mercoledì 14 dicembre 2016

Bruno non correre - frame - racconto


Là dove sono nato e al tempo in cui quasi tutto il mondo non andava oltre i confini della mia cascina, Bruno era il bambino più alto e robusto di tutta la corte ma, nonostante la sua faccia rubiconda e il suo aspetto florido, tutti pensavano che fosse malato.
A ricordarci costantemente che Bruno era diverso, provvedeva personalmente sua madre Caterina: una donna energica e severa che non lo perdeva mai di vista neppure per un momento e che lo ammoniva costantemente a non correre, a non sudare, a non stancarsi e lo supplicava di non farsi del male. 
«Brunoooooo… Brunoooooo, non correre, non toglierti i guanti, mettiti il cappello, copritiiii…»
Quella mamma così premurosa, minuta e gracile d’aspetto, era in grado all’occorrenza di emettere urla tanto acute e laceranti, da far trasalire e accapponare la pelle ai malcapitati che si trovavano nei dintorni. Il suo grido di richiamo spaventava animali ignari nelle stalle, sparpagliava quelli sull’aia, metteva subbuglio nelle stie, nei pollai, nelle gabbie e raggiungeva il figlio in qualunque posto egli si trovasse in quel momento.
Bruno non poteva tirare due calci al pallone, senza che sua madre se ne accorgesse e lo obbligasse a rientrare in casa per cambiare la maglietta bagnata di sudore. Egli ubbidiva di solito senza protestare ma talvolta, caparbiamente, pur di non sottrarsi al gioco, s’improvvisava arbitro per correre di meno o si rassegnava a fare il portiere, ruolo di solito riservato ai più scarsi e pertanto umiliante per uno che ci sapeva fare con i piedi. Se giocavamo agli indiani, lui era Toro Seduto e a cavalcioni del muretto di cinta comandava gli assalti ai visi pallidi. Se invece ci sfidavamo a ruba bandiera, lui era quello che teneva il fazzoletto in mano e gridava i numeri. A nascondino non si allontanava mai dalla tana, non saltava la corda o si limitava a farla girare.
Bruno inoltre non poteva andare al fiume a pescare o fare il bagno nelle rogge, e quando in paese arrivavano le giostre non saliva mai sul calcinculo e nemmeno sull’autoscontro; inoltre non spigolava nei campi di granoturco e soprattutto doveva rinunciare al suo gioco preferito: il salto della cavallina.
Nonostante la madre glielo avesse proibito severamente, Bruno non resisteva alla tentazione e talvolta si buttava con vigore nella mischia, sopportando sulla possente schiena anche due di noi contemporaneamente.
Non ricordo di avere mai visto Bruno ammalato, perlomeno non più di tutti gli altri bambini, ma le attenzioni della madre nei confronti del suo unico figliolo non cessavano, anzi, col tempo le sue preoccupazioni parevano aumentare, fin quando le uscite di Bruno in cortile si fecero sempre meno frequenti e tutti smisero di considerarlo uno della banda.
Nonostante i timori della povera donna e forse anche grazie a tante premure, Bruno crebbe sano e forte come un toro, tanto che all’età di quattordici anni, terminate con scarso profitto le scuole dell’obbligo e solo dopo grandi ripensamenti, si rassegnò anche lei all’evidenza e si convinse che suo figlio fosse pronto per il lavoro.
E Caterina, con buona pace degli abitanti della fattoria, animali compresi, smise d’incanto di gridare. Ormai la donna appariva di rado anche in cortile ma, sul fare della sera, in qualunque condizione di tempo e molto prima che la corriera arrivasse in paese, usciva dal portone della cascina e non rientrava sin quando non vedeva apparire in fondo alla strada bianca, la sagoma di suo figlio in bicicletta.
Dopo qualche mese però, un giorno d'inverno come tanti, uno di quelli che dalle mie parti inizia persino con un raggio di sole per poi immergersi in una nebbia tanto fitta che sembra di stare tra le nuvole, insomma, un giorno qualunque della settimana. E lo sai che non è un giorno speciale perché sei andato a scuola e ai piedi non hai le scarpe buone della domenica. Un giorno che pensi non debba succedere nulla, perché non credi che la tua vita possa cambiare così, da un momento all’altro. Ebbene, uno di quei giorni, Bruno rientrò a casa molto prima del solito orario, e per farlo non ebbe bisogno né della corriera e nemmeno della bicicletta. Arrivò passando dal portone principale e si fermò sull’aia a bordo di una grande automobile scura. Dentro c’era una cassa di legno lucido e dentro ancora c’era il suo corpo.
Il corpo di un ragazzo giovane, sano, forte… e quello che ne restava della sua testa, schiacciata sotto una pressa.
(frame 2010)

11 commenti:

  1. Di "Bruno" ne abbiamo conosciuto tutti, più o meno. In realtà essere profeti di sventure è facilissimo, anche ovviamente potrebbe venir fatto di pensare che la madre aveva ragione, in fin dei conti.

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    1. Tutte le mamme sono apprensive e temono per la salute dei loro figli, quando poi succede la disgrazia si dice che se lo sentivano, che avevano il presentimento. Sì, dici bene, è facile in queste situazioni essere profeti di facili profezie. Questo però non significa che avessero ragione, volevo dir semmai e forse non ci sono riuscito, che contro il destino avverso, anche l’amore immenso di una madre e tutte le premure di questo mondo non servono a nulla.

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    2. Vabbè, questo è implicito.

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  2. Ci sei riuscito benissimo Franco: contro il destino avverso a volte nulla si può.
    L'avevo già letto tempo fa e l'ho riletto oggi con piacere: è asciutto, ben scritto, essenziale come dev'essere, senza mai cadere nella trappola della retorica.
    C'è solo la punteggiatura che non mi torna nei tre periodi consecutivi a partire da "Dopo qualche mese però...": per me è un periodo certamente lungo ma unico, senza punti e con le virgole, e tra l'altro ottimamente scritto, con la tensione giusta, fino a "bicicletta".
    Un caro saluto e buon Natale con un po' di anticipo.

    Franco

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    1. Eh sì, l'ho fatto a spezzatino, con tante pause, forse ci voleva un periodone da mozzare il fiato alla Giuseppe Berto, tanto per citare un maestro allergico ai punti. Vedrò di sistemarlo al meglio. Ciao e buon Natale anche a te.

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    2. La foto che hai messo su questo racconto mi ha fatto tornare in mente i ricordi: non è la foto di una normale cavallina ma di un gioco molto più devastante, mi rendo conto oggi ad alto rischio di spezzarsi la schiena. Sai come si chiamava questo gioco dalle mie parti (bisognava fiondarsi, con rincorsa, in groppa ai facenti parte la fila, cercando di atterrarli, erano due squadre contrapposte)? si chiamava - non è fine, lo so - "mamma troia" ed era uno spettacolo di felice stupidità giovanile (io facevo parte a buon diritto della categoria).

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    3. No, casomai il problema, se c'è, è che tutto il racconto è scritto con linguaggio e punteggiatura tradizionali. Tutto, tranne l'ultimo pezzo. Credo che Cicerone avrebbe parlato di inconcinnitas.

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    4. Be’… ti ringrazio, però devo dire in tutta onestà che la bella forma scrittoria non sono riuscito ad apprenderla neppure dietro i banchi di scuola, quindi la ribellione alle regole classiche, se c’è, è del tutto casuale. Del resto, con quello che si legge in giro e non mi riferisco soltanto agli autori moderni, credo sia sempre più difficile parlare di punteggiatura corretta o meno. Meglio sarebbe non guardare certi esempi e andare avanti per la propria strada, tanto le regolette principali sono pochissime e anche queste vengono stravolte e disattese senza destare scandalo alcuno. Tuttavia…
      Senza cambiare le parole del testo, sono sicuro che ognuno di noi lo scriverebbe in modo diverso. Se ci volete provare io non mi offendo… anzi. Di punteggiatura non se parla mai abbastanza.
      Avanti! Sono curioso 

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  3. Mah, guarda, questa è una possibilità: "Dopo qualche mese però, un giorno d'inverno come tanti, uno di quelli che dalle mie parti inizia persino con un raggio di sole per poi immergersi in una nebbia tanto fitta che sembra di stare tra le nuvole, insomma, un giorno qualunque della settimana (e lo sai che non è un giorno speciale perché sei andato a scuola e ai piedi non hai le scarpe buone della domenica), un giorno che pensi non debba succedere nulla, perché non credi che la tua vita possa cambiare così, da un momento all’altro, ebbene, uno di quei giorni, Bruno rientrò a casa molto prima del solito orario, e per farlo non ebbe bisogno né della corriera e nemmeno della bicicletta. Arrivò passando dal portone principale e si fermò sull’aia a bordo di una grande automobile scura. Dentro c’era una cassa di legno lucido e dentro ancora c’era il suo corpo ".
    Ma non è questo il punto. Per "inconcinnitas" indico la disarmonia, che può anche essere voluta, tra due parte del discorso. Quella che ho riportato sopra è, secondo me, una riscrittura secondo un criterio di punteggiatura tradizionale, il quale prevede che, se il discorso prosegue e finchè prosegue, si usano le virgole o i punti e virgola e non i punti fermi. Il periodo si diffonde sulle caratteristiche del giorno - atmosferiche (la prima parte) - con riferimento alle abitudini (e quindi un criterio generale ed astratto - la seconda parte), con riferimento a quel giorno preciso (la terza parte). Tuttavia, sempre del giorno stiamo parlando. In realtà, al solito, il trucco è togliere le parti non necessarie, perchè il primo e il secondo periodo, essendo affini, ben possono essere accorpati in uno senza che il capoverso ne soffra, anzi, guadagnandone forse in fluidità. Faccio sotto l'esercizio perchè qui lo spazio per il post è finito.

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  4. [Dopo qualche mese però, un giorno d'inverno come tanti, uno di quelli che dalle mie parti inizia persino con un raggio di sole per poi immergersi in una nebbia tanto fitta che sembra di stare tra le nuvole, insomma, un giorno qualunque della settimana, in cui pensi non debba succedere nulla, ebbene, uno di quei giorni, Bruno rientrò a casa molto prima del solito orario, e per farlo non ebbe bisogno né della corriera e nemmeno della bicicletta. Arrivò passando dal portone principale e si fermò sull’aia a bordo di una grande automobile scura. Dentro c’era una cassa di legno lucido e dentro ancora c’era il suo corpo].
    Però quel che più conta ripeto è, a mio parere, la concinnitas.
    In un racconto ci possono essere molte voci, per esempio quella del narratore e quelle dei personaggi, uno per uno, e possono essere anche molto diverse tra loro. Il narratore può parlare in linguaggio letterario o forbito - o anche no, pensiamo alla c.d. terza persona imperfetta, che a me piace molto - e i personaggi in modo assai differente: sgrammaticato, gergale, dialettale, aulico e così via. Quel che conta, a mio giudizio, è che una volta che si è definito che una voce ha un registro (gergale, dialettale, aulico e così via), quella voce non può mutare se non c'è un motivo più che valido. La punteggiatura non può che essere congruente a quel registro. Se il registro è tradizionale, allora, per gestirla al meglio ci sono due trucchi semplicissimi: a) rileggere ad alta voce e mettere i segni di interpunzione secondo i buoni, cari, vecchi libri di grammatica delle elementari: breve pausa = virgole, più lunga = punto e virgola, lunga = punto. Parte del discorso non essenziale (cioè se la togli il racconto fila lo stesso) = parentesi. Domanda = punto di domanda. Esclamazione = punto esclamativo. Spiegazione / enunciazione = due punti. Discorso diretto / uso improprio di un termine o uso di un termine improprio = virgolette. Nel rileggere, stare attenti anche all'intonazione: se la voce sale, scende, si abbassa, si alza. b) i segni di interpunzione sono anche operatori logici. E qui possono soccorrere l'analisi logica e l'analisi del periodo. Un trucco: nel dubbio, meglio usare frasi brevi formate da soggetto verbo e complemento, sia quanto alla principale, sia quanto alle subordinate - che peraltro possono essere tutte comunque contenute in un unico periodo.

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    1. Tutto chiaro.
      La prima versione, quella definita da te tradizionale mi convince a pieno. Prima di archiviare la faccenda vediamo se arriva qualche altro suggerimento.

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