sabato 21 gennaio 2017

Cagna 522 - racconto (Rubrus)

«È adorabile, non trovi? Non è il regalo ideale?».
Avrei dovuto rispondere con un sì e con un no, quindi non dissi niente.
Sì, il cucciolo (anzi la cucciola) di San Bernardo che Piero teneva in braccio era davvero adorabile. L’animale si protese verso di me, tentando di leccarmi la faccia.
No, non era il regalo ideale. Non per Giuditta.
Lei adorava i gatti.
Era Piero ad amare i cani ed era convinto che, per simpatia, la sua dolce metà dovesse  provare lo stesso verso la scondinzolante bestiola.
Io non ne ero tanto sicuro, ma non volevo passare per il solito cinico: caustico, pessimista e impermeabile alle emozioni. Giuditta e Piero erano sposi da sei mesi ed era possibile che la magia dei primi tempi avesse la meglio su qualsiasi altro sentimento. Anche sulla predilezione di Giuditta per i felini.
La cagnolina si divincolò tra le braccia di Piero e, non riuscendo a liberarsi, manifestò il proprio disappunto con una copiosa cascata di pipì.
Riuscii a saltare indietro prima che le mie scarpe ne fossero inondate. Erano scamosciate e sarebbe stata una seccatura.
Piero rise. «Non so per quanto tempo riuscirò ancora a tenerla in braccio» disse.
Quella volta riuscii a rispondere con un “sì” convinto.
I San Bernardo sono cani grossi. Mangiano tanto, occupano un sacco di spazio, costano tanto.
Cercai di immaginarmi che aspetto avrebbe avuto il trilocale di Giuditta e Piero di lì a sei mesi.
«Come pensi che la chiamerà?».
Mi veniva in mente “Cujo”, ma non era un nome adatto. Me la cavai con un: «Penso che tocchi decidere a Giuditta».
«Giusto» convenne Piero posando per terra la cagnolina. Quella cercò di arrampicarsi sui miei pantaloni, riempiendoli di bava e peli. «Magari “Briciola”» proseguì Piero «Chi le capisce le donne»
Non riuscivo a pensare a nessuno di mia conoscenza. Intanto, mi chiedevo in che misura il vorace, tenero, affettuoso animale avrebbe inciso sul bilancio della nuova famiglia. C’era da tenere presente anche il costo della tintoria.
Alla fine, cedetti all’assalto del cane e mi chinai a carezzarla.
“L' amore può tutto”, pensai mentre tiravo indietro la testa nel tentativo di proteggere gli occhiali da un lavaggio non richiesto.
Giuditta e Piero si separarono dopo tre mesi.
«Non le ha nemmeno dato un nome» disse Piero mentre la San Bernardo esplorava il mio studio.
«La chiama “Cagna”. Ha detto che anche il Tenente Colombo chiamava così il suo cane: “Cane”. Ti pare una risposta?».
Buttai lì un “no” mentre mi lanciavo nel tentativo di impedire a Cagna di marcare quello che aveva deciso potesse essere il suo territorio. Ma non era un comportamento tipicamente maschile?.
L’abbrancai e riuscii a dirottare quasi tutto il fiotto verso la pianta di ficus, fantozziano simbolo del potere. Occhio e croce, Cagna doveva avere un anno ed era pressoché impossibile tenerla in braccio. Naturalmente, era ben lontana dall’aver smesso di crescere.
«Che cosa hai detto?» domandò Piero.
«Ho detto che non posso occuparmi del caso» risposi «Conosco te e Giuditta da prima che vi sposaste e farei un pessimo servizio a tutti e due, anzi a tutti e tre. E poi il diritto di famiglia non è il mio settore. Ti posso dare il nome di un collega; si chiama Otello Negri».
Lasciai andare Cagna che si diresse verso il proprio padrone lasciando sul parquet una scia gocciolante.
Ero certo che quel cane non fosse la causa della loro rottura, ma non riuscivo ad escludere che si fossero separati anche a causa sua.
«L’ha lasciata a me» disse Piero mentre Cagna gli posava la testa sulle ginocchia. «Mi piace pensare che l’abbia fatto perché sa quanto le voglio bene».
Raggiunsi la scrivania e cercai il biglietto da visita del collega. Ebbi il tempo di notare che le  mie scarpe erano inzaccherate. Erano quelle scamosciate.
Da seduto, potevo vedere gli occhi castani di Cagna mentre guardava Piero. Lui le carezzò la testa e lei scodinzolò. Un sonoro tum tum tum contro le gambe dell’altra sedia.
«Sarà dura, molto dura, ma ce la faremo, vero tesoro?» disse Piero.
Io mi chiesi a chi si fosse riferito quando aveva detto “quanto le voglio bene”.
«L’amore può tutto» concluse lui.
«Gli ha pignorato il cane».
«Ah, ecco a chi si riferiva» mormorai io.
«Cosa hai detto?».
«Niente, pensavo ad alta voce». Nello stesso momento in cui alzavo la cornetta, avevo capito che la telefonata di Otello Negri annunciava guai.
Adesso, dal suo silenzio, potevo immaginare quale sarebbe stata la frase successiva.
«Senti, qui mi sa che andiamo in contenzioso e… lo so che è un tuo amico, ma devo alzare la parcella. Come minimo, mi tocca fare un 710».
Avevo indovinato ancora.
«So che Piero non naviga nell’oro e che non fa apposta a non pagare gli assegni» proseguì Otello «certo, se non spendesse così tanto per quel cane...».
Toccò a me rimanere in silenzio.
Per un po’.
«Il tuo amico, Otello, è un genio» disse Piero.
Cagna, legata a una panchina lì accanto, era circondata da un gruppetto di mamme e bambini.
«Non esageriamo» riposi io.
«Pensa che esiste una norma del codice civile che dice che il custode della cosa pignorata ha diritto alle spese per la conservazione della cosa e...».
La sua voce fu sovrastata dall’abbaiare festoso di Cagna, soffocato da un’inutile museruola.
«… insomma, non che Cagna sia una cosa, ma io sono il custode».
Annuii.  In barba alla lettera della legge, come custode si nomina quasi sempre il debitore.
«E al creditore tocca anticipare le spese per il mantenimento della “cosa. Tocca a Giuditta pagare! Tu la conoscevi questa norma?».
«Mi pareva di aver letto qualcosa. Comunque, è nel codice di procedura civile».
«Giuditta ha rinunciato al pignoramento» disse Piero.
Si levarono alti strilli. Uno dei bambini, dalla panchina, era riuscito a salire sulla schiena di Cagna. La madre cercava di levarlo di lì, ma senza troppa convinzione. Rideva. Ridevano tutti.
«E così tocca di nuovo a te mantenerla» dissi io.
«Non ha ancora finito di crescere» sospirò Piero «Non sono riuscito a trovarle un nome cui risponda. Mi sa che si è abituata a “Cagna”».
Il bambino di prima era sceso e una bambina aveva preso il suo posto. Cagna era zitta e immobile, a parte il solito tum tum tum della coda contro la panchina.
«Ma che razza di nome è?» disse l’uomo al mio fianco «Non mi dica che questo è il suo cinquecentoventiduesimo cane!».
«Cinquecentoventidue è il numero di un articolo del codice di procedura civile» risposi.
L’uomo borbottò qualcosa.
Cagna Cinquecentoventidue infilò il muso tra le mie gambe, poi sollevò lo sguardo. I suoi occhi avevano il colore delle castagne novelle, colpite da una luce radente.
I miei pantaloni, come le scarpe, erano un disastro.
Le carezzai il capoccione.
In fondo, l’amore può tutto.

NDA: il racconto deve intendersi ambientato in un momento precedente il 2015, quando la legge di stabilità ha vietato il pignoramento degli animali di affezione  (http://www.laleggepertutti.it/107183_animali-domestici-cani-e-gatti-pignoramento-vietato

9 commenti:

  1. Cana, per una femminuccia è più moderno e meno offensivo. Boh... a me cagna non piace.
    Regalare un cane alla moglie è la cosa più folle che si possa fare. Detto questo, ciascuno a casa propria si regola come meglio crede, ma secondo la mia esperienza, gli animali di casa, anche se la decisione di prenderli in affido è comune, dovrebbero avere un padrone. Non è come avere un figlio che appartiene ai genitori e non lo so si può considerare un immobile, un bene di famiglia da spartire in parti uguali. Poi, la legge nei dettagli non la conosco e poco mi importa. In casa mia qualunque animale arrivi appartiene di diritto a mia moglie. Le decisioni più importanti che riguardano la vita e il benessere dello stesso spettano a lei. Gli altri lo pisciano, lo giocano, lo passeggiano, lo sfamano eccetera eccetera. Però tutti sanno chi è il vero padrone.

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    1. oh, a me "cana" non piacerebbe, se esistesse. Un dei pochi lati positivi del trumpismo è a mio giudizio che ha fatto un po' piazza pulita di una certa valanga di vaselina che ha colpito il linguaggio - e sappiamo a cosa possa servire la vaselina. Il rispetto è un'altra cosa. Ad ogni buon conto, credo che, per come Giuditta si pone nei confronti dei cani, non potrebbe chiamare il proprio animale che "cagna". Su come gestire i cani, per quel che ne so, sono d'accordo con te: devono riconoscerti come capobranco. Ho visto fare agli ex consorti in pectore regali anche più strani e, in effetti, la scelta di Piero altro non è che il sintomo - e in parte la causa - della crisi del rapporto. Le liti sugli animali in tribunale, poi, sono assai frequenti tra gli ex coniugi. (cfr http://www.treccani.it/enciclopedia/cane-cagna_(La-grammatica-italiana)/

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  2. Sì, i cani costano, come i gatti ed altri animali.
    In una trasmissione della Brambilla ( animalista benemerita ) un interlocutore ebbe a dire < sappiate che l'adozione di un cane vi costerà una tredicesima all'anno, tenetelo ben presente! >.
    Subito zittito dalla Brambilla inferocita.
    Sull'incontinenza: se ben addestrato per tempo, il cane non dovrebbe fare così tanti disastri...
    Vero è che molte persone hanno ribrezzo al solo accarezzarlo e non sanno amare i nostri compagni di viaggio.
    Mentre scrivo, il mio adorato < centenario > Isidoro se la gode tutto disteso sul divano.
    Ormai mi ci son abituato, dorme in casa, ogni notte mi devo alzare in media tre volte per i suoi bisogni, la bevuta intermedia e l'intermezzo dei croccantini.
    I contatti letterari più intensi ed emotivi li ho avuti con poeti che commemoravano la dipartita del < compagno fedele > con accenti invero elevati e commoventi.
    In questo racconto la cagnolona pare muoversi nella freddezza padronale ed ambientale.
    Io il mio Isidoro me lo sbaciucchio più volte al giorno e già pavento la sua dipartita perchè carico d'anni.
    Senza poterlo sostituire atteso il breve tempo ancora concesso alla mia tarda etade.
    Concludendo, un animale domestico non è un pacco postale, ma fonte d'amore e fedeltà reciproci.
    Siddharta

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  3. Ah, la Brambilla. Tutte le volte che la vedo mi viene voglia di abbacchio alla scottadito. Sono d'accordo con te, caro Sid. Un animale domestico non è un peluche. Purtroppo molti fanno questo errore e poi ne pagano tutti le conseguenze, animale per primo.

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  4. "Gli occhi avevano il colore delle castagne novelle" Una migliore chiusa non potevo leggere per questo racconto che ho apprezzato moltissimo. Anche a me non piace il moderno "cana"come ogni femminile moderno che trovo orrendo tipo : sindaca, ministra , avvocata, per ovviare al "cagna" che può suonare dispregiativo dico cagnolina O cucciola. Bello Rubrus ricco di immagini , un movimento festoso quello della cucciola che si fa ben amare . Tre cani hanno riempito la mia vita con amore e fedeltà. Adorabili.

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  5. Sui femminili ci sono due scuole di pensiero. Per alcuni - Sabatini, per esempio - non ci sarebbe nulla di male nell'adottare le forme femminili come "sindaca", "ministra" ecc. Per altri invece si dovrebbe usare la forma maschile in ogni caso, prevalendo la funzione sul sesso.
    Personalmente, sono per la prima tesi. "Avvocata" - anche se si preferisce "avvocatessa" esiste da sempre ("eia ergo advocata nostra"). Se poi si seguisse la seconda tesi non dovremmo più dire "maestra", "infermiera", "professoressa", "presidentessa" e così via. Tra l'altro non vedo perchè "maestra" lo diciamo senza problemi, mentre non dovremmo dire "ministra". Sono due cariche simmetriche, da "magis" la prima, da "minus" la seconda. Oltretutto, declinare sempre i nomi al maschile mi sembra una forma di ipocrisia, come se una "sindaca" fosse in quanto tale meno capace di un "sindaco". Come se non bastasse, c'è il problema del plurale. In Germania i ministeri hanno imposto per circolare l'uso delle forme femminili - che di solito si ottengono aggiungendo il suffisso "in".

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    1. La consuetudine alla fine ci abituerà l'orecchio.
      Come in tutte le cose.
      Sid

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  6. Sono della stessa opinione.

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  7. Infatti, è solo una questione di abitudine...Sindachessa ? Uhm..Non so ma ministressa è proprio orrendo .Ah ah !

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