mercoledì 5 ottobre 2016

Post it di Rubrus - Scerbanenco

Guardò l'uomo anziano, non molto anziano. non doveva avere ancora sessant'anni. 
G. Scerbanenco - I Milanesi ammazzano al sabato - Grazanti - 1969
Ok, diciamolo: oggi i sessantenni si infurierebbero a sentirsi definire "anziani", anche se non "molto". E poi l'Amanzio Barzaghi, il protagonista, di anni non ne ha ancora sessanta. Questo per dire che la narrativa popolare ci dice, sul proprio tempo, forse anche perchè gli autori non stanno lì a pensarci troppo sopra - o, se lo fanno, gli autori non gli permettono di scriverlo - un sacco di cose che la letteratura impegnata omette e fraintende.
Quel "non molto anziano" è senz'altro apparso spontaneo a Scerbanenco perchè per lui, e per gli italiani di 47 anni fa, era così. Per noi no, ma per loro sì, e se vogliamo capire come l'Italia è cambiata, ebbene è un dato da non trascurare.

Poi il romanzo ci parla di una Milano del boom - anzi del post boom, nel '69 il miracolo economico è già finito da un po' - che ha ben vivo - ma già sta diventando memoria (e diventerà leggenda) - il ricordo di una perduta dimensione provinciale; una città che ci pare oggi caricatura o idillio (si confronti Scerbanenco con i gialli di Crapanzano, scritti oggi, ma ambientati nella Milano di allora) ma non più "vera".  Lo stesso dicasi per i milanesi che ammazzano il sabato perché durante la settimana devono andare a bottega. Lo stesso dicasi per la storia, che, al di là delle forme smussate o che oggi ci appaiono tali (siamo comunque ben lontani dal pulp), è comunque sordida, dura, come potrebbe esserlo una di oggi. Tuttavia, di fronte a questa storia certo non edificante sta uno scarto etico, seppure sconsolato, più marcato di quello che troveremmo, o ci aspettiamo di trovare, in una storia di oggi. Ecco, forse questo è il più triste portato del passare degli anni: l'assuefazione. 
Un autore da ripescare.

5 commenti:

  1. Con Scerbanenco dovrebbero infuriarsi anche le donne giovani, senti cosa dice in “Conoscerei scopo matrimonio”:
    “Gli anni di Arabella passavano in fretta, era già vicina ai venticinque e non si era ancora sposata. Suo padre le ghignava in faccia e ghignava in faccia alla moglie…”
    Negli anni cinquanta la vita era più breve e tutti invecchiavano più in fretta. Oggi le lancette della vita si sono spostate di almeno dieci anni in avanti.
    In quanto a Scerbanenco sono d’accordo, è uno scrittore da rivalutare, anche se nella sua immensa produzione, non tutto brilla. Su letteralmente ho postato tre racconti presi da Calibro9. La migliore delle sue raccolte di racconti.
    Per quanto riguarda l’altro scrittore milanese, direi che proprio non ci siamo. Crapanzano conosce bene la Milano dei temp indrè, soprattutto quella intorno ai Bastioni di Porta Venezia, è affidabile nei ricordi, ma in quanto a stile è rimasto al livello della Carolina Invernizio. Ha uno stile scolastico, antiquato e imbastisce trame insulse. In buona sostanza si capisce che per tutta la vita ha fatto un altro mestiere. Insomma, da quando Mondadori lo ha scoperto e lo ha prelevato dalla piccola casa editrice Genovese, la Frilli se non ricordo male, ha riscosso un discreto successo, forse per la sua semplicità e il suo stile retrò, tuttavia a me continua a non piacere.

    RispondiElimina
  2. Sì era la Frilli. In realtà la scelta stilistica di Crapanzano ha un suo perchè e le sue ragioni, a mio parere anche valide. Se scrivesse così (cioè con quello stile) della Milano di oggi non sarebbe proponibile. Sarebbe anacronistico. Crapanzano però scrive della Milano "dei bei tempi andati" (erano proprio così? ho qualche dubbio perchè, malgrado parli di delitti, il mondo è nel complesso troppo "rose e fiori") e quindi lo stile è congruente con la premessa (mondo vagheggiato, quasi una falsa memoria, almeno in parte) e anzi si pone al servizio di essa accentuando la visione "edenica" e nostalgica di un tempo lontano. Mettendo lo stile al servizio della storia, da questo punto di vista Crapanzano fa una scelta assai azzeccata che, come spesso accade, i lettori percepiscono, magari non del tutto consapevolmente, i critici, che si incaponiscono sullo stile come una mosca che dà zuccate su vetri, no.

    RispondiElimina
  3. I critici hanno tutto il diritto di occuparsi di questioni di stile, fan el so mistè.
    Io però delle recensioni su Crapanzano non mi sono mai interessato, le mie sono impressioni di lettore qualunque. Secondo me lui scrive così perchè gli viene naturale, sponteneo, non credo proprio sia una scelta editoriale consapevole. Ne conosco tanti che scrivono così, e se dovessi fare i nomi, scommetto che li troversi anche in questo archivio.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. E' proprio quel tono, se non vogliamo parlare di stile, evocativo, celebrativo, commemorativo, che a me infastidisce sempre e comunque. Tu lo chiami mettersi al servizio della storia, a me sembra che faccia soltanto il verso.

      Elimina
  4. mmm... non so se sia consapevole di scrivere "andeghè" (mi pare che, di altro, Crapanzano abbia scritto solo una guida turistica), ma penso che, anche se non lo fosse, l'editor (se non l'editore) glie lo avrà fatto notare e avrà deciso che andava bene - e in effetti viste le vendite ha avuto ragione.
    Peraltro, dalla biografia vedo che Crapanzano ha lavorato nel settore pubblicitario, quindi non credo che sia del tutto digiuno del marketing più adatto a vendere i propri libri. Avrà scelto un pubblico, tendenzialmente di suoi coetanei, avrà scelto un mood nostalgico e il modo a suo giudizio migliore per trattarlo. Vitali pure tratta dei bei tempi andati della provincia e ha uno stile simile, ma è più cattivo verso i propri personaggi, e più agrodolce in generale. La differenza principale tra i due infatti è che Vitali prende in giro le sue storie, Crapanzano no.

    RispondiElimina