lunedì 27 febbraio 2017

Compassione per gli scrittori (ovvero anche gli scrittori hanno una mamma) Javier Cercas


Credo sia stato Goethe ad aver detto che bisogna stare molto attenti a quello che si vorrebbe fare da grandi, perché si potrebbe realizzare. Come tutti i giovani, anch’io ho fatto il possibile per avere successo nella vita, e infatti volevo diventare scrittore, con l’idea squinternata che, a giudicare da certe biografie di Ernest Hemingway, essere scrittore consistesse essenzialmente in baldorie sfrenate, andare in giro, assediato da donne spettacolari e ogni tanto sedersi e partorire capolavori dei quali si sarebbero immediatamente vendute migliaia di copie in tutto il mondo. Ormai sono un uomo maturo, anche se non sono né Goethe né Hemingway, però sono uno scrittore (per modo di dire), e la sgradevole verità si impone: niente eccessi. 

mercoledì 22 febbraio 2017

LA MADRE - Italo Svevo


           In una valle chiusa da colline boschive, sorridente nei colori della primavera, s’ergevano una accanto all’altra due grandi case disadorne, pietra e calce.
            Parevano fatte dalla stessa mano, e anche i giardini chiusi da siepi posti dinanzi a ciascuna di esse, erano della stessa dimensione e forma. Chi vi abitava non aveva però lo stesso destino.
            In uno dei giardini, mentre il cane dormiva alla catena e il contadino si dava da fare intorno al frutteto, in un cantuccio, appartati, alcuni pulcini parlavano di loro grandi esperienze. Ce n’erano altri di più anziani nel giardino, ma i piccini il cui corpo conservava tuttavia la forma dell’uovo da cui erano usciti, amavano di esaminare fra di loro la vita in cui erano piombati, perché non vi erano ancora tanto abituati da non vederla. Avevano già sofferto e goduto perché la vita di pochi giorni è più lunga di quanto possa sembrare a chi la subì per anni, e sapevano molto, visto che una parte della grande esperienza l’avevano portata con sé dall’uovo. Infatti appena arrivati alla luce, avevano saputo che le cose bisognava esaminarle bene prima con un occhio eppoi con l’altro per vedere se si dovevano mangiare o guardarsene.

sabato 18 febbraio 2017

IL SEGRETO DELLA ROULOTTE - Renato Olivieri


 « È stato Attila a scoprirla » disse la donna, con la scopa in mano, muovendo la testa verso la roulotte posteggiata sotto gli alberi della strada, tra vecchie automobili che parevano abbandonate.
            « Attila? » chiese Ambrosio pensando al Flagello di Dio che, ai tempi del liceo, gli era curiosamente simpatico, in contrasto con il suo insegnante di storia che lo dipingeva - a ragione, se vogliamo - a tinte un poco fosche. « Attila è il nostro pastore tedesco. » 
« Perché lo avete chiamato così? » 
« È stato mio marito. Da cucciolo rincorreva tutti i cani, che lo temevano come fosse il diavolo in persona. Mio marito, anche se faceva il fruttivendolo, sa un mucchio di cose, legge in continuazione. » « Le dispiace se entriamo in casa? » 
«Fa freddo, vero? È un febbraio gelido» disse la donna che indossava un maglione blu a coste e aveva in testa uno strano copricapo che la faceva somigliare, se non badavi al viso, a Henry Morgan, il corsaro gallese.

giovedì 16 febbraio 2017

L’ALBERO DI MAGGIO DI MONT’ALLEGRO -.Nathaniel Hawthorne


Erano gioiosi i tempi a Mont’Allegro, quando l’Albero di maggio era l’asta dello stendardo di quell’amena colonia! Coloro che lo innalzavano, per farne il loro trionfante vessillo, dovevano inondare di sole le selvagge colline del New England e spargere sulla terra sementi di fiori. Allegria e malinconia si contendevano il dominio di quell’impero. La vigilia di mezz’estate era giunta, portando un verde più intenso nella foresta, e rose nel suo grembo di una più vivida tonalità dei teneri boccioli di primavera. Ma Maggio, col suo spirito giocoso, abitava tutto l’anno intorno a Mont’Allegro, spassandosela nei mesi estivi, facendo baldoria in quelli autunnali, crogiolandosi al fuoco del caminetto in inverno. Nel mezzo di un mondo di fatiche e di stenti, Maggio aleggiava con un sognante sorriso, e scendeva lì per trovare asilo tra i cuori spensierati di Mont’Allegro.



giovedì 9 febbraio 2017

L'UOMO CHE RIDE - Heinrich Boell


 
Quando mi interrogano sulla mia professione, mi sento imbarazzato: divento rosso, balbetto, io che altrimenti sono noto per essere un uomo disinvolto. Invidio la gente che può dire: faccio il muratore.
  Ai parrucchieri, ai ragionieri, agli scrittori invidio la semplicità delle loro confessioni; queste professioni si spiegano da sole, non richiedono ulteriori chiarimenti.
  Io invece sono costretto a rispondere a queste domande: rido. Un’ammissione simile ne richiede altre, perché anche alla seconda domanda «Vive di questo Lei?» devo rispondere «sì»; il che risponde al vero. Vivo realmente del mio riso e vivo bene perché il mio riso, per esprimersi commercialmente, è richiesto. Rido bene, ho imparato a ridere, nessun altro ride come me, nessuno conosce come me le sfumature di quest’arte. Per molto tempo – per sfuggire a noiose spiegazioni – mi sono definito attore, ma le mie qualità mimiche e recitative sono così povere che questa definizione non mi è sembrata rispondere a verità e la verità è: rido.

lunedì 6 febbraio 2017

Panta Rei (una insignificante mossa di pedone) - Giacomo Colosio


Uno strumento di misura di una grandezza fisica possiede due caratteristiche, fra le tante: la precisione e la sensibilità.
Anche le persone sono così.
Se uno strumento è molto preciso non è detto che sia sensibile, e viceversa.
Il metro campione conservato al Louvre di Parigi, per esempio, ha caratteristiche tali da farlo ritenere precisissimo, per quanto concerne il rilevamento della misurazione di una grandezza vicina ad un metro, e proprio per questo lo si prende come riferimento.
Non si può certo dire che sia sensibile, però. Infatti se dobbiamo valutare lunghezze dell'ordine dei centesimi di millimetro dobbiamo usare altri strumenti, anche meno precisi.

domenica 5 febbraio 2017

Pensieri Cinici Quotidiani - 2017/05 -Siddharta


A – Guardiamoci negli occhi.
Internet è proprio quello che ci aspettavamo da sempre, un interlocutore paziente a tutte le nostre magagne.
Svolge un’importante azione psicofisica benefica e calmierante, attutendo le nostre pene: un bello sfogo politico, socio-religioso, ecc. e per un po’ di tempo ci sentiamo interiormente appagati.
Un nostro comune Amico parla addirittura di egoweb, laddove il nostro narcisismo trova finalmente esaltazione in rete.
I social stanno sostituendo i confessionali, sempre più vuoti, aiutandoci a vivere in ascolto e in esternazione.

Post-it di Rubrus - Un invito

La lettera dei 600 docenti universitari al governo: "Molti studenti scrivono male, intervenite"
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"Molti studenti scrivono male in italiano, servono interventi urgenti".  E' il contenuto della lettera che oltre 600 docenti universitari, accademici della Crusca, storici, filosofi, sociologi e economisti hanno inviato al governo e al parlamento per chiedere "interventi urgenti" per rimediare alle carenze dei loro studenti: "È chiaro ormai da molti anni che alla fine del percorso scolastico troppi ragazzi scrivono male in italiano, leggono poco e faticano a esprimersi oralmente"
Lettera 

Un invito a chi, a vario titolo, si occupa di educazione ed istruzione,
L'articolo che si può leggere andando sulla pagina di cui al seguente link: docenti universitari al governo molti studenti scrivono male intervenite
conclude dicendo che molti insegnanti devono occuparsi di troppe cose, di cui troppe non connesse all'insegnamento, e che i programmi scolastici sono dispersivi. Ora dirò un'eresia: secondo me è del tutto inutile insegnare l'informatica ai ragazzi (sempre che si possa perchè spesso i computer non vanno): casomai, sovente sono i ragazzi a insegnarla agli insegnanti. Meglio occuparsi, dice l'articolo, specie a livello elementare o primario, delle basi, dei c.d. "fondamentali". Come diceva Archiloco "la volpe conosce molti trucchi, il riccio uno solo, ma buono".

venerdì 3 febbraio 2017

LE SCARPE ROTTE * L'INVERNO IN ABRUZZO - Natalia Ginzburg

Le scarpe rotte
Io ho le scarpe rotte e l’amica con la quale vivo in questo momento ha le scarpe rotte anche lei. Stando insieme parliamo spesso di scarpe. Se le parlo del tempo in cui sarò una vecchia scrittrice famosa, lei subito mi chiede: «Che scarpe avrai?» Allora le dico che avrò delle scarpe di camoscio verde, con una gran fibbia d’oro da un lato.
Io appartengo a una famiglia dove tutti hanno scarpe solide e sane. Mia madre anzi ha dovuto far fare un armadietto apposta per tenerci le scarpe, tante paia ne aveva.
Quando torno fra loro, levano alte grida di sdegno e di dolore alla vista delle mie scarpe. Ma io so che anche con le scarpe rotte si può vivere. Nel periodo tedesco ero sola qui a Roma, e non avevo che un solo paio di scarpe. Se le avessi date al calzolaio avrei dovuto stare due o tre giorni a letto, e questo non mi era possibile. Così continuai a portarle, e per giunta pioveva, le sentivo sfasciarsi lentamente, farsi molli ed informi, e sentivo il freddo del selciato sotto le piante dei piedi. È per questo che anche ora ho sempre le scarpe rotte, perché mi ricordo di quelle e non mi sembrano poi tanto rotte al confronto, e se ho del denaro preferisco spenderlo altrimenti, perché le scarpe non mi appaiono più come qualcosa di molto essenziale.

mercoledì 1 febbraio 2017

"Celo, mio marito!" - racconto - Rubrus



Mi viene una ridarella incontrollabile e devo soffocarla nel primo indumento che mi capita sottomano.  Deve essere un boa a forma di volpe perché è peloso e puzzolente: un familiare, antico tanfo di naftalina mi solletica il naso mentre i peli si infilano nelle narici. Mi viene da starnutire, ma riesco a trattenermi.
Mi sembra di essere finito dentro una pochade di Feydeau. Anzi, dentro l’armadio di una pochade di Feydeau.
Mi ricordo una barzelletta. Pierino chiede alla nonna: “Nonna, cosa sono gli amanti?”. La nonna si dà una manata in fronte, corre all’armadio, lo apre e dentro ci trova uno scheletro.
È poco più di una freddura e non fa ridere, così posso lasciare andare il boa, o stola, o quel che è. Mi ha lasciato in bocca un sapore acre.
Be’, niente scheletri, qui.
Che, a rigore, non sarebbe neppure un armadio.