dalle tempie a costo di romperle.
Stava rallentando.
Non era un atleta: non avrebbe potuto mantenere quel ritmo ancora per molto: c’erano state troppe cene e troppo poche sessioni in palestra: non avrebbe potuto correre ancora a lungo.
E poi, fuori da quel maledetto paese, senza zucche intagliate, buzzurri mascherati da mostri e chiese mascherate da templi, tornava a farsi strada, in lui, l’idea che non dovesse correre.
Aveva visto, certo.
Ma esisteva anche una cosa chiamata suggestione, e altre chiamate allucinazioni. E poi non sentiva niente, alle sue spalle.
Che fosse un gatto (ed era un gatto) o un animale di qualche genere, se avesse voluto lo avrebbe raggiunto.
E invece eccolo lì. Rei rischiava di morire di infarto, ma non (non ti voltare indietro) divorato da... il tuo peccato ti troverà.      
C’era scritto nella Bibbia di non voltarsi indietro. Era... sì, era successo alla moglie di Lot.
Si accorse che cominciava a sbandare e che le sue gambe erano percorse da crampi simili a frustate elettriche. Avvertiva un dolore al fianco e, gli pareva, anche al braccio sinistro. E quella non era un’allucinazione.
La moglie di Lot era diventata sale. Era accaduto mentre scappava da Sodoma o Gomorra. 
Gli sembrò che la nebbia si diradasse e, in lontananza, udì il rombo incostante dell’autostrada nelle ore notturne.
Era scritto nella Bibbia e, da qualche parte c’era scritto anche che il tuo peccato ti avrebbe trovato. 
Diamine, non aveva fatto niente. Ok, forse non era il migliore degli uomini, ma, tutto sommato, aveva fatto il bravo.
Certo, aveva fatto il bravo e, se aveva combinato qualcosa, si poteva pur sempre fare ricorso.
Incespicò.
Decisamente, il dolore al fianco non era un’allucinazione.
Non aveva fatto niente, maledizione.
Aveva solo viaggiato senza biglietto!
Si voltò.
La sagoma che avanzava nella foschia non era una pantera e neppure una tigre.
Nessun felino era mai stato così grande.
Quell’incubo in forma di gatto nero era grande come un cavallo.
E tuttavia, prima che la tenebra invadesse la sua anima, Bernardo Rei si chiese se fosse scappato e avesse corso ancora e se ancora si fosse voltato, quanto quell’essere avrebbe potuto diventare grande.

9 commenti:

  1. Un bel racconto proprio adatto al clima di paura da notte di Halloween.
    Molto ben condotto nelle varie fasi di incontri nel paese che piano piano ci fanno assaporare il crescente terrore del protagonista.

    RispondiElimina
    Risposte

    1. El gatt ch’el diventa(v)a grand com’un ca(v)al.
      Erano anni – letteralmente – che cercavo di dare forma narrativa a questa storia.
      La prima volta che la udii fu da un mio prozio. Le altre volte da mia nonna.
      Nessuno mi ha mai raccontato cosa succede dopo che il gatto è diventato grande come un cavallo e, ovviamente, negli anni ho ipotizzato diverse versioni del racconto in cui “incocciavo” nel quesito. In realtà, credo che nessuno lo sappia.
      Alla fine credo di essere giunto alla conclusione che la risposta stava nella morale del racconto, morale che è... “non fare tardi la sera”.
      Faccio una breve digressione sulla morale.
      Secondo me la morale nei testi deve essere semplice e la sua condivisibilità non deve assurgere a parametro di qualità del racconto.
      Insomma, oggi - spero – nessuno pensa che se uno fa tardi la sera e gli capita qualcosa di brutto “se l’è meritata” (al netto evidentemente di comportamenti lesivi degli altri).
      Credo però che la vicenda pura e semplice così come ricostruibile dalla successione degli eventi, vale a dire: “se fai qualcosa di sbagliato può capitarti qualcosa di molto peggio di quanto ti aspetti”, vale a dire, in altre parole, il dato di senso avulso dal messaggio etico strettamente inteso, sia tuttora valido.
      In ultima analisi, è una storia di hybris – probabilmente, se non tutte, quasi tutte le storie di paura lo sono.
      Rei (penso che si senta che altro non è che la traslitterazione fonetica di “Ray” Bradbury) ha commesso un’infrazione e (credo che la sua e quindi forse anche la nostra hybris parta da qui) in nome di una certa quale “volontà di potenza” si ribella alle conseguenze.
      Le conseguenze, però, sono molto peggio (e direi assolutamente non proporzionate alla colpa) di quanto immagini.
      Egli finisce in un topos della narrativa dell’orrore cioè il “brutto posto”. Il bello è che glie lo dicono apertis verbis gli striscioni, quando arriva… ma lui, imperterrito, va avanti – e in effetti prosegue in questo atteggiamento fino alla fine, un istante prima di voltarsi per l’ultima volta.
      A questo punto scopre di essere molto più piccolo della storia – e naturalmente del gatto.
      Da un punto di vista etico, se vogliamo, ma non siamo obbligati, possiamo leggere (ci sono alcune proposte lessicali in tal senso) il gatto come il “peccato” che si rivela più grande, delle nostre aspettative, dato che tendiamo inevitabilmente a sminuire l’importanza delle nostre trasgressioni – specie se dobbiamo pagarne il prezzo.

      Elimina
    2. Quando ci si incammina nell'errore, spesso e volentieri si conoscono bene le implicazioni alle quali si va incontro, ciò nonostante si prosegue imperterriti cercando di sminuirne le conseguenze con giustificazioni che alla luce del poi potranno apparire puerili.
      Questo è quanto capita al nostro protagonista che, nonostante gli avvertimenti, prosegue in quell'ambiente che si presenta oscuro e pauroso: sì, perché sempre la strada del vietato, cioè del male (almeno una volta, oggi nei generi divulgativi il male viene esaltato e risulta spesso vincente) appare buia e pericolosa.

      Oggi che la tracotanza viene esaltata ben vengano i racconti di paura a richiamarci all'osservanza dell'etica. Ottimo racconto davvero, Rubrus, e sono lieta che parta da lontane memorie. Oggi come oggi, con le tragedie in atto, ci rendiamo conto quanto mantenere salde le tradizioni sia importante. Difendiamo i nostri campanili finché siamo in tempo, mi verrebbe da dire.

      Elimina
  2. Brr...Proprio un bel racconto nel suo genere! Fernanda

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ciao e ben ritrovata. Lieto ti sia piaciuto.

      Elimina
  3. Un racconto di pura fantasia per gli amanti del genere.
    Come a dire che io, abituato alla saggistica, non mi sento trascinato.
    Si dirà < e tu allora perchè l'hai letto. Ti saresti risparmiato dubbi e scrupoli >.
    Insistendo, potrebb'essere una storia per ragazzi cresciutelli?
    Gli ingredienti ci sono tutti, come in tutte le storie surreali: lo srotolarsi dell'assurdo e del mistero, quel tanto di illogicità coinvolgente, l'inesistenza di un mondo che mai s'andrà ad incontrare, i personaggi inquietanti.
    In conclusione un viaggio onirico nel nonsense, un limerick che lascia scontenti e scontrosi al risveglio...
    La forma, eccezionale su tutto.
    Siddharta

    RispondiElimina
  4. Al contrario, senza abdicare ai propri gusti, è bene gustare altri piatti. Poi, formalmente, basta che la storia avvinca. A proposito di "forma" riporto paro paro una risposta che ho dato, circa questo racconto, a un'osservazione circa il criterio che ho usato per la divisione in capoversi. Sull'andare a capo. Anche lì tendo semplicemente a seguire l'analisi del periodo così coe me l'hanno insegnata alle medie inferiori.

    Se si passa da un concetto - o da una scena - ad una completamente diversa, vado a capo. Cioè, uso il punto di seguito quando l'argomento del capoverso prosegue anche se il periodo è finito, se invece cambio argomento vado a capo.

    Poi ovviamente uso i capoversi anche per isolare elementi narrativi che voglio siano evidenziati, questa volta contravvenendo alle regole, anche se cerco di limitare il più possibile questa libertà.
    Esempio: "Fu sul punto di scoppiare in un riso isterico. Forse quella era davvero una festa di risa e spaventi e, alla fine, la causa del suo terrore (ma sì, chiamiamolo col suo nome, una buona volta: paura) non era altro che.
    Un gatto.
    Un grosso, normalissimo gatto nero seduto davanti a lui, la coda acciambellata, le zampe composte, gli occhi gialli che catturavano e moltiplicavano la scarsa luce della via".
    Qui, il primo capoverso contravviene alle regole della sintassi. Non si chiude un perido con "che" e punto fermo. Che... cosa?. Al massimo, ci vogliono i puntini di sospensione - che tra l'altro non amo.
    Tuttavia, mi sono preso la licenza di mettere il punto fermo perchè volevo che le parole "un gatto" risultassero con la maggior evidenza possibile, rispecchiando la sopresa di Rei_ è inquieto, anzi, è spaventato (ho appena fatto in modo che lui stesso fosse costretto ad ammetterlo e allo steso tempo ho usato la parola "paura" per la prima volta, renendone partecipe il lettore) ed ecco... BAM! arriva la causa del suo spavento un gatto! Eh? cosa? Un gatto? Aspetta, ne siamo sicuri? Ripreso fiato, si cambia ritmo e si parla, nel periodo sotto, del gatto. Come è fatto?

    Insomma, se devo violare anche solo le semplici regole della grammatica, dell'analisi logica e del periodo, ci penso. Forse è l'unico caso in cui penso sul serio allo stile. A mio parere, specie a livello dilettantesco, come il mio, grammatica, analisi logica e analisi del periodo, insomma, gli insegnamenti delle scuole dell'obbligo, possono far le veci di quasi tutti i manuali di scrittura. Poi, se hai ben chiaro cosa dire (al lettore puoi rivelarlo per gradi, anche essere criptico, ma tu devi averlo ben chiaro) le parole e il modo in cui disporle vengono da sè: rem tene, verba sequentur.

    RispondiElimina
  5. Verso la fine del racconto un po' di inquietudine mi è arrivata manifestandosi in movimenti meccanici di alleggerimento di una tensione che andava via a via aumentando. Quando ero piccola mi dissero di San Pantaleone che compariva di notte mentre svoltavi nei vicoli poco illuminati.Per sfuggirgli oltre a correre dovevi recitare una sorta di cantilena che stranamente combaciava col rumore delle scarpe sui sanpietrini.
    Bel racconto Rubrus.

    RispondiElimina
  6. Ohibò, un santo che diventa figura inquietante: davvero l'inventiva popolare non ha limiti. Quando al crescendo l'idea era di passare dal "seccante" (l'essere buttati giù dal treno) al "bizzarro" (il paese) al "sinistro" (la piazza che si svuota) al pauroso vero e proprio. Ci voleva un po' e per questo il racconto è un po' lungo.

    RispondiElimina