mercoledì 30 novembre 2016

Henry James e la sua idea del racconto, come genere letterario

In tutto James scrisse 112 racconti di lunghezza variabile dalle 5000 alle 10-20.000 parole, ma solo 52 di essi furono da lui ritenuti degni di essere inclusi nel canone esigentissimo delle “New York Edition”, da lui autorizzata e curata.
La sua concezione del racconto, come genere letterario, organicamente coerente e perfettamente concluso, è definita da lui stesso con esemplare lucidità, in una formula lampeggiante “the idea beautifully developed” (l’idea armoniosamente sviluppata), all’interno del quadro delimitato.
James si è poi preoccupato di distinguere il tale (racconto) dallo short novel (romanzo breve). Vi erano per lui due tipi di narrazione concisa: l’aneddoto (anecdote) e il quadro (picture). Per aneddoto lui intendeva “il racconto di qualcosa che era accaduto a qualcuno”. Esso era pertanto incentrato su un solo personaggio. Quando invece l’aneddoto tendeva, in un certo qual modo, a dilatarsi, a divenire azione drammatica, ossia quando quel qualcosa succedeva non soltanto all’eroe o alla eroina ma coinvolgeva altri personaggi, il racconto si trasformava in short novel.
È la possibilità di divenire azione drammatica, che costituisce secondo James, la discriminante fra questi due tipi di narrativa, ed è al secondo che va la predilezione dello scrittore, anche se egli parlava di tutti i suoi tales, come di una grande famiglia “con tutti i suoi capi, i vari rami e i parenti poveri”
(Giulio De Angelis, 1981)

2 commenti:

  1. 100.000 battute che pressappoco corrispondono a 20.000 parole, oggi sembrano essere il limite massimo per un racconto. L’ultima parola però spetta sempre all’editore, infatti è sempre lui a scegliere l’etichetta più conveniente per il mercato.
    In ogni caso è bene ricordare, sempre a proposito di James, che il racconto Daisy Miller non supera questi limiti, mentre “Il Carteggio Aspern”, e “Il Giro di Vite” considerati in assoluto tra i migliori short novel dell’autore americano, sono lunghi esattamente il doppio. Io non ne farei una questione di numeri, ma a un certo punto mi sembra giusto domandarsi, fosse anche solo per sfizio, quale sia per il racconto il limite minimo e quello massimo.
    E se lasciassimo decidere a l’autore quale etichetta scegliere per la propria opera, senza ricorrere ai numeri e alla matematica, non sarebbe la cosa migliore?
    (frame)

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  2. E' come per l'autovelox. Un limite c'è e c'è anche un margine di tolleranza.
    Comunque il criterio di James non fa altro che applicare il comune buon senso: più cose dici, più scrivi. Ovviamente se c'è un tizio a cui capita una cosa che dura un istante, sarà dura scriverci un romanzo. A rischio di sembrare monotono, ripeto che, secondo me la lunghezza di un testo deve dipendere dal numero delle cose che dici, non dal numero delle parole usate per dirle.

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