lunedì 27 febbraio 2017

Compassione per gli scrittori (ovvero anche gli scrittori hanno una mamma) Javier Cercas


Credo sia stato Goethe ad aver detto che bisogna stare molto attenti a quello che si vorrebbe fare da grandi, perché si potrebbe realizzare. Come tutti i giovani, anch’io ho fatto il possibile per avere successo nella vita, e infatti volevo diventare scrittore, con l’idea squinternata che, a giudicare da certe biografie di Ernest Hemingway, essere scrittore consistesse essenzialmente in baldorie sfrenate, andare in giro, assediato da donne spettacolari e ogni tanto sedersi e partorire capolavori dei quali si sarebbero immediatamente vendute migliaia di copie in tutto il mondo. Ormai sono un uomo maturo, anche se non sono né Goethe né Hemingway, però sono uno scrittore (per modo di dire), e la sgradevole verità si impone: niente eccessi. 
Quando pubblicai il primo libro i miei amici presero la strana abitudine di cambiare marciapiede non appena mi vedevano da lontano; quando pubblicai il secondo uno di loro non riuscì a schivarmi e si imbatté in me e mia madre, che mi accompagnava per consolarmi. “Ho comprato il tuo libro” mentì l’amico. “Ah, sei stato tu!” ribatté mia madre (convinta che tra me e Goethe ci sia un grande vuoto nella letteratura europea), anche varie persone del mio paese mi leggevano. 
Così mi portò alla Fiera del Libro di Madrid e mi sistemò all’Hotel Palace. Fu un errore: mi sentivo come Hemingway, mi ero convinto che avrei sfondato. Durante l’intera giornata vidi un’enorme fila di gente davanti allo stand dove firmava copie Mario Vargas Llosa e, credendo che mi stesse rubando il pubblico, lo odiai con tutta l’anima e passai varie ore a inveire contro di lui mentre facevo esercizi con il polso per scongiurare una slogatura dovuta al troppo firmare una volta che fosse giunto il mio turno. Non appena toccò a me, il padiglione della fiera si svuoto di colpo. Mi resi conto che si trattava di una congiura; sentii la mancanza di mia madre, ma riuscii a sopportare a piè fermo e senza piangere né muovermi dallo stand. 
Alla fine si avvicinò un uomo. Con il cuore in gola lo vidi prendere i mano il mio libro. Sfogliare qualche pagina. Quanto costa? Chiese infine. Mentii: dissi che costava molto meno rispetto al vero prezzo di copertina. “Uh, come è caro!” sbottò. E se ne andò. L’indomani, quando nella hall del Palace vidi Vargas Llosa, dovetti reprimere l’impulso di commettere un attentato, e decisi, di seguirlo a distanza; vidi che si dirigeva al museo Thyssen. Mentre camminavo dietro di lui mi rilassai un po’. “Maestro” pensai di rivolgermi a Vargas Llosa davanti a una tela di Pissarro, prendendogli la mano per baciarla. “Confesso di averla tradita con pensieri opere e omissioni”.
Ma giunto all’ingresso del museo un’avvenente signora mi sbatté il cancelletto sul muso: disse che era lunedì, giorno di chiusura; quando indicai Vargas Llosa, che era già entrato, la signora rispose: “Ma non vede che quello è l’autore della Casa Verde?”

Una fiera del libro è una delle torture più crudeli che si possano infliggere a uno scrittore; la più spietata è quella di Sant Jordi. Sabato scorso, vigilia del giorno di Sant Jordi, sono stato sul paseo de Gracia a firmare copie (per modo di dire). Non mi ero ancora seduto al tavolo quando sento alle mie spalle un urlo tremendo: “Sei un genio!” Anche se capisco subito che si tratta di mia madre, mi giro lo stesso. Non è mia madre: è un’avvenente signora. Non si rivolge a me: si rivolge a Vila-Matas, che è seduto di fianco. Per rifarmi dell’umiliazione, e mentre comincio a covare un odio ferale nei confronti di Vila-Matas e lui firma autografi fin dentro alla scollatura, chiedo una birra. A un tratto la signora si rivolge a me. “E tu chi sei” esclama. “Ernest Hemingway sto per dirle, ma non lo dico, dico la verità. “Che strano” dice la signora, visibilmente contrariata. “Il tuo nome non mi dice niente.” E con una manata fa cadere la birra che mi si rovescia addosso; poi, per scusarsi, compra un mio libro e, quando se ne va, penso che di questo passo metterò a repentaglio il mio matrimonio, perché voglio vedere come faccio a convincere mia moglie di aver firmato dei libri anziché essermi buttato in baldorie sfrenate, se arrivo a casa con il vestito ridotto uno schifo e inzuppato di birra. Così torno al mio paese e l’indomani, giorno di Sant Jordi, si comincia piuttosto bene e vendo varie copie, tutte acquistate da mia madre, che si presenta allo stand cammuffata da topo model o indossando un grottesco vestito folcloristico da lagarterana, per non farsi riconoscere.

A mezzogiorno viene giù il diluvio. Mi rendo conto che si tratta di un’altra congiura, ma non dico niente e do una mano al libraio Guillem Terribas a mettere in salvo i libri sotto un portico. Lì mi imbatto in un’avvenente signora che ai tempi della mia giovinezza era un’adolescente deliziosa che, vedendomi bagnato fradicio e sporco e con una pila di libri in braccio, capisce che non sono diventato proprio come Hemingway – cosa che dicevo sempre di voler diventare per trionfare nella vita – e si sofferma a guardarmi con occhi colmi di sincera compassione. Mi fermo qui. Fate come lei. L’anno prossimo, quando si terrà la fiera di Sant Jordi, o quando andrete a una fiera del libro, non siate crudeli: non ridete degli scrittori. A meno che non siano Vargas Llosa o Vila Matas, abbiate compassione di loro. Ne hanno già abbastanza, non infierite.


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