domenica 13 novembre 2016

Friedrich Duerrenmatt - La Panne, una storia ancora possibile.

INCIPIT

Ci sono ancora delle storie possibili, storie per scrittori?
Se uno non intende parlare di sé né romanticamente generalizzare, liricizzare il proprio io, se proprio non si sente obbligato a parlare con spietata sincerità delle proprie speranze e delle proprie sconfitte o del proprio modo di fare all’amore, come se l’assoluta veridicità ne facesse un caso universale e non invece, nella migliore delle ipotesi, un caso clinico, psicologico; se invece intende tirarsi da parte con discrezione, difendere cortesemente le proprie faccende private, ponendosi di fronte al proprio tema come uno scultore di fronte alla materia da cui vuole ricavare una statua, lavorandoci e sviluppandosi attraverso di esso, e voglia, come facevano una volta i classici, non lasciarsi prendere subito dalla disperazione, anche se non può certo negare l’assurdo che ovunque viene a galla, allora scrivere diventa un mestiere più difficile, più solitario ed anche più insensato. Un bel voto in letteratura non ha alcuna importanza (chi non s’è preso un bel voto in letteratura e quanti libri raffazzonati non hanno avuto addirittura un premio!), mentre le istanze del giorno si fanno sempre più urgenti. Ma anche qui ci troviamo di fronte ad un dilemma e ad una sfavorevole situazione di mercato.

 Il semplice divertimento l’offre già la vita, alla sera c’è il cinema, nella terza pagina dei giornali c’è la poesia; per una spesa maggiore, ossia, sociologicamente parlando, nella categoria dalle cinquecento lire in su, si pretendono sfoghi del cuore, confessioni, assoluta sincerità appunto: bisogna saper fornire più alti valori, moralità, sentenze di facile applicazione, bisogna negare o affermare qualcosa, ora il cristianesimo, ora la disperazione di moda; insomma, letteratura bell’e buona.
Ma se l’autore persiste nel rifiutare ostinatamente di produrre roba del genere, poiché gli è sì ben chiaro che la ragione per cui scrive va cercata in lui stesso, nella sua coscienza e nel suo subcosciente, nel loro rapporto dosato caso per caso, nella sua fede e nei suoi dubbi, ma è anche del parere che queste cose non interessino affatto al pubblico, che sia sufficiente ciò che egli scrive, crea, rappresenta, che l’unico dovere dello scrittore sia di offrire una superficie allettante e basta, e lavorare con scrupolo soltanto all’abbellimento della superficie, e che per il resto si debba tenere la bocca chiusa, senza far commenti né pettegolezzi? Giunto a questa considerazione, s’arresterà perplesso e sgomento, è inevitabile.
Gli si affaccia il sospetto che non ci sia più nulla da raccontare, prende seriamente in considerazione la possibilità di cambiar mestiere; forse si possono scrivere ancora alcune frasi, ma poi si passa alla biologia per tener dietro almeno col pensiero a quest’esplosione di umanità, ai miliardi d’uomini in continuo aumento, agli uteri in incessante attività o ci si dà alla fisica, all’astronomia, per farci un’idea, spinti da un impulso all’ordine, dell’impalcatura da cui penzoliamo.
Il resto è tutta roba per i giornali illustrati, per il «Life», per il «Match», per il «Quick» o per
«Sie und Er»: il presidente sotto la IO tenda ad ossigeno, il buon Bulganin nel suo giardino, la principessa con quel diavolo del suo capitano, stelle del cinema e volti di gente piena di dollari, roba di facile smercio, non fai a tempo a parlarne ed è già fuori moda.
E accanto a tutto questo la vita di un uomo qualsiasi, occidentale nel mio caso, meglio, svizzero, brutto tempo e congiuntura, affanni e tormenti, sconvolgimenti per pasticci privati, senza alcun rapporto col resto del mondo, con ciò che avviene e non avviene, col dipanarsi delle necessità.
Il destino ha abbandonato la scena su cui si recita e se n’è andato a spiare dietro alle quinte, ha disertato la drammaturgia alla moda, e le malattie, le crisi, portate in primo piano si riducono tutte a banali incidenti.
Anche la guerra dipende dalla possibilità che i cervelli elettronici ne predicano il buon esito, ma si sa, è un caso che non s’avvererà mai, ammesso che le calcolatrici funzionino: matematicamente si possono ormai concepire solo delle sconfitte.
Guai però se qualcuno storpia un calcolo, se manomette un cervello elettronico! Eppure anche questo incidente sarebbe meno penoso della possibilità che una vite s’allenti, una bobina sia fuori posto, un manipolatore dia una reazione sbagliata, la fine del mondo per un corto circuito, per un contatto sbagliato.
Non vi è più un dio che minacci, né una giustizia, né un fato come nella quinta sinfonia; ci sono solo incidenti del traffico, dighe che crollano per errori di costruzione, l’esplosione di una fabbrica di bombe atomiche provocata da un assistente di laboratorio un po’ distratto, incubatrici mal condizionate.
Dentro questo mondo della panne ci porta la nostra strada, al cui margine polveroso, accanto ai cartelloni pubblicitari di scarpe Bally, di Studebaker, TT di gelati, accanto alle lapidi in memoria delle vittime del traffico, s’intravvedono ancora delle storie possibili, nel senso che il volto di un uomo qualunque sembra il volto di tutta l’umanità, una semplice sfortuna diventa involontariamente un fatto universale, si scorgono dei giudici, una giustizia, forse anche la grazia, che fa la sua apparizione per caso, riflessa nel monocolo di un ubriaco...
 

6 commenti:

  1. "Il semplice divertimento l’offre già la vita, alla sera c’è il cinema, nella terza pagina dei giornali c’è la poesia; per una spesa maggiore, ossia, sociologicamente parlando, nella categoria dalle cinquecento lire in su, si pretendono sfoghi del cuore, confessioni, assoluta sincerità appunto: bisogna saper fornire più alti valori, moralità, sentenze di facile applicazione, bisogna negare o affermare qualcosa, ora il cristianesimo, ora la disperazione di moda; insomma, letteratura bell’e buona.
    Ma se l’autore persiste nel rifiutare ostinatamente di produrre roba del genere, poiché gli è sì ben chiaro che la ragione per cui scrive va cercata in lui stesso, nella sua coscienza e nel suo subcosciente, nel loro rapporto dosato caso per caso, nella sua fede e nei suoi dubbi, ma è anche del parere che queste cose non interessino affatto al pubblico, che sia sufficiente ciò che egli scrive, crea, rappresenta, che l’unico dovere dello scrittore sia di offrire una superficie allettante e basta, e lavorare con scrupolo soltanto all’abbellimento della superficie, e che per il resto si debba tenere la bocca chiusa, senza far commenti né pettegolezzi? Giunto a questa considerazione, s’arresterà perplesso e sgomento, è inevitabile.
    Gli si affaccia il sospetto che non ci sia più nulla da raccontare, prende seriamente in considerazione la possibilità di cambiar mestiere; forse si possono scrivere ancora alcune frasi, ma poi si passa alla biologia per tener dietro almeno col pensiero a quest’esplosione di umanità, ai miliardi d’uomini in continuo aumento, agli uteri in incessante attività o ci si dà alla fisica, all’astronomia, per farci un’idea, spinti da un impulso all’ordine, dell’impalcatura da cui penzoliamo.
    Il resto è tutta roba per i giornali illustrati..."

    Trovo molto interessante questa parte, uma sorta di pensieo asintotico che evidenzia come la troppa letteratura (di ogni genere) che ci viene offerta riesca ad allontanarci da essa e dalla lettura stessa.

    RispondiElimina
  2. De "La panne" ricordo la efficace trasposizione cinematografica con Alberto Sordi che, della condanna a morte, è felice poiché coglie in essa la possibilità di una propria forma di dignità e di un un proprio senso.
    Simmetrico a "La panne" è "La promessa" di cui ricordo la versione con Jack Nicholson, che mostra il buono trasformarsi gradualmente in "cattivo" a causa di una ossessione di giustizia.
    Sulla premessa che ora ho riletto sono d'accordo in parte.
    Sono d'accordo sul fastidio verso il "romanticamente generalizzare, liricizzare il proprio io... come se l’assoluta veridicità ne facesse un caso universale e non invece, nella migliore delle ipotesi, un caso clinico, psicologico". A parte il fatto che non credo che l'autobiografismo sia veridico, anzi, reputo che sia una sottile, efficace forma di menzogna, anche a me questo "io agli estrogeni" da solo fastidio. Meglio starne alla larga, ha ragione Durrenmatt.
    Non sono d'accordo su tutta la tiritera che segue sul divertimento. Che poi: " Il semplice divertimento l’offre già la vita..." ... mah, forse in Svizzera, senza contare che questa affermazione sottende una concezione della forme di espressione che mette la letteratura - o certa letteratura - in cima e altre forme espressive in basso, manco fossero fuffa, e questo non mi piace.
    Non sono d'accordo per la semplice ragione che si scrive e si legge per divertimento sia in senso comune sia in senso etimologico, pascaliano, "dis- vertere".
    Se non ti diverti - a meno che tu non sia un masochista - se non trai un qualche vantaggio, una utilità di qualche tipo dallo scrivere, smetti.
    E infatti Durrenmatt di lì a poco si domanda "ma c'è ancora qualcosa da scrivere?". Anche lì, andiamoci piano con gli omogeneizzati per l'ego. Il fatto che qualcuno, o l'autore stesso, non riesca a buttare giù una riga, non significa che altri non ci riescano.
    Il fatto allora che l'autore (Durrenmatt) si domandi se lui ha ancora qualcosa da scrivere è invece domanda sensata. La risposta dipende dalla utilità che egli trae dallo scrivere stesso, utilità che va dal portare a casa la pagnotta al "trovare se stesso" (per usare un'espressione pomposa).
    In questo secondo caso, andiamoci con cautela. Nessuno scrive solo per se stesso, e quest'epoca in cui tutti pubblicano ne è la dimostrazione.
    Quindi, affermare "io scrivo per me" è una mistificazione, un consolatorio autoinganno, un sottile modo di trovare l'approvazione costante del proprio e più importante fan: se stessi.
    Si scrive per gli altri - anche se spesso non si ha il coraggio di ammetterlo - affinché ci diano denaro, stima, attenzione (anche negativa: bene o male, purché se ne parli).
    Non prendiamoci in giro.
    Il linguaggio - e non venitemi a dire che ci scrive non usa il linguaggio - è una forma di comunicazione e quindi ha senso solo se pensata in funzione di un interlocutore, vero o presunto. Diversamente è come pretendere di muoversi cavalcando una scopa: non si va da nessuna parte perché lo strumento è sbagliato.
    Del resto, la domanda di Durrenmatt è retorica. Dopo essersi chiesto "ha senso che io scriva" (che, dopotutto, sono fatti suoi) ha continuato a scrivere. "La promessa" è del 1956 e lui ha continuato a scrivere fino al 1990, un anno prima della morte.
    Tutto il pezzo di cui sopra - come in realtà, secondo me, buona parte delle riflessioni metaletterarie - ha a mio parere un altro senso e un altro significato: è necessario (o quantomeno opportuno, secondo me, io non sono così rigoroso) che in quello che si scrive ci sia un senso, una morale, un significato (un "ordine" per usare le sue stesse parole, che trovo appropriate). Un "perché" di cui narrante e narratore hanno bisogno e quale appunto quello che il protagonista de "La panne" trova nel processo in cui si trova coinvolto.


    RispondiElimina
  3. La domanda che si pone l’autore è chiaramente retorica e birichina.
    Non dobbiamo dimenticare che è scritta in funzione del racconto che segue. E forse temeva che la storia che aveva in mente non fosse abbastanza originale e così ha imbastito tutta questa premessa fatta di riflessioni dotte, alcune condivisibili, altre che non brillano per originalità. Quando l’ho letta ho provato un certo fastidio. Il solito vezzo degli scrittori che si sentono arrivati di dare consigli ai futuri scrittori. Quella falsa modestia e la presunzione di voler dettare la propria ricetta sulla scrittura in genere. E' un atteggiamento molto comune tra gli scrittori affermati. Bene o male in lo fanno un po’ tutti. Da Camilleri a Baricco, da Carofiglio a Pinco pallino, tutti impegnati a dare consigli e fornire sconsigli anche non richiesti e perfino a pagamento. Tutti con in tasca grandi verità da elargire con magnanimità al prossimo. Grazie, grazie, tropppo bbuoni.

    RispondiElimina
  4. Sono pienamente d'accordo con te. E' come se l'autore dicesse: occhio che questo è un racconto con la morale (mica pizza e fichi!) e che un buon racconto (o romanzo) deve avere una morale o quantomeno un ordine. E quanto alla letteratura di intrattenimento, ti riporto questo brano di "La notte del killer" di Dean Koontz, un autore commerciale, da intrattenimento: "La vita è così maledettamente caotica, le cose succedono come capita e sembra che quello che ci accade non abbia il minimo senso. Talvolta il mondo pare una gabbia di matti. La narrativa condensa la vita, le dà ordine. Le storie hanno un inizio, uno svolgimento e una fine. E quando una storia è finita, significa qualcosa, forse non qualcosa di complesso, forse quello che aveva da dire era semplicissimo, magari ingenuo, ma un significato c’era. E questo ci dà speranza, è una medicina".
    Dice la stessa cosa di Durrenmatt, segno che, gratta gratta, non c'è poi tutta 'sta differenza tra letteratura da aula scolastica e narrativa da supermercato. E' solo questione di etichetta.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Letto tutto quanto sopra, mi convinco sempre più dell'avvitamento intellettuale di tanti Autori.
      A forza di masturbarsi mentalmente, scrivono di tutto e il contrario di tutto.
      Insomma degli schizzati nel cervello.
      Una buona terapia psichiatrica a lavaggio dei neuroni partiti per la tangente, e poi sei mesi ad metalla.
      Si raddrizzerebbero tosto, e come pena accessoria l'interdizione perpetua dalle carte letterarie.
      Sid

      Elimina
  5. Vero. A dimostrazione della veridicità di quanto affermi basti rilevare che il "non c'è più nulla da scrivere" lo dice Oddifreddi. Più da ricovero di così...

    RispondiElimina