lunedì 6 febbraio 2017

Panta Rei (una insignificante mossa di pedone) - Giacomo Colosio


Uno strumento di misura di una grandezza fisica possiede due caratteristiche, fra le tante: la precisione e la sensibilità.
Anche le persone sono così.
Se uno strumento è molto preciso non è detto che sia sensibile, e viceversa.
Il metro campione conservato al Louvre di Parigi, per esempio, ha caratteristiche tali da farlo ritenere precisissimo, per quanto concerne il rilevamento della misurazione di una grandezza vicina ad un metro, e proprio per questo lo si prende come riferimento.
Non si può certo dire che sia sensibile, però. Infatti se dobbiamo valutare lunghezze dell'ordine dei centesimi di millimetro dobbiamo usare altri strumenti, anche meno precisi.


Uno strumento sensibile, e preciso allo stesso modo, è prezioso.
Prezioso come lo è una persona, sensibile ma anche competente.
Queste doti risultano fondamentali per analizzare una variazione di umore, di sé stessi o degli altri, un miglioramento della salute, o anche un peggioramento, una evoluzione della conoscenza ed in generale il cambiamento di uno stato psicologico di un essere umano.
Se non c'è conoscenza, competenza, padronanza della materia in questione la sensibilità non sarà sufficiente. Al contrario la sensibilità, senza la dovuta conoscenza dei fenomeni, risulterà non idonea a studiare problematiche complesse.
A volte noi siamo i migliori giudici della nostra evoluzione, se non mentiamo a noi stessi. Altre volte abbiamo bisogno degli altri, per capire.

Questi pensieri, che hanno occupato la mia mente per diversi anni, trovarono conferma durante un torneo internazionale di scacchi: Il Torneo di Capodanno, a Verona.
Era l'ultima giornata in programma e si stava disputando una partita importantissima in prima scacchiera. Si trovavano di fronte il francese Etienne Bacrot e Milan Mirdja, croato di Zagabria, anziano giramondo della scacchiera.
Il primo era già stato consacrato da tempo Grande Maestro, la più alta onorificenza di quel gioco, ed aspirava a diventare Campione del Mondo, anche se giovanissimo.
Milan invece, girovago, mezzo zingaro, uno che veniva ai tornei con la sua roulotte scassata per non spendere soldi inutili nei grandi alberghi dove si svolgevano quelle importanti manifestazioni, era da anni Maestro Internazionale, ma non riusciva a fare il gran passo.
Ce l'avesse fatta a diventare Grande Maestro avrebbe sistemato la sua vita per un po' d'anni, anche economicamente. Forse avrebbe anche smesso di girare il mondo con quella misera casetta su due ruote. Io, in cuor mio, glielo auguravo, anche perché mi era simpatico ed eravamo diventati amici. Alla sua età sarebbe stato il giusto coronamento di un sogno che durava da una vita.
La partita avrebbe sancito il vincitore del torneo e, nel caso avesse vinto Milan, anche il passaggio tanto agognato. La posta in palio ammontava a tremila euro, una modesta cifra per il quotato Bacrot, un capitale per l'amico zingaro.
« Che partita è?... », mi chiese un curioso che passava nei pressi del tavolino dove si svolgeva questa finale.
Quasi tutti gli spettatori avevano preso posto nei pressi della prima scacchiera; alle altre numerose postazioni c'erano pochissimi curiosi.
« La finale...è una difesa siciliana » , dissi io a bassa voce.
In quel momento Mirdja, che giocava col nero, faceva la sua mossa, apparentemente insignificante: spostava in avanti di una casella il pedone della colonna di re, portandolo nella quinta traversa.
Nessuna reazione apparente da parte dei numerosi curiosi, fra i quali anche qualche maestro locale.
In una sala attigua veniva proiettata la mossa e parecchi appassionati avevano modo di discuterne, approvandola o meno. Erano punti di vista a volte insignificanti, approssimativi; più raramente competenti e qualificati.
Io quella mossa non l'avevo capita fino in fondo, e forse nemmeno lo stesso giocatore che l'aveva fatta. Aveva tutta l'aria di una mossa di attesa, come quando una persona ti guarda negli occhi aspettando gli eventi.
Invece quel pedone, mosso in avanti di una stupida casa, aveva scombussolato tutto l'impianto di Bacrot, proprio come un semplice sguardo può sconvolgere, nel bene o nel male, la vita di un uomo.
Questo però si capì molto più tardi; ma il fatto che nessuno ne fosse a conoscenza di questo evolversi, di questo enorme Panta Rei che si era verificato, non voleva certo dire che la nuova posizione dei pezzi avesse lasciato intatta la situazione. C'era stata una notevole evoluzione nell'impianto di gioco, anche se non evidente per tutti.
Bacrot pensò per più di venti minuti, immobile, occhi fissi alla scacchiera. Perfino il suo avversario era sorpreso di tanta indecisione.
Mentre il campione francese rifletteva, tornò quel curioso e, dopo una sommaria occhiata alla scacchiera, disse, rivolgendosi a me:
« Non ha ancora mosso nessuno? »
« Sì, ha mosso il nero...il pedone della colonna di re... » , dissi mentre guardavo l'evolversi dell'umore che si stava impadronendo del giovane Etienne Bacrot.
Dentro i suoi pensieri c'era una evidente evoluzione, e pareva proprio che fosse negativo, quell'evolversi. Una specie di frana emotiva; così la vedevo, pur non essendo in grado di coglierne le sfumature.
Adesso si stringeva la testa tra le mani, abbracciando tutta la fronte con le dita lunghe ed affusolate. Le orecchie erano diventate rosse come ciliege mature, e sembrava che sotto la sua sedia ci fossero delle puntine da disegno. Non riusciva a star fermo, andava avanti ed indietro, si spostava anche di lato con le natiche che cercavano una miglior posizione. E le gambe ballavano una specie di samba frenetico. Sembrava morso dalla tarantola.
« Ah beh...la stessa posizione di prima... », sentenziò il curioso, con una frase che per Bacrot sarebbe risultata un'eresia scacchistica.
La partita aveva polarizzato l'attenzione di tutti: giornalisti, giocatori del torneo in pausa di riflessione, amici e sostenitori dei due campioni.
Forse si erano sparse le voci che il vecchio Milan aveva la possibilità, finalmente, di diventare Gran Maestro.
Sta di fatto che improvvisamente arrivò un gruppetto di croati dalle sembianze bizzarre, e vestiti in maniera originale, ciondoli d'oro e orologi compresi.
Vennero da me, che mi sapevano amico di Mirdja, a chiedere l'esito della partita.
« Tu Jack cosa dire...vince Milan, o perde...come è partita, buona per lui? »
Costoro erano tutti giocatori molto più bravi di me, eppure non erano in grado di valutare la posizione dei pezzi che occupavano la scacchiera in quel momento. Né più né meno come non lo ero io.
« Ha appena mosso il pedone di re », seppi dire soltanto.
Iniziò un'analisi sommaria per valutare se la mossa dell'amico si potesse giudicare vincente o perdente.
« Grande casino questa partita...ultima mossa a cosa servire...forse a niente... », fu il responso.
« E' una mossa vincente...sicuro al cento per cento » , dissi io improvvisamente, a bassa voce, « fatelo sapere a Milan, in qualche modo. »
« Come fa tu a dire questo...spiega...andiamo in saletta », disse uno dei suoi amici, quello che pareva essere il giocatore più quotato. La saletta era un luogo appartato nel quale si poteva discutere tranquillamente una posizione.
« Non serve la saletta...è facile capire...guarda il Panta Rei di Bacrot », dissi.
Mi guardarono con due occhi che mi ricordavano quelli della civetta . Erano sbalorditi. Panta rei...forse una mossa nuova?
Ci appartammo nella saletta delle riunioni e spiegai il mio pensiero. Dopo la mossa di pedone, insignificante solo per chi non aveva la sensibilità scacchistica di capire che era successa una mutazione e che questa avrebbe portato il fiume della partita in una direzione tale da non permettere un qualsiasi ritorno, Bacrot aveva subìto una metamorfosi interiore.
Dapprima l'aveva giudicata con leggerezza, quella mossa; poi, man mano che passava il tempo e che il suo cervello studiava tutte le possibili varianti, si era accorto che ogni contromossa sarebbe stata perdente. Ergo quella mossa del misero pedone era vincente. Era il corpo di Bacrot a dirlo, a sentenziarlo, evidenziarlo. Lui, in quel momento, era lo strumento di misura più preciso e sensibile; e quello strumento era visibilmente sconvolto.
« E questo, tu come hai capito? Spiegare anche noi... », dissero all'unisono.
In quel momento nella saletta delle analisi si vide la mossa del francese proiettata sul mega schermo. Era la sola che potesse ritardare, per una decina di mosse, la sconfitta. La migliore fra le mosse perdenti.
Io corsi fuori, in tempo per vedere Bacrot che si alzava per andare in bagno. Non aveva bisogni corporali, in quel momento. Voleva soltanto nascondersi all'evidenza dei fatti, e cioè che la partita era persa e che il fiume ormai stava scorrendo in una ben precisa direzione. Temeva che le sue condizioni psicologiche, il suo nervosismo, le sue orecchie arrossate e la tristezza del suo volto venisse correttamente interpretata dall'avversario, che invece aveva gli occhi fissi sulla scacchiera.
Dentro il bagno scorreva l'acqua del lavandino. Il ragazzo doveva rinfrescarsi. Lo sentii dire chiaramente, in maniera sommessa, trattenuta ma nitida:
« Merde, merde, merde...mon dieu. »
Sembrava una litania scaramantica. Continuava a ripetere merde, con la stessa cadenza.

Per sua fortuna Milan non si accorse di questo fatto, non fece quella mossa successiva che lo avrebbe ulteriormente portato alla vittoria e, dopo una quindicina di mosse, fu costretto all'abbandono.
Mentre tutti i presenti dichiaravano convinti che la partita era segnata e che nulla avrebbe potuto il buon Mirdja, ecco Bacrot stringere la mano all'avversario che abbandonava, allargare poi le sue braccia in segno di rammarico e rimettere i pezzi sulla scacchiera.
In un lampo rifece tutta la partita, con i due colori. Giunto alla mossa di pedone allargò le braccia e disse, con una punta di tristezza:
« Icì, pour moi elle etait perdù, la partie... »
E spiegò all'avversario come tutte le mosse successive del bianco sarebbero risultate perdenti se il nero avesse compreso cosa stava avvenendo fra i pezzi.
Milan Mirdja capì immediatamente, e si disperò per l'occasione mancata, quella che aspettava da una vita.
Io pure rimasi male per l'amico, ed imparai una semplice cosa: anche se nessuno aveva capito l'importanza di quello che stava accadendo su quella scacchiera non voleva certo dire che non accadeva nulla. E solo il diretto interessato era riuscito a coglierne la sfumatura, anche se per lui rappresentava un evento negativo. E questo era dovuto alla sua sensibilità di giocatore e di fine analizzatore, unite alla sua grande conoscenza della teoria del gioco.
Fu allora che mi ritornarono alla mente le parole del mio maestro di scacchi, pronunciate molti anni prima:
« La partita di scacchi è come la vita: dentro ci sono infinite opportunità, alcune evidenti ed altre nascoste. Bisogna saperle riconoscere per poterle cogliere o almeno capirne il significato.»
E, nello stesso tempo, valeva anche un detto di nonno Angelo. Avevo nove anni a quel tempo, e lui mi disse una frase che può apparire ovvia, col senno del poi:
« Nella vita c'è sempre una possibilità, basta saperla riconoscere. E la speranza deve essere l'ultima a morire »
E, per finire, sento anche di aver dato risposta ad un bel racconto di una giovane poetessa scrittrice, Michela Salzillo, che nel suo “ Tutto scorre, nulla cambia ( o forse sì) si è posta delle domande socio-esistenziali tipiche della giovane età.
Nota: l'anno successivo Mirdja vincerà lo stesso torneo di Capodanno diventando finalmente Grande Maestro.

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