giovedì 2 marzo 2017

COLPI DI SCURE - Grazia Deledda (1871 - 1936)


Il vento scuote i fucili e le leppas del vecchio pastore pendenti da un enorme elce di Monte Albu: par d'essere sotto le sacre quercie dei Druidi, ornate d'armi fatidiche, nelle foreste della Gallia primitiva. Ed anche il vecchio, seduto sulle radici dell'elce e intento a incidere uno strano disegno su una tabacchiera di corno, ha un'aria sacerdotale: ha gli occhi obliqui sotto l'ampia fronte solcata da rughe scure, un gran naso aquilino e la barba grigio-rossastra, le cui punte formano due grossi riccioli e gli arrivano fino alla cintura.
  Le greggie meriggiano all'ombra delle roccie, sulle quali sorgono elci selvaggi che fremono al vento. In fondo al bosco s'odono ininterrotti colpi di scure, ripetuti dall'eco, e pare che tutta la foresta ne tremi. Squadre di carbonari e di scorzini abbattono le piante millenarie, e di giorno in giorno si avvicinano al cuore della foresta, all'elce enorme sotto il quale il pastore ha stabilito il suo domicilio e appese le sue armi. E la pianta selvaggia e forte come un leone, che ha ingoiato i fulmini e protetto i banditi contro l'ira dell'uragano, e il vecchio pastore al quale gli anni non hanno potuto strappare i denti da lupo e i peli rossicci, aspettano i nuovi devastatori, la cui scure è più potente della folgore e del tempo: li aspettano con la stoica impassibilità con cui aspettano la morte.



Di giorno in giorno, d'ora in ora, i colpi di scure risuonano più vicini e più forti, mentre tutta la foresta si copre di fiori dorati e il vento di giugno si fa più caldo e odoroso. Mai la foresta fu più bella e fiorita: forse sente giunta la sua ultima primavera e vuole inebbriarsi dei suoi tepori e delle sue fragranze, per dimenticare che la morte si avanza.
  Sembra che i giovani elci sorgenti sulle rocce si siano arrampicati lassù per sfuggire all'imminente rovina, e quando il vento passa tremano d'angoscia, e quando la sera glauca discende, e la luna cade come una perla sul velluto purpureo dell'orizzonte, le giovani piante sbattono le foglie secche e pare che piangano. Zio Cosma incide sulla tabacchiera due fatti eroici della sua gioventù: due fatti per lui egualmente epici, e il cui ricordo ha riempito tutta la sua vita ed ancora lo anima come l'eco d'una marcia guerriera. Da una parte della tabacchiera si distingue un uomo che lotta con un suo simile e lo atterra: dall'altra un uomo che affronta e pugnala un feroce cinghiale. Per zio Cosma i due fatti, dei quali egli fu l'eroe, hanno eguale valore: e l'antico elce guarda il lavoro del vecchio artista con la stessa solennità con la quale assisté alla realtà dei fatti immortalati sulla tabacchiera di corno. Ma qualcuno viene ad interrompere la tragica solitudine del vecchio pastore. Un giovane carbonaio svizzero alto e svelto, col viso sorridente come quello di un bimbo tintosi per ischerzo, si avanza fischiando un'aria della Traviata, e da lontano mostra al vecchio pastore una bottiglia nera.
  Zio Cosma solleva il volto, guarda il giovine con disprezzo e col dito sollevato risponde:
– No! Ma il giovine s'avanza egualmente.
– Ho detto di nooo! – grida il vecchio. – Latte da me non ne prendi, come è vero San Francesco! Beviti un po' di polvere da sparo sciolta nel petrolio, se hai sete. E va al diavolo, tu e chi ti ha trasportato qui.
  Il giovane non capisce niente del dialetto rude di zio Cosma; sorride e, sempre mostrando la bottiglia, si mette a sedere presso il vecchio.
  – Latte? – chiede con voce un po' gutturale.
  – Un colpo di fucile, se lo vuoi? Chi sei tu, immondezza?... Sei un uomo tu? – chiede zio Cosma con sovrano disprezzo. – Tu hai gli occhi azzurri, i piedi e le mani che sembrano culle: sì, in verità santa, le culle di sughero, appese con corde di pelo alle travi delle case di Onanì, sono più piccole delle tue mani. Sì, guarda pure questa tabacchiera: è di corno, sì, di corno.
  Tu sai cosa sia il corno, le corna? Hai moglie?
  – Cosa?
  – Come ti chiami?
  – Cosa?
  – Non capisce niente! – grida zio Cosma, ridendo. – E questi sono
  uomini? Avete voi mogliera?
  – No – risponde il giovine e sorride con gli occhi chiari scintillanti.
– E voi avete figliuole?
  – Sì, ma non fanno per te: soltanto, se tu vuoi, possono filare una corda per appiccarti.
  – Cosa? Babbo Cosma, io conosco le vostre figliuole. Le ho viste a ballare, domenica, nella piazza della chiesa. Questa volta tocca al vecchio gridare:
  – Cosa? Cosa? Cosa conosci tu, pidocchioso, occhi di gatto, forestiere cornuto? Se osi chiamarmi ancora babbo Cosma ti bastono, come è vero San Francesco.
  Il giovane continua a sorridere, battendo le unghie sulla bottiglia. In fondo alla foresta s'ode il vento fremere con tristezza: i colpi delle scuri arrivano distinti.
  – Ah, – dice zio Cosma, – vi avvicinate, vi avvicinate, figli del diavolo!
  – Ebbene, – grida, rivolto al giovine, – taglierete tutto?
  – Cosa?
  – Così! – fa atto di tagliare. – Tutto?
  – Tutto.
  – Questo anche?  – chiede il vecchio, toccando il tronco dell'elce.
  – Sì.
  – Vattene! – urla allora zio Cosma. – Vattene via subito, anima pidocchiosa. Vattene o ti ammazzo, ti schiaccio come una lucertola.
  – Cosa? – Il giovine non sorride più, e balza in piedi impensierito dal grido selvaggio del vecchio.
  – Tu hai paura di me? – continua a urlare zio Cosma. – Tu hai paura dei miei occhi? Giovine di ferula, statuetta intagliata nella foglia del fico d'India! E sei tu che vieni a snidare il vecchio avvoltoio? Ma io ti caverò gli occhi. Vattene! – riprende. – Non ti muovi? Senti, vedi questa immagine, sulla tabacchiera?
  – Cosa?
  – Ora ti dò io la cosa.
  Zio Cosma si alza e si avvicina al giovine, mettendogli sotto gli occhi la tabacchiera.
  – Vedi: – dice – questo è un uomo che io ho ammacciato. Capisci?
  – Sì – accenna il giovine, fissando sulla tabacchiera i dolci occhi un po' spauriti.
  – Ebbene, come ho ammacciato questo cristiano, così ammaccierò te e i tuoi compagni quando verrete a tagliare qui. Avete compriso? E dillo a loro. E vattene via subito, ora, altrimenti guai!
  l giovine ha perfettamente capito e va via, a capo chino, sorridendo fra sé. Egli pensa alle graziose figliuole del vecchio, una delle quali, bianca e sottile come un giglio, gli ha sorriso coi grandi occhi neri tentatori.
  – Io la sposerei; – pensa – ma il vecchio è un lupo. Però è simpatico. Chissà!
  – Babbo Cosma, – grida, voltandosi, – tanti saluti a vostra figlia.
  – Aspetta, capretto cornuto, aspetta! – Il vecchio fa un salto felino, stacca un fucile dall'elce, mentre il giovine scappa ridendo infantilmente.
  – Non ne vale la pena! – dice zio Cosma, crollando la testa con disprezzo. – Quelli non sono uomini. Ora avranno paura di avvicinarsi. E si rimette a intagliare la tabacchiera. I colpi delle scuri, replicati dall'eco, par che ripetano:
  – Veniamo, veniamo.

3 commenti:

  1. La foresta sta crollando e il vecchio si rende conto che il suo mondo è ormai finito. In cuor suo sa che non potrà fermare il nuovo che avanza, ma da vecchio leone si illude ancora di poter combattere e, con sofferenza, lo immaginiamo, giustifica la sua impotenza commiserando quegli artefici del cambiamento. Uomini di poco conto, di poco valore, che lui potrebbe comunque distruggere facilmente.
    L'ultima illusione per continuare a credere di essere ancora quello che era: lui e il suo mondo che crolla.
    Molto bello questo stralcio di esistenza ormai passata.

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  2. Dimenticavo di sottolineare come traspaia in esso tutto l'amore e la comprensione che l'autrice prova verso la sua Sardegna e la capacità con la quale riesce a descriverne il suo mondo, con i suoi sentimenti e i suoi usi e costumi.

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  3. "Mai la foresta fu più bella e fiorita..." Un racconto pieno dell'amore che l'autrice prova per la sua terra ...Un ultimo canto o lamento nell'incalzare di un disboscamento. Bella l'introduzione narrativa del paesaggio " par d'essere sotto le sacre querce dei Druidi" e il vecchio pastore ne è il cuore . Bellissimo racconto che non avevo mai letto.

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