martedì 22 novembre 2016

Voli - racconto - Rubrus

Un tempo ti piaceva, il circo”.
“Ma avevo dieci anni”.
“Ne sono passati solo sette”.
“È un sacco di tempo”.
“Solo quando hai diciassette anni”.
Da: “Fatti relativi al ritrovamento…” nella raccolta “In un tempo freddo e oscuro”
Joe R. Lansdale. Pag. 122. Einaudi Editore.  


Vittorio era mio amico perché mi aveva insegnato a costruire gli aerei di carta coi vecchi giornali.


C’erano due tipi di apparecchi: quelli di forma triangolare che, per convenzione, chiamavamo “missili”, e quelli più simili a un apparecchio di vecchio tipo, con tanto di ali e coda.
Tutt’e due preferivamo i secondi, anche se erano più difficili da costruire. In compenso, quando il vento era quello giusto e il lancio era uno di quelli buoni, potevano rimanere in aria a lungo.
Avevamo studiato ogni minima corrente d’aria intorno agli angoli del palazzo e trascorrevamo ore a discutere quale carta usare per costruire apparecchi che andassero più lontano o rimanessero per aria più a lungo o filassero più veloci.
Ogni anno, quando c’incontravamo durante le vacanze, passavamo interi pomeriggi a lanciarli nel cortile e quei giorni parevano lunghi quanto l’intera estate o forse quanto la vita intera.
A volte mi piace credere che fosse davvero così.   
Un giorno, Vittorio mi disse che, a tempo, si sarebbe arruolato in aeronautica.
Non mi stupii, ma non dissi nulla. Dei due, ero io il più vecchio, anche se di un paio d’anni. Se pensate che siano pochi vuol dire che avete dimenticato come sia avere dodici anni.
A quattordici anni puoi guardare i film che a tredici ti è proibito di vedere, a quattordici anni cominci a pensare al motorino, a quattordici anni puoi scegliere (ragazzi, scegliere, non so se rendo l’idea) se andare a scuola o no, a quattordici anni le ragazze non sono più degli strani esseri da tenere alla larga o da prendere in giro.
A quattordici anni, insomma, cominci a mettere i piedi per terra, mentre volare, soprattutto con la fantasia, diventa un po’ più difficile. Non tanto, solo un po’. Ma è l’inizio.
Vittorio però tenne duro e, quando ebbe l’età giusta, si iscrisse davvero all’accademia aeronautica.
A quell’epoca avevo già smesso di trascorrere le vacanze al paese, e avevo già cominciato a cercare altrove la magia dell’estate, magari in qualche posto esotico appena oltre la linea di un orizzonte sempre più lontano.
Penso che, per gran parte della nostra vita di adulti, anche se segretamente, non facciamo altro.
Seppi che, durante le ferie, Vittorio faceva qualche lavoretto in fonderia.
Quando pensavo a lui – cosa che, col passare del tempo, mi accadeva sempre più di rado, senza che quasi me ne accorgessi – mi piaceva credere che, anche se non giocavamo più con gli aerei di carta, almeno lui avrebbe volato sul serio. Un volo vero, non come i viaggi in charter che ogni tanto mi capitava di fare.
Qualche anno dopo mi dissero che Vittorio aveva avuto un piccolo incidente.
Nulla di grave, in realtà, anche se avrebbe potuto esserlo. Una scintilla partita da un tornio era schizzata via di colpo, con una parabola insolitamente lunga ed ellittica. Vittorio aveva appena finito il turno e si era levato gli occhiali, così la scintilla l’aveva colpito in un occhio. Gli avevano salvato quasi tutta la vista, ma non avrebbe mai potuto pilotare un aereo.
Uno dei soci della fonderia era un pezzo grosso in paese, così, per evitare rogne, gli aveva trovato un posto come messo comunale e, insomma, la faccenda era andata a posto.
O forse no, ma non ci si poteva fare niente lo stesso e quindi era inutile pensarci.
Io, per molti anni, non lo feci.
Sono passate molte altre estati, da allora e, chissà perché, mi sembrano sempre più brevi.
La prossima è ancora lontana, ma ancora non mi sarò abituato al suo arrivo che già le foglie cominceranno a ingiallire sugli alberi.
È inverno, adesso, e un gruppo di bambini intabarrati sta giocando in cortile. Il regolamento condominiale lo vieta e, improvvisamente, mi accorgo che c’è stato un momento, nel passato, a partire dal quale abbiamo usato sempre meno i cortili, le aie, le strade…
Li chiamo e quattro di loro mi si avvicinano, con la testa bassa di chi sta per essere rimproverato.
Ho in tasca la brochure di una finanziaria e, di colpo, quella carta mi sembra adatta, perfetta.
Comincio a piegarla e le mani paiono muoversi da sole, come se la memoria fosse fuggita dal cervello per andare a nascondersi nelle dita, mentre tutti i ragazzini si sono riuniti e mi osservano.
L’aereo è pronto e, prima che me ne renda conto, lo scaglio in alto con un gesto sciolto, elegante, come se la mia spalla non avesse mai avuto bisogno di linimenti, massaggi o pomate.
Il vento che è arrivato all’improvviso è quello buono, quello giusto. Afferra l’aereo, lo fa volteggiare, girare e lo porta via, lontano, fuori dalla vista.
Penso che potrebbe volare per sempre.  


6 commenti:

  1. Che bello sarebbe se avessimo sempre questa disponibilità verso i ragazzi. Quanto gli farebbe bene, e anche a noi. A volte accade, e allora si crea la magia del ricordo e nel ricordare si annulla il tempo e si rivivono i momenti come presenti. Un racconto piacevolmente delicato.

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    1. Purtroppo ho notato che verso i bambini si tende ad essere o troppo intolleranti o troppo permissivi. Una volta, secondo me, si era più equilibrati, forse perché le differenze tra le età dell'uomo erano più nette.

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  2. Mentre sono impegnato nel noioso calcolo delle spese d'affitto degli inquilini, mi sono preso una pausa per leggere il breve racconto di Rubrus.
    E come sempre mi capita in questi casi, ho piantato lì la calcolatrice e d'impulso mi son messo a vergare queste righe.
    Perchè i ricordi d'infanzia sono sempre vividi anche quando si hanno 92 anni, la vista debole, la chiusa vitale a breve.
    Sì, anch'io preferivo i modellini di carta di aerei vecchio tipo, con le pagine strappate di nascosto dai quaderni.
    Con tanto di alettoni e coda staccabile.
    Costruzioni semplici, poi regolarmente ereditate dal mio figliolo, insieme a barchette e mitragliatrici al talco.
    Oggi certo rifiutate dalle nuove leve, abituate a giocattoli prefabbricati sofisticati.
    Costruire aerei di carta sì, ma volare no: mi è bastata l'esperienza giovanile su un piper traballante per chiudere con l'aria...
    La pubblicazione in lettura incontra appieno i miei gusti letterari.
    L'amarcord, il testo contenuto, soggetto-verbo-complemento oggetto senza tanti ghirigori dispersivi, la forma al solito controllatissima, a memoria che esistono ancora ortografia, grmmatica e sintassi, queste sconosciute al mondo d'oggi.
    E soprattutto il tempo: ho impiegato più minuti a scrivere questo commento che a leggere la storia: per me un trionfo di concisione.
    Ottima/mente, Siddharta.

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    1. E' una storia semplice, quindi ho usato parole semplici.

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  3. Essì, a quattordici anni, per molti della mia generazione, cambiava radicalmente la vita. Si passava dai pantaloni corti a quelli lunghi. A me successe di mettere la tuta e di prendere contatto con il mondo del lavoro. Il tornio è la macchina utensile principe, non emette scintille, ma trucioli affilatissimi e ad alta temperatura che possono provocare ugualmente gravi danni, soprattutto agli occhi. E per quanto riguarda gli areoplanini di carta, la seconda forma, quella più complessa, non ho mai imparato a farla. Gli origami non fanno per me. Io ero un patito della cerbottana. I bussolotti, sono più semplici da fare.
    Bella l’atmosfera che hai ricreato con poche pennellate e bello il racconto nel suo insieme.

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    1. Non è difficile: ci riesco persino io! Con le barchette di carta, invece, non sono capace, ma più che altro perché affondano subito e non mi ci sono mai applicato.

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