martedì 7 marzo 2017

È scappato il sarchiapone - racconto (Rubrus)



Il treno raggiungerà la sua destinazione finale.
Dino soffocò una risata. Che razza di annuncio.
Alzò lo sguardo verso l’altro uomo nello scompartimento, ma quello dormiva placido nella penombra verdognola creata dalle tendine abbassate.
Destinazione finale.
Chi cavolo era lo speaker, un fanatico di B – movie horror? 
Ridacchiò ancora. Nervosamente, suo malgrado. L’altro russava appena, la testa reclinata sul petto.
Destinazione finale. Ma che diavolo di annuncio. Era più che strano. Era così… definitivo. Metteva a disagio i passeggeri. C’era da fare reclamo, ecco cosa. Roba da class action.
Uscì dallo scompartimento, guardandosi intorno, come per scrollarsi di dosso quel sotterraneo, fastidioso senso di angoscia.
Avrebbe parlato con il capotreno, ecco che cos’avrebbe fatto. 


Si guardò intorno. Nessuno. D’istinto, si diresse vero i vagoni di testa.
Era uno di quei vecchi treni, ancora divisi in scomparti e con il corridoio, niente a che vedere con gli open spaces che regnavano sulle vetture più nuove. A Dino piacevano. Gli scompartimenti a sei posti, con la porta scorrevole, le tendine e le immancabili foto color seppia, gli davano una rassicurante sensazione di familiarità, come se viaggiasse all’interno del tinello di qualche vecchia zia.
Adesso però aveva la sensazione che la vecchia zia giacesse morta in poltrona, accanto ad un centrino in pizzo e un bicchiere di rosolio.
Tutta colpa di quel dannato annuncio. Destinazione finale.   
Poco prima dell’intercomunicante che separava la carrozza da quella successiva, vide tre ferrovieri che confabulavano.
Due, di cui si scorgevano le schiene, erano all’interno di uno scompartimento. Il terzo, un grassone con la divisa sbottonata, rimaneva all’esterno, tenendo il berretto in una mano e grattandosi la testa con l’altra.
Si diresse verso di loro con passo marziale, ma nessuno parve dargli retta. Uno “scusate” pronunciato con voce squillante non sortì miglior effetto.
Era già pronto a una più energica protesta quando vide l’interno dello scompartimento.
C’era un uomo a terra.
Era disteso con gli occhi sbarrati e una mano stretta ad artiglio attorno al bracciolo di un sedile, come se avesse provato ad alzarsi. Un sottile rivolo di sangue gli scorreva dalla fronte calva, colava lungo la faccia pallida e finiva a terra. Accanto, c’erano i pezzi di una gabbietta e un telo di panno verde.
«Sono un medico» disse Dino spingendo di lato il grassone «Fatemi…».
Uno dei due ferrovieri, un anziano (l’altro, si rivelò essere una donna), gli rivolse uno sguardo smarrito.
«Ormai è troppo tardi» disse. Un fremito gli agitò i baffi candidi «È scappato il sarchiapone».   

Dino barcollò all’indietro come se avesse ricevuto un pugno, sbattendo contro la pancia del grassone. «Co... co…cosa?» balbettò.
«Non ha sentito, amico?» disse quello, con vocione da basso proporzionato alla corporatura «È scappato il sarchiapone».
«Ma siete pazzi?» urlò Dino «Qui c’è un cadavere e voi vi mettete a recitare le scenette comiche degli anni ’50?».
«Una splendida opera di disinformazione, quella scenetta, non è vero?» disse il vecchio.
«Ma c’è un morto! io…».
«Oh, insomma» intervenne la donna «Capace che è stato il più fortunato. Ormai che volete che gli succeda? Noi, invece…».
«Hai chiamato il Controllore Capo?» chiese il grassone.
«Certo!» disse la donna con fare risentito «Conosco il regolamento, anche se non so a che cosa possa servire».
«Voi siete pazzi! Io vi denuncio tutti!» strillò Dino armeggiando col cellulare che, com’è preciso dovere di ogni serio aggeggio tecnologico, si rifiutò di funzionare nell’unico, vero momento di effettivo bisogno.
«Giovanotto» lo redarguì il vecchio «C’è un sarchiapo mirabilis in giro e lei pensa di risolvere tutto con una telefonata?»
«Sarchiapo complexus» lo corresse il grassone «Credo che sia un complexus».
«Io chiamo la polizia! Magari quest’uomo è qui da chissà quanto e voi parlate di cose che non esistono! Magari se si fosse intervenuti prima…»
«Ma se nemmeno il Controllore Capo può farci niente!» lo zittì la donna.
«Senta, vecchio mio» intervenne il grassone mettendogli una mano sulla spalla con fare paterno «È meglio che si rassegni, come tutti… l’unica cosa che possiamo fare è rendere la faccenda meno dolorosa possibile».
«Magari ha una fiala di cianuro» disse speranzoso il vecchio «Quand’ero ragazzo ce le fornivano, ma poi… sa, i tagli al bilancio…»
«Voi, voi… ».
«Ma guardatelo, sta cercando di scappare!» lo canzonò la donna.
Il grassone si fece da parte, lasciando uscire Dino e rivolgendogli un’occhiata di compatimento.
«Dove crede di andare, dai Men In Black? Buoni quelli. Ha mai viaggiato su un treno americano? Non sono in grado neppure di fronteggiare un’invasione aliena. Noi delle FFSS, almeno…».
«E comunque è un sarchiapo… mirabilis o complexus che sia. Neanche gli Avengers ce la fanno, con quello» aggiunse la donna.
Dino fuggì dallo scompartimento, correndo scompostamente, inseguito dalla voce del vecchio: «È unmirabilis Se lo incontra, avvisi il controllore capo, per quel che può servire».

Dino superò l’intercomunicante e si precipitò nella carrozza successiva, voltandosi di tanto in tanto indietro, fino a sbattere contro una figura in divisa.
Doveva essere il Controllore Capo in persona e, se così era, era un pezzo grosso in tutti i sensi, sia perché Dino una divisa come quella non l’aveva mai vista, sia perché era alto più di due metri.
«Torni al suo posto, signore» disse il controllore con voce calma e autorevole, appena un poco nasale «Non c’è nulla che lei possa fare».
Dino alzò lo sguardo verso la faccia del Controllore Capo, o almeno lì dove avrebbe dovuto esserci la faccia.
«È scappato il sarchiapone» disse il controllore.
Non aveva volto. Sotto il berretto, al posto della testa, c’era una massa d’ombra solida, nella quale spiccavano due lucine gialle e ammiccanti come i fari di una vecchia locomotiva.
«È scappato il sarchiapone» ripeté il Controllore Capo «E ora potrebbe succedere qualunque cosa, qualunque cosa…» nella sua voce c’era una nota dolente.
«Torni al suo posto, signore» ripetè «È già cominciato e non c’è nulla che lei possa fare. Non ha sentito l’avviso? Il treno raggiungerà la sua destinazione finale». 

«Vedo se riesco a scendere» disse l’altro uomo nello scompartimento. Aveva una valigia in mano e un sorriso cortese in faccia. «Buona fortuna signore».
Dino annuì appena, tergendosi il sudore che gli ruscellava dalla fronte.
Un incubo, maledizione.
Sentì i passi dell’altro passeggero allontanarsi nel corridoio, poi udì il doppio sbuffo della porta che separava le carrozze.
Sembrava che l’uomo procedesse molto in fretta. Che corresse, per essere precisi.
Magari l’aveva sentito parlare di sarchiaponi nel sonno e aveva pensato che Dino non fosse il compagno di viaggio ideale. Forse l’aveva preso per pazzo.
Macchè… c’era da scommettere che il tizio neppure sapesse che cosa fosse un sarchiapone. Non dava l’impressione di essere molto acculturato; non per come si esprimeva, almeno “Vedo se riesco a scendere”… mica si doveva buttare in corsa.
Dino sorrise e prese una rivista che giaceva abbandonata accanto a lui.
Destinazione finale, il sarchiapone…chissà come gli era tornata in mente quella scenetta: erano anni che non passava in TV.     
Curioso come la mente ripeschi le immagini e le parole da posti dimenticati.
Il Controllore Capo, per esempio.
Ora si ricordava da dove veniva quell’immagine: da un cartone animato che guardava da bambino, Galaxy Express 999.
Raccontava di un treno che viaggiava nello spazio e, tra i personaggi, c’era per l’appunto un controllore identico (salvo forse la stazza) a quello che lui aveva sognato.
Se non si fosse svegliato, probabilmente avrebbe sognato di guardare fuori dal finestrino e di vedere le galassie scorrere via nel nero assoluto del cosmo.
Quando invece alzò la tendina e guardò fuori, vide qualcosa di completamente diverso. 
Era una galleria.
Anzi no.
Una caverna.
Così vasta da poter inghiottire tutti i treni del mondo.
Dal fondo veniva un bagliore rossastro, come di fiamme, e, sopra, c’era una targa con un’incisione che non sembrava scritta da mani umane.
Dino provò a decifrarla, ma il treno procedeva troppo  velocemente perché ci potesse riuscire.
In ogni caso, aveva già una mezza idea.
Probabilmente era la destinazione finale.
      
   

6 commenti:

  1. Io sono abbastanza vecchio da ricordare bene il sarchiapone. Brutta bestia il sarchiapone, un animale che si agita e imperversa nel nostro subconscio, capace di scatenare paure antiche e rimaste sopite e innocue per anni sottopelle. Quindi quando entra in scena lui tutto è possibile, anche che gli incubi prendano corpo e anima. Surreale e fantastico il racconto. Piaciuto.

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  2. I sarchiaponi devono morire! tutti! deve morire qualla bestia lì! https://www.youtube.com/watch?v=3k3udftS06I

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  3. Riesci sempre a stupirmi per la fervida fantasia Rubrus. Anche questo racconto è davvero originale e molto godibile.

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    1. Be', in realtà è derivativo perchè parte dalla scenetta di Chiari, ma lieto che sia piaciuto.

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  4. Ah! Il Sarchiapone. Me la ricordo bene questa scenetta.
    Il racconto si va subito interessante fino alla sua destinazione ultima. Che poi è la vita di ognuno con la sua conclusione spesso inaspettata.Guarda quei due coniugi di Ascoli che improvvisamente incontrano il loro
    Sarchiapone sotto un ponte caduto.

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    1. Doveva essere un racconto veloce, date le premesse. Diciamo che doveva correre come un treno.

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