giovedì 16 febbraio 2017

L’ALBERO DI MAGGIO DI MONT’ALLEGRO -.Nathaniel Hawthorne


Erano gioiosi i tempi a Mont’Allegro, quando l’Albero di maggio era l’asta dello stendardo di quell’amena colonia! Coloro che lo innalzavano, per farne il loro trionfante vessillo, dovevano inondare di sole le selvagge colline del New England e spargere sulla terra sementi di fiori. Allegria e malinconia si contendevano il dominio di quell’impero. La vigilia di mezz’estate era giunta, portando un verde più intenso nella foresta, e rose nel suo grembo di una più vivida tonalità dei teneri boccioli di primavera. Ma Maggio, col suo spirito giocoso, abitava tutto l’anno intorno a Mont’Allegro, spassandosela nei mesi estivi, facendo baldoria in quelli autunnali, crogiolandosi al fuoco del caminetto in inverno. Nel mezzo di un mondo di fatiche e di stenti, Maggio aleggiava con un sognante sorriso, e scendeva lì per trovare asilo tra i cuori spensierati di Mont’Allegro.





Mai l’Albero di Maggio era festosamente addobbato come al tramonto della vigilia di mezz’estate. Questo venerato emblema era un albero di pino che aveva conservato l’esile grazia della giovinezza, pur eguagliando le più alte cime dei vetusti sovrani della foresta. Sulla sua cima garriva uno stendardo di seta con i colori dell’arcobaleno, più a terra l’albero era addobbato con grossi rami di betulla e altri del più vivido verde, alcuni con foglie argentee, legati con nastri che fluttuavano con fantastici fiocchi di venti diversi colori, nessuno dei quali era triste. Fiori di giardino e boccioli selvatici ridevano lietamente nella verzura, così freschi e rugiadosi che sembravano cresciuti come per magia su quel felice albero di pino. Là dove terminava questo verde e fiorito splendore, il tronco dell’Albero di Maggio era dipinto con i sette vividi colori dello stendardo sulla sua cima. Sul ramo verde più basso era appesa una ricca ghirlanda di rose, alcune raccolte nei luoghi più soleggiati della foresta, e altre, di più intenso rossore, coltivate dai coloni con i semi d’Inghilterra. Gente dell’età dell’oro, il principale prodotto del vostro lavoro nei campi erano i fiori che coltivavate!
Ma che cos’era quella turbolenta moltitudine che stava mano nella mano intorno all’Albero di Maggio? Non potevano essere fauni e ninfe che, scacciati dai loro classici boschetti e dimore delle antiche leggende, avevano cercato rifugio, come tutti i perseguitati, nei freschi boschi d’Occidente, perché quelle lì intorno erano creature gotiche, anche se forse di discendenza greca. Sulle spalle di un aggraziato giovane si ergevano la testa e le corna ramificate di un cervo; un altro, umano in ogni altro aspetto, aveva il truce volto di un lupo; un terzo, anch’esso col tronco e le gambe di un mortale, mostrava la barba e le corna di un venerabile caprone. Comparivano le sembianze di un orso eretto, selvatico in tutto tranne che nelle zampe posteriori, rivestite con calze rosa di seta, e altrettanto stupefacente si ergeva un vero orso della cupa foresta, che offriva le zampe anteriori alla presa di mani umane, pronto a danzare come tutti gli altri, alzandosi nella sua inferiore statura per incontrare quella dei suoi compagni che stavano chini. Altre facce mostravano le sembianze di uomini e donne, ma distorte e bizzarre, con nasi rossi pendenti sulla bocca, che sembrava di spaventosa profondità e tesa da un orecchio all’altro in un’interminabile risata. Qui si vedeva l’Uomo dei Boschi, ben noto in araldica, peloso come un babbuino e inghirlandato con foglie verdi. Al suo fianco, stava una più nobile figura, ma anch’essa contraffatta, quella di un cacciatore indiano, con la sua criniera piumata e il perizoma di perline. Molti, in questa strana compagnia, portavano berretti da giullare e avevano campanellini appesi ai loro abiti, che tintinnavano con suono argentino, rispondendo alla musica inudibile dei loro cuori gioiosi. Alcuni giovani e fanciulle indossavano vestiti più sobri, ma occupavano il loro posto in mezzo a quella folla eterogenea con l’espressione festosa ed esultante dei loro voti. Questi erano i coloni di Mont’Allegro, raccolti nel diffuso sorriso del tramonto intorno al loro venerato Albero di Maggio.
Se un viandante smarrito nella malinconica foresta avesse udito quella baldoria e avesse lanciato di nascosto uno sguardo quasi impaurito alla scena, avrebbe potuto immaginare che costoro erano una schiera di baccanti, alcuni già trasformati in bruti, altri a metà tra l’uomo e la bestia, e altri ancora in preda all’euforica ebbrezza che precedeva la trasformazione. Ma alcuni puritani, che osservavano non visti la scena, paragonavano quelle maschere ai demoni e alle anime perdute di cui la superstizione popolava quella cupa landa desolata.
All’interno di quella cerchia di mostri, comparvero poi le due creature più eteree che avessero mai calpestato qualcosa di più solido delle nuvole purpuree e dorate. Uno era un giovane in abiti sgargianti, con una fusciacca color dell’arcobaleno di traverso sul petto. La sua mano destra impugnava uno scettro dorato, simbolo di alta dignità tra i festanti, la sinistra stringeva le esili dita di un’avvenente fanciulla, non meno pittorescamente abbigliata del suo accompagnatore. Splendide rose scintillavano in contrasto con i riccioli scuri e lucenti di ambedue, ed erano sparse ai loro piedi, oppure vi erano sbocciate spontaneamente. Dietro a questa leggiadra coppia, e così vicino all’Albero di Maggio che i suoi rami ne ombreggiavano il volto gioviale, stava la figura di un sacerdote inglese, vestito con abiti canonici, ma decorati anch’essi con fiori, come quelli dei pagani, e con una corona di pampini in testa. Con i suoi occhi roteanti e con la profana decorazione della sua sacra veste, sembrava lì il più mostruoso di tutti, il Bacco di quella schiera di baccanti.
«Devoti dell’Albero di Maggio!», esclamò il sacerdote decorato di fiori, «lietamente i boschi hanno echeggiato tutto il giorno della vostra allegria. Ma questa sia la vostra ora più lieta, miei cari! Ecco, qui stanno il Signore e la Signora di Maggio, che io, ecclesiastico di Oxford e primo pastore di Mont’Allegro, sto ora per unire nel santo matrimonio. Su col vostro lieve spirito, danzatori di moresca, e voi, uomini dei boschi e cantatrici del coro, orsi e lupi e signori cornuti! Su, cantiamo in coro, ora, con tutta l’allegria della vecchia Inghilterra e con lo spirito più selvaggio di questa ombrosa foresta, e poi danziamo, per mostrare a questa giovane coppia com’è fatta la vita, e come devono attraversarla lievemente! Tutti voi che amate l’Albero di Maggio, unite la vostra voce al canto nuziale del Signore e della Signora di Maggio!».
Questa cerimonia nuziale era qualcosa di più serio di molti altri avvenimenti di Mont’Allegro, dove la celia e l’inganno, lo scherzo e la fantasia davano vita a un ininterrotto carnevale. Il Signore e la Signora di Maggio, pur dovendo abbandonare i loro titoli al tramonto seguente, dovevano essere realmente compagni in quella danza della vita, a iniziare da quell’animata vigilia. La ghirlanda di rose, appesa al ramo più basso dell’Albero di Maggio, era stata intrecciata per loro, e sarebbe stata gettata sulle teste di ambedue come simbolo della loro unione fioreale. Dopo che il sacerdote ebbe parlato, si alzò un tumultuoso clamore da quella folla di mostruose figure.
«Dia lei inizio all’accordo, reverendo», gridarono tutti, «e mai i boschi risuonino di così allegri canti come quelli che innalziamo noi dell’Albero di Maggio!».
E subito un preludio di cetre, zampogne e viole, suonate con la dovuta maestria, si fece udire da un vicino boschetto, e con ritmo così vivace che anche i rami dell’Albero di Maggio fremettero a quel suono. Ma il Signore di Maggio, colui che impugnava lo scettro dorato, guardò casualmente negli occhi della sua dama e rimase sconcertato dallo sguardo quasi pensoso che incontrò il suo.
«Edith, dolce Signora di Maggio», sussurrò, quasi in tono di rimprovero, «quella ghirlanda di rose è forse una corona posata sulle nostre tombe, per farti apparire così triste? Oh, Edith, questo è il nostro momento dorato! Non offuscarlo con l’ombra pensosa della mente, perché può darsi che nulla, in futuro, sia più luminoso del semplice ricordo di ciò che sta ora trascorrendo».
«Era proprio questo il pensiero che mi rattristava! Come mai è passato anche per la tua mente?», rispose Edith, in tono ancor più sommesso, perché la tristezza era considerata alto tradimento a Mont’Allegro. «È per questo motivo che sospiro in mezzo a questa musica di festa. E poi, caro Edgar, mi dibatto come in un sogno, e mi sembra che queste immagini dei nostri spensierati amici siano una visione, che la loro allegria sia irreale, e che noi non siamo i veri Signori di Maggio. Qual è il mistero che si annida nel mio cuore?».
Proprio in quel momento, come sciolta da un incantesimo, una lieve pioggia di petali di rosa sfioriti cadde dall’Albero di Maggio. Ahimè! Non appena i cuori dei giovani amanti si erano accesi di vera passione, essi avevano sentito qualcosa di effimero, di inconsistente nel loro precedente piacere, e avevano avuto il cupo presentimento di un inevitabile mutamento. Nel momento in cui si erano realmente amati, si erano assoggettati al comune destino della terra, quello degli affanni, dei dolori, del tormentato piacere, e non avevano più posto a Mont’Allegro. Questo era il mistero di Edith. Ma ora lasciamo che il sacerdote li sposi e che le maschere folleggino intorno all’Albero di Maggio, finché l’ultimo raggio di sole scomparirà dalla sua cima e le ombre della foresta si mescoleranno malinconicamente alle danze. E nel frattempo possiamo scoprire chi erano queste spensierate persone.
Duecento e più anni fa, il vecchio mondo e i suoi abitanti si erano stancati l’uno degli altri. Gli uomini si imbarcarono a migliaia per l’Occidente, alcuni per barattare perline e simili cianfrusaglie in cambio delle pelli dei cacciatori indiani, altri per conquistare imperi vergini, e un austero gruppo di loro per pregare. Ma nessuna di queste motivazioni aveva molta importanza per i coloni di Mont’Allegro. I loro capi erano uomini che se l’erano tanto spassata nella vita che quando arrivava il momento della riflessione e della saggezza, anche questi sgraditi ospiti erano dispersi da tutte le vanità che essi avrebbero dovuto fugare. L’ozioso pensiero e la pervertita saggezza erano messi in maschera per fare la parte del buffone. Gli uomini di cui parliamo, dopo aver perduto la fresca gaiezza del cuore, avevano escogitato una sfrenata filosofia del piacere, ed erano lì giunti per tradurre in realtà il loro sogno, trovando seguaci in tutta quella giocosa tribù la cui intera vita è come un giorno di festa per gli uomini morigerati. Al loro seguito accorrevano cantastorie, ben noti nelle strade di Londra, attori girovaghi, i cui teatri erano stati i saloni dei nobiluomini, e guitti, funamboli, saltimbanchi, di cui si sarebbe sentita a lungo la mancanza nei veglioni, alle feste della birra e alle sagre, insomma i buontemponi di ogni risma, quali abbondavano in quell’epoca, ma che iniziavano allora a essere osteggiati dalla rapida diffusione del puritanesimo. Lievi erano stati i loro passi sulla terra, e altrettanto lievemente avevano attraversato il mare. Molti di loro erano stati follemente indotti a una spensierata disperazione a causa di precedenti traversie, altri erano altrettanto follemente gioiosi nell’euforia della giovinezza, come il Signore di Maggio e la sua dama, ma qualunque fosse la causa del loro buonumore, vecchi e giovani erano parimenti giocosi a Mont’Allegro. I giovani si consideravano felici, e i più anziani, anche quando sapevano che l’allegria è solo la contraffazione della felicità, seguivano nondimeno caparbiamente quell’illusoria chimera, perché i suoi indumenti, almeno, erano più sgargianti. Dediti per tutta la loro esistenza alle frivolezze, non volevano avventurarsi nelle cose serie della vita, nemmeno per essere felicemente benedetti.
Tutte le feste tradizionali della vecchia Inghilterra furono là trapiantate. Il sovrano di Natale fu opportunamente incoronato, e il Signore del Disordine esercitava il suo dominio. Alla vigilia di San Giovanni, i coloni abbattevano interi acri di alberi della foresta per farne falò, e danzavano tutta la notte alla luce delle fiamme, inghirlandati di fiori e gettandone altri nel fuoco. All’epoca del raccolto, anche se questo era molto scarso, costruivano una figura con i covoni di granturco, la inghirlandavano con fiori autunnali e la portavano trionfanti nelle loro case. Ma ciò che maggiormente distingueva i coloni di Mont’Allegro era il loro culto dell’Albero di Maggio, che ha fatto della loro storia una fiaba per poeti. La primavera addobbava il venerato emblema con freschi boccioli e giovani virgulti verdi, l’estate portava rose del colore più intenso e il fogliame rigoglioso della foresta, l’autunno lo arricchiva con quello splendore rosso e giallo che trasforma ogni foglia selvatica in un fiore dipinto, e l’inverno lo inargentava di nevischio e vi sospendeva ghiaccioli tutt’intorno, fino a farlo scintillare alla fredda luce del sole, divenendo anch’esso un gelido raggio. E così ogni successiva stagione rendeva omaggio all’Albero di Maggio, e gli faceva dono del suo maggior splendore. I suoi devoti vi danzavano intorno almeno una volta ogni mese, e talvolta lo chiamavano loro religione o loro altare, e comunque esso era sempre il vessillo di Mont’Allegro.
Purtroppo, vivevano nel nuovo mondo anche uomini di una fede più austera di quella di questi adoratori dell’Albero di Maggio. Non lontano da Mont’Allegro abitava infatti una colonia di puritani, perlopiù tristi personaggi che recitavano le loro preghiere prima dell’alba e lavoravano poi nella foresta e nei campi di grano fino a sera, quando giungeva ancora l’ora della preghiera. Le loro armi erano sempre a portata di mano, per uccidere i selvaggi vagabondi. Quando si riunivano in assemblea, non era mai per far rivivere il buonumore della vecchia Inghilterra, ma per ascoltare sermoni lunghi tre ore o per stabilire taglie sulle teste dei lupi o sugli scalpi degli indiani. Le loro feste erano giorni di digiuno, il loro principale passatempo era il canto dei salmi. E guai ai giovani e alle fanciulle che solo si sognavano di danzare! Il consigliere faceva cenno alla guardia, e il reprobo ballerino era messo in ceppi, oppure, se danzava, era intorno al palo della fustigazione, che si potrebbe definire l’Albero di Maggio dei puritani.
Una spedizione di questi capi puritani, facendosi strada a fatica nella foresta, carico ciascuno come un mulo di un’armatura di ferro che rendeva ancor più pesanti i suoi passi, si avvicinava talvolta ai soleggiati dintorni di Mont’Allegro, dove i frivoli coloni folleggiavano intorno al loro Albero di Maggio, insegnando magari a danzare a un orso, sforzandosi di trasmettere la loro allegria a qualche grave indiano, oppure mascherandosi con pelli di daini o di lupi che essi cacciavano a questo particolare scopo. Spesso tutta la colonia giocava a moscacieca, comprese le autorità, e tutti con gli occhi bendati, tranne un unico zimbello che i non vedenti peccatori inseguivano al tintinnio dei campanelli appesi ai suoi vestiti. Una volta, a quanto si diceva, erano stati visti seguire fino alla tomba un cadavere ricoperto di fiori, tra allegri canti e musiche festose. Ma il defunto forse rideva? Nei loro momenti più pacati, i coloni cantavano ballate e raccontavano storie a edificazione dei devoti visitatori, oppure li sconcertavano con i loro giochi di prestigio, facevano smorfie attraverso i collari dei cavalli, e, quando il gioco diventava noioso, si facevano beffe della loro stessa stupidità e davano inizio a una gara di sbadigli. Anche alla minima di queste sciocchezze, gli uomini vestiti di ferro scuotevano la testa e aggrottavano così cupamente la fronte che quei buontemponi alzavano lo sguardo al cielo, immaginando che una nuvola passeggera avesse offuscato la luce del sole, che lì doveva splendere perpetuamente. Dal canto loro, i puritani affermavano che quando risuonava un salmo dal loro luogo di culto l’eco rimandata dalla foresta sembrava spesso quella di un coro festoso che si concludeva con uno scroscio di risate. Ma chi erano, se non il demonio e i suoi schiavi, ovvero la combriccola di Mont’Allegro, coloro che li turbavano in tal modo? Sorse così, col tempo, una reciproca ostilità, severa e aspra da una parte, e profonda dall’altra, per quanto poteva esserlo tra quei giocosi spiriti che avevano giurato fedeltà all’Albero di Maggio. Nell’importante contesa era in gioco tutto il futuro del New England. Se quei tetri santoni avessero affermato la loro giurisdizione sugli spensierati peccatori, allora il loro spirito avrebbe rabbuiato tutta la regione, ne avrebbe fatto per sempre una terra di volti cupi, di duro lavoro, di sermoni e di salmi. Se invece avesse avuto fortuna il vessillo di Mont’Allegro, il sole avrebbe brillato su quelle colline, i fiori avrebbero decorato la foresta, e i posteri avrebbero reso omaggio all’Albero di Maggio.
Dopo questi autentici accenni storici, ritorniamo ora alle nozze del Signore e della Signora di Maggio. Purtroppo abbiamo indugiato troppo a lungo, e il nostro racconto deve divenire tutt’a un tratto più cupo. Quando rivolgiamo di nuovo lo sguardo all’Albero di Maggio, un solitario raggio di sole sta infatti svanendo sulla sua cima, lasciando soltanto una pallida sfumatura dorata che si mescola con i colori arcobaleno dello stendardo. Anche quella fioca luce ora scompare, lasciando tutto il regno di Mont’Allegro alle tenebre della sera, che è calata così improvvisamente dai neri boschi circostanti. Ma alcune di queste cupe ombre sono comparse d’improvviso in forma umana.
Sì, con il calare del sole era trascorso anche l’ultimo giorno di festa a Mont’Allegro. Il cerchio delle allegre maschere era stato scompigliato e disciolto, il cervo aveva abbassato sgomento le sue corna, il lupo si era fatto più docile dell’agnello, i campanelli dei danzatori di moresca tintinnavano con tremulo timore. I puritani avevano imposto la loro peculiare presenza nelle pantomime dell’Albero di Maggio. Le loro cupe figure si mescolavano con le folli immagini dei loro avversari, e trasformavano quella scena, come nel momento in cui i pensieri del risveglio prendono forma tra le disperse fantasie del sogno. Il capo del manipolo nemico stava ora nel mezzo del cerchio, circondato dalla massa di quei mostri intimiditi, simili a spiriti maligni alla presenza di un temuto stregone. Nessuno di quegli irreali buffoni riusciva a guardarlo in faccia. Così severo era il suo vigoroso aspetto che tutto l’uomo, il suo volto, il corpo e l’anima, sembravano fatti di ferro, dotati di vita e di pensiero, ma pur sempre di un’unica sostanza, con il suo cimiero e la corazza. Era il puritano dei puritani, era Endicott in persona!
«Scostati, sacerdote di Baal!», esclamò con cupo cipiglio, senza posare la mano reverente sulla cotta. «Io ti conosco, Blackstone! Tu sei l’uomo che non potrebbe sopportare nemmeno il dominio della sua stessa chiesa corrotta, sei giunto qui per predicare l’empietà, per darne esempio nella tua vita. Ma ora vedremo che il Signore ha santificato questa landa selvaggia per il suo proprio popolo. Guai a coloro che osano corromperla! E, primo tra tutti, questo abominio cosparso di fiori, l’altare del tuo culto!».
E, con la sua spada affilata, Endicott si avventò contro il venerato Albero di Maggio, e questo non resistette a lungo al suo braccio. Gemendo con lugubre rumore, inondò di foglie e boccioli di rosa l’implacabile giustiziere, e infine il vessillo di Mont’Allegro si schiantò con tutti i suoi rami verdi, i nastri e i fiori, simbolo di trascorsi piaceri. E mentre si abbatteva, racconta la tradizione, il cielo della sera si fece più scuro e gli alberi gettarono ombre più cupe.
«Ecco!», esclamò Endicott, guardando trionfante la sua opera. «Qui giace l’unico Albero di Maggio del New England. Forte è in me la convinzione che la sua caduta prefigura la sorte dei fatui e oziosi buontemponi presenti tra noi e i nostri posteri. E così sia, dice John Endicott!».
«E così sia!», gli fecero eco i suoi seguaci.
I devoti dell’Albero di Maggio emisero invece un gemito per il loro idolo abbattuto. A quel suono, il capo dei puritani lanciò uno sguardo a quella schiera di baccanti, altrettante immagini di incontenibile allegria, che però, in quel momento, esprimevano stranamente mestizia e sgomento.
«Valoroso capitano», intervenne Peter Palfrey, il veterano del suo manipolo, «quali ordini si devono eseguire con i prigionieri?».
«Pensavo di non pentirmi, abbattendo un Albero di Maggio», rispose Endicott, «ma ora sento nel mio cuore il desiderio di piantarlo di nuovo, per offrire a ciascuno di questi animaleschi pagani un’ultima danza intorno al loro idolo. Pochi altri pali sarebbero stati adatti come questo alla fustigazione!».
«Ma qui intorno non scarseggiano altri alberi», suggerì il suo luogotenente.
«È ben vero, mio buon veterano», rispose il suo capo. «Perciò legate questa banda di pagani, e somministrate a ciascuno una buona dose di nerbate, come anticipo della nostra futura giustizia. Mettete in ceppi alcuni di questi furfanti, così che possano riposarsi, non appena la Provvidenza ci condurrà in uno dei nostri ben ordinati insediamenti, in cui si possano trovare simili strumenti. Ulteriori punizioni, quali la marchiatura e il taglio delle orecchie, saranno prese in considerazione in seguito».
«Quante nerbate per il sacerdote?», domandò il veterano Palfrey.
«Nessuna, per ora», rispose Endicott, posando il suo severo cipiglio sul colpevole. «Spetterà alla Corte grande e a quella generale stabilire se le nerbate, la lunga carcerazione e altre severe punizioni possono riparare le sue trasgressioni. Che badi a se stesso! Per coloro che violano il nostro ordine civile, può esserci consentito di mostrare clemenza. Ma guai agli sciagurati che turbano la nostra religione!».
«E quest’orso ballerino», domandò ancora l’ufficiale, «deve anch’esso dividere le nerbate dei suoi compari?».
«Sparategli in testa», rispose il drastico puritano. «Sospetto la mano della stregoneria in questa bestia».
«Ecco qui una coppia di illustri personaggi», proseguì Peter Palfrey, indicando con la sua arma il Signore e la Signora di Maggio. «Sembrano avere alto grado tra questi malfattori, e penso che la loro dignità non possa essere onorata con meno di una doppia dose di nerbate».
Endicott si appoggiò alla sua spada ed esaminò attentamente l’abbigliamento e l’aspetto dell’infelice coppia. Erano lì, pallidi, afflitti e impauriti, eppure mostravano un atteggiamento di reciproco conforto, di puro e semplice affetto, come di chi chiede aiuto e lo dà, che li rivelava come marito e moglie, uniti da un amore che aveva la sanzione di un sacerdote. In quel momento di pericolo, il giovane aveva lasciato cadere il suo scettro dorato e aveva posato il braccio sulla sua Signora di Maggio, che s’appoggiava al suo petto, troppo lievemente per essergli di peso, ma abbastanza per far capire che i loro destini erano legati insieme, nel bene o nel male. Si guardarono dapprima l’un l’altra, poi rivolsero lo sguardo al volto accigliato del capitano. Stavano lì, nella prima ora delle loro nozze, mentre i vani piaceri, di cui i loro compagni erano rappresentanti, lasciavano posto ai più gravi affanni della vita, personificati da quei cupi puritani. Ma la loro giovanile bellezza non era mai apparsa così pura e luminosa come quando la sua luce era offuscata dalle avversità.
«Giovanotto», disse Endicott, «vi trovate in una brutta situazione, tu e la tua giovane sposa. Preparatevi, perché ho intenzione di dare a tutti e due un esempio per ricordare il giorno delle vostre nozze!».
«Uomo senza cuore», esclamò il Signore di Maggio, «come posso commuoverti? Se ne avessi i mezzi, resisterei fino alla morte, ma essendo impotente, ti supplico! Fai di me ciò che vuoi, ma risparmia Edith!».
«Nient’affatto», replicò l’inflessibile puritano. «Non intendiamo mostrare una vana benevolenza verso quel sesso che richiede invece la più severa disciplina. Tu che ne dici, ragazza? Il tuo tenero sposo dovrà subire anche la tua parte di pena, oltre alla sua?».
«Sia la morte», rispose Edith, «ma soltanto per me!».
In verità, come aveva detto Endicott, gli infelici amanti si trovavano in una penosa situazione. I loro nemici trionfavano, i loro amici erano prigionieri e umiliati, la loro casa era deserta, le tenebre della foresta li circondavano, e un crudele destino, impersonato dal capo dei puritani, era tutto ciò che li attendeva. Eppure, le ombre calanti della notte non potevano del tutto nascondere che quell’uomo di ferro era impietosito, quando sorrise davanti al tenero spettacolo dell’amore giovanile, e quasi sospirò per quelle giovanili speranze così crudelmente infrante.
«Le avversità della vita sono precocemente calate su questa giovane coppia», osservò Endicott. «Vedremo come si comporteranno davanti a questa prova, prima di gravarli con altre più severe. Se, nel bottino, si trovano indumenti di foggia più decente, siano fatti indossare a questo Signore di Maggio e alla sua signora, invece di queste vacue frivolezze. Che provveda qualcuno di voi».
«E i capelli di questo ragazzo non saranno tosati?», domandò Peter Palfrey, guardando inorridito le ciocche e i lunghi riccioli lucenti del giovane.
«Che siano rasati immediatamente, e nell’autentica foggia a guscio d’uovo!», ordinò il capitano. «Poi riportateli qui tra noi, ma con maggior riguardo dei loro compagni. Questo giovane ha qualità che possono renderlo valoroso in battaglia, resistente alla fatica e devoto nella preghiera, e in quanto alla fanciulla, può essere adatta a diventare una madre nella nostra Israele, per allevare bambini in modo migliore di quanto lei stessa lo sia stata. E non pensate, giovani, che essi siano i più felici, anche nel breve arco della nostra vita, tra quanti l’hanno mal spesa danzando intorno a un Albero di Maggio!».
E allora Endicott, il più severo dei puritani che posarono le fondamenta del New England, sollevò la ghirlanda di rose dall’Albero di Maggio abbattuto, e la gettò con la sua mano guantata sulle teste del Signore e della Signora di Maggio. Fu un gesto profetico. Come il rigore morale del mondo ne sopraffà tutta la voluta gaiezza, così il loro focolare di sfrenata allegria diventò deserto nella triste foresta. Non vi fecero più ritorno, ma come la loro ghirlanda fiorita era intrecciata dalle più vivide rose che lì erano cresciute, così nel legame che li unì erano intessute le loro prime gioie, le più pure e le più belle. Andarono verso il cielo, sostenendosi l’un l’altra nel difficile cammino che era loro destino percorrere, e mai sprecarono un pensiero di rimpianto alle vanità di Mont’Allegro.
 

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