giovedì 9 febbraio 2017

L'UOMO CHE RIDE - Heinrich Boell


 
Quando mi interrogano sulla mia professione, mi sento imbarazzato: divento rosso, balbetto, io che altrimenti sono noto per essere un uomo disinvolto. Invidio la gente che può dire: faccio il muratore.
  Ai parrucchieri, ai ragionieri, agli scrittori invidio la semplicità delle loro confessioni; queste professioni si spiegano da sole, non richiedono ulteriori chiarimenti.
  Io invece sono costretto a rispondere a queste domande: rido. Un’ammissione simile ne richiede altre, perché anche alla seconda domanda «Vive di questo Lei?» devo rispondere «sì»; il che risponde al vero. Vivo realmente del mio riso e vivo bene perché il mio riso, per esprimersi commercialmente, è richiesto. Rido bene, ho imparato a ridere, nessun altro ride come me, nessuno conosce come me le sfumature di quest’arte. Per molto tempo – per sfuggire a noiose spiegazioni – mi sono definito attore, ma le mie qualità mimiche e recitative sono così povere che questa definizione non mi è sembrata rispondere a verità e la verità è: rido.



  Non sono né un clown, né un comico, non rallegro l’umanità, ma rappresento l’allegria; rido come un imperatore romano o come un sensibile giovinetto candidato agli esami di maturità, il riso del Diciassettesimo secolo mi è così familiare come quello del Diciannovesimo e – se il caso lo richiedesse – rido tutti i secoli, tutte le classi sociali, tutte le età.
  L’ho semplicemente imparato, così come si impara a risuolare le scarpe. Il riso d’America riposa nel mio petto, il riso d’Africa, riso bianco, rosso, giallo – e per un onorario adeguato – lo faccio risuonare così come esige la regia.
  Sono diventato indispensabile, rido su dischi, su nastri magnetici e i registi dei radiodrammi mi trattano con riguardo. Rido melanconicamente, con misura, istericamente – rido come un controllore del tram o come un apprendista nel negozio di generi alimentari: come si ride la mattina, la sera, di notte e al crepuscolo, in breve: dovunque e quando ci sia da ridere, io rido.
  Mi si crederà, se dico che una tale professione è faticosa tanto più – è la mia specialità – che so fare anche il riso contagioso: sono così diventato indispensabile anche ai comici di terzo e quart’ordine che, a ragione, tremano per la loro battuta e quasi ogni sera vado in giro per i variétés, come un raffinato genere di claqueur, per ridere contagiosamente ai punti deboli del programma. Deve essere un lavoro fatto su misura: il mio riso forte, vigoroso e selvaggio non deve arrivare né troppo presto né troppo tardi, ma cominciare proprio al momento giusto e allora – scoppio a ridere secondo il programma, tutto il pubblico urla insieme a me e la battuta è salva. Ma io mi trascino poi esausto al guardaroba, infilo il cappotto, felice di essere finalmente libero dal lavoro. A casa mi aspettano poi telegrammi: «Ci occorre urgentemente il Suo riso» – «Registrazione martedì» e poche ore dopo mi trovo in un direttissimo surriscaldato e mi lamento della mia sorte. Ciascuno capirà che dopo il lavoro – o in vacanza – ho poca voglia di ridere. Il contadino che munge è felice quando può dimenticare la mucca, il muratore è soddisfatto quando può lasciar stare la calcina e i falegnami a casa hanno per lo più porte che non funzionano o cassetti che si aprono solo a fatica. I pasticcieri amano i cetrioli sottaceto, i macellai il marzapane e il fornaio preferisce al pane la salsiccia: i toreri amano le colombe e i pugili diventano pallidi quando ai loro bambini viene il sangue dal naso. Capisco tutto perché dopo il lavoro io non rido mai. Sono una persona terribilmente seria e la gente – forse a ragione – mi considera un pessimista. Nei primi anni di matrimonio mia moglie mi diceva spesso: — Su, ma ridi un po’ — ma nel frattempo ha capito che non posso esaudire il suo desiderio. Sono felice quando posso distendere gli affaticati muscoli del mio viso o il mio animo malconcio, con una profonda serietà. Sì, anche il riso degli altri mi rende nervoso perché mi ricorda la mia professione. Così il nostro matrimonio è quieto e tranquillo perché anche mia moglie ha disimparato a ridere; di quando in quando la sorprendo a sorridere e allora sorrido anch’io. Insieme, parliamo piano perché io odio il rumore dei variétés, odio il chiasso che può esserci negli studi di registrazione. Persone che non mi conoscono mi considerano di carattere chiuso.
  Forse lo sono perché troppo spesso devo aprire la bocca al riso.
  Con un viso immobile passo attraverso la mia vita; mi permetto di tanto in tanto un pallido sorriso e penso spesso se abbia mai riso. Credo di no. I miei fratelli raccontano che io sono stato sempre un ragazzino serio. Così rido in tante maniere, ma il riso mio, non lo conosco.
 


1 commento:

  1. Dall'omonimo romanzo di Hugo, al riso di Franti, allo sghignazzo del Joker, il nemico di Batman, il riso perenne è sempre stato un po' inquietante, e spinge a vederci sotto o la malvagità, o la disperazione, o tutte e due. Ridi, pagliaccio - e l'autore non a caso ha scritto "Opinioni di un clown".

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