mercoledì 1 febbraio 2017

"Celo, mio marito!" - racconto - Rubrus



Mi viene una ridarella incontrollabile e devo soffocarla nel primo indumento che mi capita sottomano.  Deve essere un boa a forma di volpe perché è peloso e puzzolente: un familiare, antico tanfo di naftalina mi solletica il naso mentre i peli si infilano nelle narici. Mi viene da starnutire, ma riesco a trattenermi.
Mi sembra di essere finito dentro una pochade di Feydeau. Anzi, dentro l’armadio di una pochade di Feydeau.
Mi ricordo una barzelletta. Pierino chiede alla nonna: “Nonna, cosa sono gli amanti?”. La nonna si dà una manata in fronte, corre all’armadio, lo apre e dentro ci trova uno scheletro.
È poco più di una freddura e non fa ridere, così posso lasciare andare il boa, o stola, o quel che è. Mi ha lasciato in bocca un sapore acre.
Be’, niente scheletri, qui.
Che, a rigore, non sarebbe neppure un armadio. 


Una cavolo di cabina armadio, piuttosto.
Che poi, chi caspita mette una cabina armadio nella camera degli ospiti?.
D’altra parte, devo ricordarmi dove mi trovo.
Arrivando, ho detto a Lara: «Ehi, sembra il castello del Conte Dracula! L’avete pagato di meno perché è infestato?».
Lei ha riso e mi ha letteralmente trascinato nella camera degli ospiti (anzi, in una camera degli ospiti), suppongo per non lasciare tracce compromettenti nel sacro talamo. 
Aveva una gran fretta, devo dire. I preliminari andavano bene per i tempi di Feydeau.
E, tanto per smentirsi, giusto il tempo di qualche strusciamento che: “Celo, mio marito!”.
No, non l’ha detto. Sarebbe stato davvero troppo.
Ma il marito si chiama davvero “Celo”. Ing. Gianmaria Celo – Bruzzone, maggior azionista della Sky Computing, presso la quale il sottoscritto ricopre il ruolo di direttore dell’Ufficio Marketing.
Suppongo siate abbastanza acuti da notare il gioco di parole tra “Celo” – con o senza “i” – e “Sky”.
Noi in azienda ne facevamo anche altri. Il più popolare era “Celo Piccolo”.
Il fatto è che Lara, specie quando avanza per i corridoi in pellicciotto e calze alla parigina (d’estate predilige i saldali alla schiava) è davvero il tipo del panterone. Gira voce che si sia ripassata i tre quarti del personale maschile – sottintendendo che l’altro quarto sia omosessuale o impotente.
Naturalmente, nessuno può vantare esperienze dirette. Tutti conoscono qualcuno che afferma che a lui è capitato e poi si trincerano dietro “un gentiluomo tace”. Che volete farci: anche oggi, malgrado tutto, l’immaginario erotico maschile si nutre di fantasie. 
Ad ogni modo, io quelle fantasie stavo per realizzarle. Solo che... be’ ve l’ho già detto dove mi trovo.
Il quadro sarebbe perfetto, se non fosse che sono vestito di tutto punto (avevo tolto solo il cappotto, e quando Lara ha sentito la porta d'ingresso che si apriva gli ha dato un calcio e l’ha spedito sotto il letto) e sudo come una bestia.
Per fortuna che questo non è un armadio ma una dannata cabina armadio altrimenti morirei soffocato, o mi verrebbe un colpo.
Contro la puzza, però, non c’è difesa.
No, non sono io che puzzo. Non così almeno.
Devono essere i vestiti.
Dio solo sa quanti ce ne sono, inutilizzati da anni. Una come Lara può indossare un vestito diverso per ogni giorno dell’anno. Deve avere una predilezione per le pellicce. A parte la stola, qui dentro è pieno. Ora che ci penso, mi pare che debbano essere conservate in frigoriferi speciali, ma evidentemente non è così, oppure preferiscono ricorrere alla cara, buona vecchia naftalina.  Il fetore è insopportabile e anche quello che avverto in bocca pare non volersene andare. È un miasma un po’ diverso, però. Sotto, percepisco un odore antico, che non riesco a decifrare.
Allungo la mano, un po’ per farmi aria, un po’ per allontanare gli abiti che mi si stringono addosso, soffocandomi. I peli solleticano il dorso delle mani e non è una sensazione piacevole. È come infilare le dita in un nido di topi e non so come mai mi sia venuta in mente questa immagine. Se ancora avevo un po’ di voglia di ridere, mi è passata. Oh be’, ci sarà qualcosa in rat mosquet, probabilmente marcio. E “Topo muschiato marcio” suona molto male, vero?.
Muovo un passo, chiedendomi per l’ennesima volta quanto sia grande questa cabina armadio; le grucce tintinnano e sfregano tra loro come artigli di zampe affamate.
Che razza di paragone.
Standomene qui dentro, al buio e al chiuso, ho l’impressione che il cervello se ne vada a zonzo, sbattendo contro le pareti del cranio come un moscone impazzito.
Ritirando la mano, mi sembra di avere sfiorato dei denti.
Ma no.
Ma sì.
È senz’altro qualche pelliccia cui hanno lasciato attaccata la testa dell’animale. Ma chi farebbe una cosa del genere?. Il genere di persona che tiene una cabina armadio nella stanza degli ospiti. Così, tanto per smentire il detto che, dopo tre giorni, l’ospite puzza. Qui non è lui a puzzare e non serve neanche aspettare tre giorni.
Niente, non c’è niente da ridere.
Il fatto è che quei denti mi sembravano bagnati. Bavosi.
Selvatico.
Ecco l’odore sotto quello della naftalina: animale selvaggio. Non lo sentivo da un pezzo. Da quando ero bambino e papà mi portava allo zoo.
Povero papà, chissà dove sarà adesso.
Che domande. Anche lui dentro una specie di armadio, ma più piccolo del mio. Uno scheletro come in quella barzelletta del cavolo.
Devo smetterla con questi pensieri.
Tendo l’orecchio e sento la risata di Lara.
È lontana, probabilmente al piano di sotto con mister Celo-mio-marito; se fossi silenzioso, molto silenzioso, potrei aprire l’armadio e... e cosa?
Siamo al secondo piano, ma questa versione al cotechino del castello di Dracula è fedele all’originale, quanto all’altezza dei piani. Saranno sette metri da terra.
Potrei scendere e... «Buonasera, dottore, stavo giusto discutendo con la sua gentile signora della miglior posizione aziendale».
Forse, e dico forse, se avessimo avuto abbastanza faccia tosta ci si poteva anche provare, ma adesso...
Già, quando è “adesso?”.
Il cellulare è nel cappotto e l’orologio non ha i numeri fosforescenti.
Mi chino, senza curarmi del rumore – non lo sentirebbero – e sbircio dal buco della serratura, come un guardone dei tempi pre – webcam.
I miei occhi si sono abituati all’oscurità e così la stanza, dall’altra parte, mi sembra luminosa, ma non troppo. Il chiarore che intravedo è quello delle stelle.
Sento la voce di Lara che sale di volume e poi i suoi passi sulle scale. Dietro, quelli dell’Ing. Celo.
Mi alzo in piedi di scatto, tra le proteste degli attaccapanni e delle pellicce.
Lara ride e lui ci prova. Sembrano rantoli di un asmatico a una maratona.
Raggiungono il pianerottolo e mi chiedo con terrore se il cellulare, nel cappotto, sia spento.
Se non lo fosse, e se suonasse, sarebbe finita.
Male, ma sarebbe finita.
L’aria viziata e la puzza mi stanno dando alla testa. Il sangue mi rimbomba nelle orecchie con una specie di ruggito.
Lara ride ancora, con un timbro diverso, (ora che ci penso, lo stesso timbro che aveva usato con me prima) e lui prende fiato.
La sento dire qualche parola (sussurrata, devono essere proprio davanti alla porta della stanza) e sì, ha proprio il tono di quando mi ha trascinato in camera da letto.
La signora vuole la sua dose, dopotutto.
O magari sta solo creando un diversivo. Mentre loro sono occupati io me la svigno all’inglese, magari con le scarpe in mano, come in un ultimo omaggio alla commedia scollacciata.
Ma allora perché non se ne vanno nella loro camera?
Mi coglie il sospetto che uno dei due (o tutte e due) voglia farlo strano e per quello la camera degli ospiti sia l’ideale.
Questa camera degli ospiti.
Sto sempre peggio.
Ora vedo delle lucine balenarmi davanti agli occhi.
Tra un po’ sverrò, morirò, e quando, tra qualche anno – perché non aprono questa maledetta cabina per anni, niente potrebbe puzzare così, altrimenti – apriranno l’armadio troveranno uno scheletro.
L’Ing. Celo non ha smesso di ansimare. Solo che lo fa in modo diverso. Dobbiamo essere alla fase dello strusciamento.
Le luci che mi brillavano davanti agli occhi hanno smesso di danzare.
L’unica volta che sono svenuto è stato da ragazzo, dopo essermi schiacciato le dita in una porta. È passato tanto tempo ma ricordo che, prima di perdere conoscenza, tutto era diventato nero.
Lara e il marito entrano in camera con passi frenetici, eccitati.
Il mio incubo sta diventando realtà, ma non me ne frega niente. Devo uscire, e succeda quel che succeda.
Ho le allucinazioni.
Non tutte le luci fantasma sono scomparse.
Ne vedo due, proprio davanti a me che mi fissano fameliche. Sono grandi come una tazza da tè, gialle, e, al centro, c’è un taglio verticale simile alla pupilla di un gatto.
Avverto un ringhio e una zaffata fetida, putrida, rovente, che mi colpisce in piena faccia.
Premo le mani sulle ante e spingo nello stesso momento in cui Lara infila la chiave nella serratura, la chiude e dice: «Avevi ragione, caro, l’abbiamo davvero pagata pochissimo, questa casa. Il solo problema è che bisogna pur dargLi da mangiare, ogni tanto». 

3 commenti:

  1. E pensare che stavo per correggere il Celo del titolo, l'avevo considerato un refuso.
    Be'... non si può commentare, meglio non dire nulla altrimenti si rischia di rovinare la sorpresa.
    Humor nero? All'inglese non direi, in ogni caso un bel linguaggio fresco e disinvolto, moderno; più da commedia brillante che da film horror. Piaciuto molto.

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  2. Ehehe. Avevo messo le virgolette, per fortuna. Facciamo humor nero. Qualche volta provo a mescolare i generi, specie horror e humor.

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  3. Sempre interessanti i tuoi " neri" Rubrus, e che svolte!
    Letto quasi di corsa con molta curiosità.))

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