lunedì 2 gennaio 2017

Conto alla rovescia - racconto - Rubrus.

Non si può mai sapere cosa si trova dentro gli scatoloni vecchi.
Aldo guardò il Calendario dell’Avvento appeso al muro.
Niente di eccezionale. Un babbo natale che, sacco in spalla, arrancava nella neve. Le caselle, piuttosto grandi, erano disposte in ordinate file orizzontali. Sopra ognuna, un numero, dall’uno al ventiquattro. Cifre di color rosso, caratteri convenzionali.
Nessun’altra decorazione, niente auguri, niente frasi edificanti. Nemmeno “Buon Natale”.
Guardò negli angoli, alla ricerca del nome del tipografo. Niente.
Lo aveva trovato in soffitta, insieme a roba risalente ai tempi ormai lontani della sua infanzia e adolescenza. Cianfrusaglie tenute perché “chissà potrebbe servire” o perché “in fondo ci sono ancora affezionato” oppure perché (un giorno o l’altro avrai dei figli e allora...).
Magari era stato fatto in casa, chissà da chi, chissà quando.



Ma no. Il disegno era stampato. Un sano prodotto industriale.
Probabilmente, in origine, il calendario era abbinato a qualche cesto di dolciumi o a qualche pacco aziendale.
A dirla tutta, era piuttosto brutto. Non c’era nessuna ragione per tenerlo.
A meno che...non si può sapere che cosa si nasconde dietro le caselle.
Ventiquattro linguette sporgevano in paziente attesa da chissà quanto tempo, pronte per essere sollevate.
Con cautela, Aldo afferrò quella che sporgeva dalla casella numero uno e tirò.
Il quadratino di carta si sollevò rivelando il disegno sottostante.
Un babbo natale che, sacco in spalla, arrancava nella neve.
Sulla faccia di Aldo apparve una smorfia. Se ci fosse stato qualcuno, lì con lui, l’avrebbe definita “esagerata”.
La solita fregatura.
Come si dice (chi l’aveva detto? Qualcuno di famiglia, ma non ricordava chi) “l’attesa è meglio della sorpresa”.
Alzò le mani per staccare il calendario dal muro, ma, all’ultimo momento, si fermò.
C’erano altre ventitré caselle.
Magari, quell’affare non era una fregatura. Era Natale, mica Carnevale (per non parlare di Halloween, che, quando quell’aggeggio era stato fabbricato, non si sapeva cosa fosse).
Forse chi aveva conservato il calendario ci aveva visto un senso nascosto. O, più probabilmente, la possibilità di un senso nascosto. Allungò la mano verso la casella seguente.
Immaginò che tutte le caselle fossero uguali e che, sotto ciascuna, ci fossero disegni più piccoli che nascondevano caselle microscopiche che racchiudevano altri disegni, eccetera. Forse ogni attesa, ogni speranza, non faceva altro che condurre a un’altra attesa, un’altra speranza, per l’eternità.
Grattò il numero due stampato sull’anta di carta che la sua immaginazione aveva trasformato in una minuscola porta verso l’incommensurabile.

Due.
Controllò il datario dell’orologio.
Era solo il primo del mese: ancora presto.
Se il senso di tutto era l’attesa, tanto valeva aspettare.
Allontanò la mano.
Dopotutto, non si poteva mai sapere cosa si nascondeva negli scatoloni vecchi, o sotto le caselle dei Calendari dell’Avvento.

La mattina successiva, la seconda cosa che Aldo fece fu controllare il Calendario dell’Avvento.
La prima era stata svuotare la vescica.
Per abitudine, avrebbe dovuto lavarsi la faccia e radersi, ma, man mano che le sue parti basse si svuotavano, la sua mente, come in un bizzarro gioco di vasi comunicanti, si riempiva di un solo, potente interrogativo: avrebbe trovato il solito disegno?.
E così eccolo lì, come un bambino che, ogni mattina, non può fare a meno di sbirciare sotto l’albero anche se sa che Natale ancora deve arrivare.
Tirò la linguetta.
Il solito disegno.
Quasi.
Guardando meglio – il tempo necessario a dissipare il disappunto seguito alla prima, superficiale occhiata – si scorgeva una scritta sul sacco che Babbo Natale portava in spalla.
Aldo aguzzò la vista.
Io so di che cosa hai bisogno.
Controllò la prima casella. Sul sacco di quel Babbo Natale, così come su quello più grande, non c’era nessuna scritta.
Sorrise.
La certezza di non trovarsi in una sorta di eterno ritorno, come in un infinito gioco di specchi, in qualche modo lo rincuorava.
Il fabbricante – o il disegnatore, il sospetto che si trattasse di un calendario personalizzato tornò a farsi prepotentemente vivo – sapeva quel che faceva.
Si passò una mano sul mento ispido, con un po’ di sonno ancora nascosto tra i peli della barba.
Avvertì l’impulso di sollevare tutte le caselle, ma resistette. Non era così che funzionava.
Che fosse o no meglio della sorpresa, l’attesa era, era…
Io so di che cosa hai bisogno.
Eh già.
Quel Babbo Natale non avrebbe mai portato vestiti o scarpe, ai bambini che visitava.
Le impronte nella neve erano profonde, come se, tra una notte e l’altra, ne fosse caduta ancora, o il sacco fosse molto pesante.
La radiosveglia squillò, facendolo sobbalzare – si era alzato prima del solito? Oh sì. Si era alzato prima del solito per sollevare la casella? Oh be’…
«You'd better watch out, 'cause Santa Claus is comin' to town» trillò la sveglia.
Avvertì l’eco di una minaccia, nella frase sul sacco.
Io so di che cosa hai bisogno.
Ma no...
Era arrivato il momento di lavarsi e radersi. Di questo aveva bisogno.

“Una prova del crescente infantilismo nel cinema sta nel proliferare di remake e spin off. Mentre i giovani si orientano sempre di più verso il web, le residue sale cinematografiche cercano di attrarre spettatori o proponendo e riproponendo, a ritmo sempre più vertiginoso, personaggi usciti dai fumetti, oppure riciclando vecchi film o vecchie saghe, tra l’altro sempre più recenti, generando e rafforzando nello spettatore l’illusione di ritrovare la giovinezza perduta”.

Aldo rilesse l’incipit dell’articolo per la rubrica culturale del giornale.
Funzionava.
Era un po’ cattivo, forse snob, ma anni e anni di cinepanettoni avrebbero fatto venire l’indigestione a chiunque. E quanto a “Star wars”… nulla in contrario, per carità, ma a quando uno spettacolo popolare decisamente nuovo?.
Dette una seconda, fugace occhiata al pezzo.
Be’, qui e là era davvero cattivello. Soprattutto a Natale, quando si è tutti più buoni.
Cancellò un paio di frasi e, già che c’era, due o tre avverbi.
Alla peggio, avrebbe potuto riciclarlo per il libro che stava scrivendo (quanto al pubblicarlo era tutta un’altra faccenda) sui remake cinematografici.
Era arrivato agli anni ‘90. “Cape fear” di Scorsese – remake (tutt’altro che malvagio, anzi…) del precedente e quasi omonimo “Cape fear – il promontorio della paura”.
Si era soffermato su una battuta di De Niro: “Ci sono cose nella vita con cui devi fare i conti”.
Lo sguardo gli corse al Calendario dell’Avvento, sempre appeso al muro.
A un certo punto, verso metà pomeriggio, l’impulso di sollevare tutte le caselle si era fatto più forte. E, insieme, ne aveva avvertito un altro: rimettere quell’aggeggio dove l’aveva trovato. O magari nel cesto della spazzatura.
Cose con cui fare i conti.
Io so di che cosa hai bisogno.
Di nuovo quella vaga sensazione di minaccia.
Si alzò e andò alla finestra. Niente neve. Se anche Babbo Natale fosse passato di lì, nessuno avrebbe visto le sue impronte, nere sul bianco, come caratteri di una lingua misteriosa.
Forse era un peccato, forse no.
In ogni caso, nessun Babbo Natale (un giorno anche tu avrai dei figli) sarebbe venuto a casa sua.

Non era casa sua, infatti.
Non proprio.
Però quasi.
Le case di vacanza si assomigliano un po’ tutte.
La sua, una bifamiliare dove aveva trascorso le vacanze nel periodo compreso tra i nove e sedici anni, era proprio come quella.
Circondata dal bosco, in cima a un pendio ripido quanto bastava per discenderlo con il bob senza farsi male.
In teoria, il bob avrebbe dovuto essere un esercizio, un allenamento in vista dei giorni in cui avrebbe messo gli sci. In pratica, quei giorni non erano mai arrivati. Ogni anno aveva rimandato all’anno successivo, e a quello dopo ancora e ancora, finché... com’era quella battuta? “Che cosa stiamo aspettando? – Che sia troppo tardi”.
Lorenzo, il figlio dei vicini che occupavano l’altra metà della bifamiliare, aveva imparato a sciare a undici anni. Tra i nove e gli undici, però, aveva uno slittino. Insieme, avevano trascorso molti pomeriggi invernali scivolando lungo il pendio. Nell’ultimo tratto la pendenza si accentuava e gli alberi diventavano una bestia informe e famelica, con denti e artigli di legno. A quel punto Aldo, urlando, tirava il freno del bob (un infantile mezzo in plastica rossa, simile a una grottesca bacca di ribes), la mente invasa da un unico, orripilato pensiero: adessosirompeadessosirompeadessosirompe.
Non era mai successo e il suo bob si era sempre arrestato con una inelegante carambola, mentre lo slittino di Lorenzo terminava la propria corsa a pochi metri – qualche volta a pochi centimetri - dalla linea degli alberi.
Lorenzo sapeva che Aldo aveva paura della velocità e non l’aveva mai preso in giro. Semplicemente, a tempo debito, si era aggregato a un altro gruppo.
Lorenzo aveva una sorella di tre anni più grande, Marina. Aldo, segretamente, temeva che Marina si accorgesse che le urla dell’amico del proprio fratellino non erano esattamente di gioia, ma chissà se Lorenzo lo aveva mai saputo, questo.
postò la linguetta, accorgendosi che la superficie era un po’ rugosa, come ricoperta da una sottile patina di brina.
Il disegno che stava sotto (e che Aldo stava osservando da un paio d’ore senza accorgersi del freddo che si infilava sotto il pigiama) avrebbe davvero potuto raffigurare la sua vecchia casa di vacanza. C’era il bosco, il pendio innevato (come diceva quell’altra battuta? “dove sono le nevi d’un tempo?”), la casa lassù, con le finestre illuminate.
Quante case erano, o avrebbero voluto, essere così?
Ecco, quella, se ci stava attenti, avrebbe potuto essere una casa americana.
Guardando bene, nell’angolo in basso a destra del disegno piccolo, c’erano dei bastoncini di zucchero bianchi e rossi.
Erano un dolce tipicamente USA, anche se ormai la tradizione si era diffusa in mezzo mondo, guadagnando in popolarità quel che aveva perso in tipicità.
Il nome era Candy Cane. Erano stati inventati, a quanto pareva, nel 1847 da un tedesco immigrato negli Stati Uniti. Il bianco simboleggiava la purezza di Gesù, il rosso il Suo sangue. La forma era un modo di ricordare, oltre al pastorale, la “j” di “Jesus”.
No, non era la sua casa di vacanza. Era una casa made in USA, così come, a ben guardare, lo era diventato (io so di che cosa hai bisogno) Babbo Natale.
Il pensiero – Aldo se ne accorse con disappunto – lo rincuorava.

«Senti...» disse Lorenzo dall’altra parte dello schermo.
Skype.
C’era stato un momento in cui sembrava che i videofonini dovessero soppiantare i telefonini, ma non era successo. La ragione era intuibile: “Dio mio, ma allora lui/lei mi vedrà così?”.
Si erano dovuti attendere gli smartphone e le loro immagini artefatte perché i mezzi di comunicazione si riempissero di facce e faccine.
Nel caso di Aldo e Lorenzo – che si sentivano una volta l’anno, in occasione del Natale – la domanda “Dio mio, ma allora lui mi vedrà così?”acquistava un senso più circoscritto: “Quanto sono invecchiato in questi mesi?”.
Era una domanda inespressa, che ne nascondeva un’altra come un coperchio copre una pentola in ebollizione: “Ok, siamo stati amici d’infanzia e le amicizie dei primi anni sono le più importanti, ma adesso che cosa abbiamo da dirci?”.
«Senti...» ripeté Lorenzo.
Gli altri anni, finiti i convenevoli, il silenzio – pochi secondi, ma non è così con tutti quelli a cui si promette, mentendo e sapendo di mentire “sentiamoci più spesso”? – diventava un vuoto molto più vasto della distanza tra l’Italia e l’Oregon (circa 9500 chilometri, come si dicevano ogni anno, a turno, perché era una delle cose da dirsi).
Ora, però, il silenzio aveva una massa quasi tangibile. C’era qualcosa da dire. Ma Aldo non era sicuro di voler ascoltare.
«Come hai fatto a... insomma, ti sarà costato un occhio. Certo che il biglietto potevi almeno metterlo».
«Il... (Dio mio, ma lui mi vede così... così... spaventato?) biglietto?».
«Sì, insomma, me lo sono trovato sulla porta e... be’ magari il biglietto si è staccato, però c’è sempre il fatto che dovrebbero esserci dei timbri postali, no? comunque l’ho aperto. Sì lo so che non si aprono i pacchi prima di Natale, ma quello.... diamine, mi sveglio una mattina ed eccolo lì, davanti alla porta, manco Babbo Natale fosse passato in anticipo. Voglio dire: ho pensato a un errore».
Aldo udì le parole successive come se venissero da una grande distanza. Una distanza molto più ampia di 9500 chilometri. Qualcosa come un altro mondo.
«Be’, comunque i ragazzi ci andranno pazzi. Sono sicuro che se lo litigheranno. Certo, li vendono anche da noi... per la miseria, quelli che vendono qui sono molto meglio, però... un bob. Come quello che avevi da ragazzo. Ma dove lo hai trovato?»

La mattina dopo, e per molte di quelle a venire, Aldo riuscì a non sollevare le caselle del Calendario dell’Avvento.
Continuava a pensare al gatto di Schroedinger: apri la scatola e determini il destino del gatto. Sollevi la casella del calendario, continui il conto alla rovescia e....
Ma no. Lasciamo perdere la fisica quantistica. La gente se ne riempie la bocca in continuazione, il più delle volte per propagandare frottole che di fisico, o di scientifico, non hanno nulla.
Pensiero magico, ecco cos’era.
Superstizione.
Non era un dramma: il Natale era un periodo magico, si diceva (anche se lui, Aldo, di magia, negli ultimi natali, ne aveva vista ben poca) e un po’ di follia era propria di ogni essere umano – non si parlava di “sana follia”?. Un uomo completamente razionale era un individuo pronto per il manicomio.
L’importante era non esagerare. Se fosse rimasto prigioniero del rito che ogni mattina gli imponeva di aprire le caselle per divinare chissà che, neanche si fosse trattato di visceri di qualche animale, allora sì che ci sarebbe stato da preoccuparsi, ma...
“Posso smettere quando voglio” era l’incantesimo, inevitabilmente fallimentare, cui ricorrevano tutti coloro che erano affetti da una dipendenza. Anzi, erano il primo sintomo della dipendenza. Lui, Aldo, invece, aveva semplicemente smesso.


Aveva sviluppato una teoria sul perché aveva pensato che il bob che Lorenzo, in Oregon, aveva trovato sulla porta di casa, fosse il suo, o comunque collegato a lui. Un corto circuito mentale. Se ne avevano in continuazione e si chiamavano dejà vu, o presentimenti, o addirittura poteri ESP. Il cervello ricorda le affinità e qualche volta si sbaglia collegando cose tra le quali non c’è alcun nesso. Aldo aveva pensato che quel bob fosse il suo perché, come ogni anno (e, come ogni anno, l’amico l’aveva battuto sul tempo) aveva pensato di chiamare Lorenzo; Lorenzo aveva dei figli e Natale è la festa dei bambini e dei regali; da bambini, Lorenzo e Aldo amavano slittare; sicuramente anche i figli di Lorenzo amavano slittare, ergo...
Io so di che cosa hai bisogno.
Ecco, appunto, i ragazzi di Lorenzo avevano bisogno di un bob e... un giorno anche tu avrai dei figli.
Lo sguardo gli cadde sul Calendario dell’Avvento.
Non era successo.
La maggior parte delle persone aveva una famiglia, ma molte altre no. Molte altre ancora ci andavano vicino.
Io so di che cosa hai bisogno.
Marina, la sorella di Lorenzo, si era sposata l’ultimo anno che la famiglia di Aldo e quella dell’amico avevano diviso la bifamiliare in montagna. Ora che ci pensava, Lorenzo e i suoi avevano venduto la loro parte proprio perché il denaro sarebbe servito a Marina. Aldo e i suoi l’avevano venduta l’anno successivo perché... erano rimasti soli.
Eh già, veniva un po’ di malinconia, sotto le feste e anche quello era normale.
Aldo aveva pensato, probabilmente a causa di un altro di quei famosi cortocircuiti mentali, che i figli di Marina avrebbero potuto essere suoi? Che anche lui avrebbe potuto avere una famiglia come quella di Lorenzo?
Ma no.
O meglio, era una possibilità remota.
Non pensava a Marina da anni, c’erano state almeno un paio di “Marina” e, quanto a Lorenzo... “dobbiamo sentirci più spesso”.
Sicuro, la sua vita aveva avuto un percorso differente, che l’aveva portato...dove?.
Inutile nasconderselo. Aveva appeso al muro il Calendario dell’Avvento – così come, qualche giorno dopo, aveva tirato fuori l’albero e il presepe – perché, benché fosse riuscito (anche se c’erano momenti, in certe ore della notte, in cui questa certezza traballava) a fare a meno di una famiglia, non era riuscito, non ancora, non del tutto, almeno, a fare a meno delle forme di una famiglia.
Aveva visto la solitudine venirgli incontro come gli alberi in fondo al pendio, ma senza freni a disposizione.
Come diceva quel tale, c’erano cose, nella vita, con cui fare i conti.
Per esempio, quella telefonata.
Anche senza aprire le caselle del Calendario, il conto alla rovescia continuava: Natale si avvicinava. La ben nota smorfia di disappunto gli si dipinse sulla faccia.
Prima poi avrebbe (imparato a sciare) dovuto chiamare Paola. Non poteva rimandare a, a...
Controllò l’orologio, ma era senza datario, così afferrò il giornale, che aveva appoggiato sul bracciolo della poltrona e che, durante le sue meditazioni, era caduto a terra, silenzioso come un fiocco di neve, aprendosi sulla pagina della cronaca locale.
Fu così che vide il titolo.

Morto Gianangelo Corbini.
Sopra, l’occhiello: Assurda morte del Capitano.

Aldo lo rilesse tre volte (registrando fugacemente quella brutta ripetizione, “morto – morte”, in appena due righe), prima di passare all’articolo vero e proprio.
Gianangelo Corbini, imprenditore edile ed editore, detto “Il capitano” a causa della sua passione per la vela, era morto soffocato da una mentina.
Una fine assurda, sì, ma non tanto.
Chiunque lo avesse conosciuto avrebbe saputo che Corbini aveva l’abitudine – rimasuglio di un passato da tabagista – di masticare mentine.
Per essere precisi, le ingoiava “alla grande” – locuzione che adoperava per molte delle proprie attività – vale a dire le prendeva da una scatoletta che teneva nel taschino della giacca, la lanciava in aria e le ingoiava al volo.
Tempo addietro, il vezzo era stato riportato su un giornale e Corbini ne aveva approfittato per riciclarsi come testimonial per una marca di caramelle, come se un gesto da bulletto d’altri tempi fosse segno, o segreto, di successo.
Ciò che il giornale non aveva riferito era il commento che serpeggiava in azienda a proposito di quell’abitudine: anche Hitler masticava mentine.
Aldo cercò di ricordare se Corbini, quando lo aveva cacciato dal giornale, si fosse esibito nel suo spettacolino. Gli pareva di no. Licenziare Aldo Moretti non era un’attività che valesse la pena di compiere “alla grande”.
La faccenda si era svolta in meno di cinque minuti nell’ufficio di Corbini.
L’editore teneva sempre la porta socchiusa quando doveva licenziare qualcuno. Era il suo modo di dire a quelli che stavano di fuori, gli occhi ai monitor, le orecchie tese come radar strabici verso l’ufficio del Capitano: guarda che cosa potrebbe succedere a te.
Aldo si chiese se la porta fosse rimasta socchiusa anche mentre Corbini tossiva, sibilava, rantolava. Si domandò se fosse caduto a terra, trascinandosi, le mani perennemente fresche di manicure che arrotolavano il tappeto. Se, fuori, i radar strabici delle due segretarie – una di direzione, una personale – avessero captato i suoi sussulti agonici. Se le due donne – e magari anche l’usciere che, nell’anticamera dell’ufficio, aveva il compito di gestire gli ospiti turbolenti – avessero pensato “Ehi, Capitano, guarda un po’ che cosa sta succedendo a te”. Se la morte di Corbini fosse stata una morte “alla grande”.
Se fosse stato lì, Aldo non avrebbe sentito i versi soffocati di Corbini morente nemmeno se la porta fosse stata spalancata.
Rilesse il titolo per la quarta volta. Quella ripetizione era proprio brutta. Forse era una vendetta del giornalista. Aldo controllò la firma dell’articolo. Semplicemente “La Redazione”. Nessuno voleva prendersi l’esclusiva responsabilità del cordoglio per la morte del Capitano.
Era colpa di Corbini se Aldo si era ridotto a curare la rubrica culturale di un foglio locale che, prima della fine dell’anno, sarebbe stato edito solo in formato digitale – inequivocabile sintomo di chiusura imminente, malgrado i proclami modernisti.
Era colpa di Corbini se, negli ultimi sette anni, le case in cui Aldo abitava si erano ridotte di metratura così come le sue aspettative e le sue aspirazioni.
Era colpa di Corbini se, negli ultimi due anni, a ogni Natale, Aldo si lambiccava il cervello chiedendosi se era il caso di fare quella telefonata.
Che crepasse, quindi, Corbini. Che crepasse sputando sangue e menta.
Non era esattamente un pensiero natalizio, ma... io so di che cosa hai bisogno.
Il pensiero colpì Aldo alla bocca dello stomaco come un pugno gelido. Il giornale scivolò a terra e i fogli si sparsero sul pavimento come bizzarri fiocchi di neve sporchi di smog.
«Superstizione» disse Aldo ad alta voce.
Si rese conto che teneva lo sguardo fisso sul Calendario dell’Avvento. Le ultime caselle erano chiuse, ma per la sua mente non era un problema. Sotto, aveva disegnato un minuscolo quadro che ritraeva il solito Babbo Natale, stavolta con un carico di mentine speciali.
Sollevò la mano verso le caselle.
Aveva paura ad aprirle, tuttavia – fu la sua parte razionale a rilevarlo – se non le avesse sollevate avrebbe dovuto avere ancora più paura.
Avrebbe voluto dire che quel po’ di sana follia che alberga in ogni uomo equilibrato, nel suo caso non era né poca né sana.
«Alla malora il gatto di Schroedinger» disse Aldo sollevando la prima casella, quella col numero dieci.
Ritraeva il solito Babbo Natale col solito sacco (io so di che cosa hai bisogno), ma il paesaggio era diverso. Niente Candy Cane e niente casetta nel bosco.
Era normale, pensò Aldo. I disegni piccoli erano leggermente diversi l’uno dall’altro. Non molto. Il disegnatore non aveva tanta fantasia.
Aprì la casella numero undici.
Il pendio era in senso contrario: Babbo Natale non stava salendo, ma scendendo. Le impronte nella neve erano più lontane le une dalle altre, come se il passo fosse più sostenuto.
Tredici, quattordici, quindici (ci sono cose nella vita con cui dei fare i conti).
Aldo sollevò le caselle successive.
Il pendio era scomparso, sostituito da una pianura.
Sedici, diciassette, diciotto.
Niente più lumino lontano. Al suo posto, una luminosità giallognola e diffusa, come quella di una città.
Aldo arrivò alla casella del giorno in corso.
Il disegno ritraeva un villone di periferia, di quelli con tanto di parco e cancello in ferro battuto. Il tipo di casa dove abitano i ricchi che amano dare di sé l’impressione di essere “casa e lavoro”. Vicino all’azienda ma in un quartiere esclusivo, dove ti aspettavi che venissero a chiederti se le tue suole erano sufficientemente qualificate per calpestare il marciapiedi.
Il tipo di casa – Aldo lo sapeva per averla vista più volte, sui giornali e in TV – dove abitava Gianangelo Corbini, il Capitano.

And since we’ve no place to go / let it snow, let it snow, let it snow.
La suoneria del cellulare destò Aldo dal torpore.
Guardò il Calendario dell’Avvento. Tutte le caselle, tranne l’ultima, erano aperte.
Si passò la mano sulla faccia ispida di barba, poi, cercando il cellulare, si sporse dalla poltrona.
Annaspando, urtò una bottiglia di whisky che rotolò via con un tintinnio vitreo, del tutto dissonante rispetto alla musichetta.
And since we’ve no place to go / let it snow, let it snow, let it snow.
Nessun posto dove andare, già
«Ciao, Paola».
Alla fine, Aldo non l’aveva fatta, quella telefonata, e Paola l’aveva battuto sul tempo.
Non era riuscito ad evitarlo. Non più di quanto fosse riuscito a raggiungere col bob la linea degli alberi o ad impedire alle caselle del Calendario dell’Avvento di aprirsi.
Le ultime due lo avevano fatto mentre lui dormiva.
Aveva messo la poltrona davanti al Calendario e aveva trascorso gli ultimi giorni e le ultime notti sperando di cogliere il momento in cui le piccole ante si spalancavano, pur sapendo che non ci sarebbe riuscito.
Come diceva quell’altra canzone, Babbo Natale sa se dormi o sei sveglio.
Si accorse del silenzio dall’altra parte della linea.
«Mi hai battuto sul tempo. Volevo chiamarti per farti gli auguri» disse.
Si domandò come suonasse la propria voce alle orecchie dell’ex. Forse come se avesse detto “Dobbiamo sentirci più spesso”.
«Come stai?» chiese invece.
«Bene».
La voce di Paola suonava diversa. Aldo sentiva spesso quel timbro, all’inizio della loro storia insieme.
«E tu?» chiese la donna.
Il naso di Aldo, svegliatosi in ritardo rispetto al suo proprietario, percepì l’odore stantio che aleggiava nella stanza. La polvere, nell’appartamento, si era ispessita: un manto grigio e acre al posto della neve. I fogli del saggio sui remake cinematografici giacevano sul pavimento e, dal frigo, benché lo sportello fosse chiuso, giungeva un dolciastro odore di putrefazione. Ma, naturalmente, l’oggetto più puzzolente in tutta la casa era Aldo stesso.
«Bene» rispose.
Girò la testa verso la finestra alle sue spalle. I muscoli della nuca, immobili da ore, protestarono. Intravide il giardino condominiale, con i rami del pruno (un albero strano per un giardino, ma era resistente, e il condominio non si poteva permettere altro) neri contro il cielo grigiastro.
In un qualunque, uggioso momento dopo la mezzanotte, l’ultima casella si sarebbe aperta. Lui non l’avrebbe vista, ma non importava. Sapeva cosa c’era sotto, così come sapeva che cosa c’era sotto le altre. Io so di che cosa hai bisogno.
«Bene» ripeté.
E non c’era altro.
Tutto quello che c’era stato da dire era stato detto cinque anni prima.
Non adesso, Paola. Non ora che sono senza lavoro.
«Maledizione... mi ero preparata il discorso solo che... mi sembra così...».
«Lo so».
Anche nella logorroica età moderna c’erano parole che non si potevano pronunciare con leggerezza. Parole come: “I medici dicono che sarà malato. Non possiamo permetterci di tenerlo”.
O forse non erano parole. Forse erano fatti. Cose con cui fare i conti.
«Sono incinta».
I medici dicono che sarà malato. Non possiamo tenerlo. Non ora. Ce ne saranno altri. So che ci tenevi tanto, ma...
Lui era quello che tirava il freno. Gli altri avrebbero proseguito per la loro strada.
«Insomma, una specie di regalo di Natale, così... » proseguì Paola.
Io so di che cosa hai bisogno.
Un giorno o l’altro avrai dei figli.
Aldo guardò i minuscoli Babbi Natale che, come fotogrammi di un film usurato perché trasmesso troppe volte, si dirigevano verso le ultime casa da visitare.
«Insomma, so che c’è stato qualche momento difficile e che è finita come è finita, ma...».
Improvvisamente, quasi una di quelle minuscole caselle si fosse aperta nella sua testa, Aldo comprese che con Paola era finita non perché lui l’avesse indotta a rinunciare al bambino. Aveva solo due mesi e, benché ciò gettasse una luce non del tutto limpida sull'animo umano, Aldo aveva ragione: avrebbero potuto essercene degli altri.
La loro storia si era conclusa perché Paola aveva compreso che Aldo la faceva rinunciare alla possibilità, e nessun essere umano poteva fare a meno della seppur remota eventualità che ciò di cui aveva bisogno si trovasse, un giorno, alla sua porta. Che sotto le caselle che nascondevano i giorni si potesse celare qualunque cosa.
«... ecco... tu e Gianni avete sempre rapporti più che buoni e...» era vero. Era anche andato al matrimonio di Gianni e Paola. Ci si doveva pur sentire ogni tanto.
«Oddio... forse ho fatto una stupidaggine, ma mi sembrava una così buona idea che... ho agito d’impulso».
Aldo percepì un mutamento nei suoni che provenivano dall’esterno. Era ovattati, quasi un velo freddo come l’aria che filtrava sotto la porta ne avesse smussato la spigolosa perentorietà.
«Pensavo di chiederti di fare da padrino alla bambina. Una vera scemenza eh?»
Girò la testa verso la finestra. Stava nevicando. Nessun posto dove andare.
La penultima casella del Calendario dell’Avvento mostrava il solito Babbo Natale nella periferia di una città.
Santa Claus is coming to town – Babbo Natale sta arrivando in città.
Le case nell’ultimo disegno non avevano nulla a che vedere con le ville di quelli precedenti: erano casermoni anonimi. Anche se i profili erano appena accennati, Aldo conosceva la meta della figura col sacco in spalla: un condominio con un giardino di pruni.
Come proseguiva la canzone?
“Lui sa se se stato buono o cattivo”.
Lui sa di che cosa hai bisogno.
Una smorfia, stavolta più simile a un sorriso che a un’espressione di disappunto, apparve sulla faccia di Aldo.
Ascoltò il silenzio di Paola e gli parve che avesse un timbro diverso da prima. Ma magari dipendeva dalla neve che attutiva i rumori.
«Abbiamo avuto dei bei momenti» disse Paola.
Era vero. Erano belli, erano momenti, erano pochi o tanti ed era tutto lì.
Guardò l’ultima casella. Si sarebbe aperta e il conto alla rovescia, quello con le cose con cui devi fare i conti, iniziato da un’altra parte dello spazio e del tempo, sarebbe finito.
«Abbiamo avuto dei bei momenti» ripeté Aldo.
Si alzò e andò alla finestra.
Il giardino riluceva di una rara, inaspettata luminosità. Il riverbero del “candido manto”, secondo una di quelle frasi fatte che tanto odiava.
“Perciò fai il bravo, per l’amor del Cielo” era l’ultimo verso della canzone.
Aldo sperò che, chiunque fosse stato a dirlo, avesse torto. Che la sorpresa fosse meglio dell'attesa.
Le mani appoggiate al vetro, fissò la terra imbiancata.
Si chiese se sarebbe riuscito a scorgere le impronte nella neve.





5 commenti:

  1. Ricevere per dono ciò che davvero ci necessita ...Magari un sunto dei dolori con gli asterischi in fondo-anima. Mi è piaciuto molto questo Babbo Natale attento e paziente come a dire : l'impazienza dell'attesa è reciproca , lascia che ti porti quello che ti serve. Sei molto bravo Rubrus...Hai destato in me il rammarico di non aver mai avuto un calendario dell'avvento ma l'anno prossimo ...

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    1. Vidi il primo calendario dell'avvento quando ero alle elementari, tanti anni fa. Ovviamente il conto alla rovescia era in previsione delle vacanze di Natale. Stavolta, ho scritto un racconto con finale aperto. Cosa ci sarà nel sacco lo decide il lettore, in base all'opinione che si è fatta di Aldo.

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    2. Un seme! Nel sacco Aldo troverà il seme di quella che sarà la sua futura felicità... Ne avrà cura , lo terrà in terra buona , al caldo , e sarà dura.
      Grazie Rubrus.

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  2. Ma non lo so. Non so cosa dire su due piedi. Intenso e profondo i primi due aggettivi che mi vengono in mente. Non è facile commentare una storia così complessa, dove pare non succeda nulla di importante, mentre invece, in quella frase chiave ripetuta, in quegli ultimi istanti, oppure in quella telefonata e ancora di più, dietro quelle finestre di carta... forse si cela tutto il senso di tutta una vita intera. Va be', ci penserò ancora, anche perchè, e di questo sono sicuro, non è un racconto che dimenticherò tanto in fretta.

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  3. Devo confessare che c'è voluto del bello e del buono per arrivare a fine lettura.
    Ed ora, con la lingua penzoloni, cerco di raccapezzarmi nella marea di riferimenti socioculturali-geografici-psicofisici-metambientali, ecc. dello scritto.
    Personalità complessa quella di Aldo, oscillante tra la concretezza fattuale e la soggezione all'immanenza virtuale.
    Un buon soggetto per il lettino dell'analista, nel disorientamento localistico del vissuto.
    C'è un pò di tutto, compreso l'apprendimento mentale del lettore nel ripercorrere talune tappe conoscitive tacitamente sedimentate nell'inconscio letterario e risvegliate all'esperienza personale.
    Persino il grido d'aiuto soffocato della gestante nell'indifferenza dei sentimenti di Aldo.
    Di carne al fuoco ce n'è tanta, come d'uso per Rubrus, buona per farne altri due-tre racconti.
    Su tutto mi immagino il massaggio cerebrale dell'Autore nell'addensare il tutto in un messaggio apparentemente credibile.
    Il controllo della scrittura al solito superlativo.
    Forse una caduta per refuso tecnico in un punto del testo, che però non ho più trovato...
    Ottima/mente, Siddharta.

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