venerdì 12 maggio 2017

Au Sable. - Joyce Carol Oates (racconto)


            Agosto, all’imbrunire. Nel silenzio della villetta di periferia squillò il telefono. Mitchell esitò un istante prima di alzare il ricevitore. “Ed ecco la prima nota sbagliata”. A chiamare era il suocero di Mitchell, Otto Behn.
            Otto non telefonava mai prima delle undici di sera, quando scattava la tariffa notturna. Anche quando sua moglie Teresa era stata in ospedale.
            “La seconda nota sbagliata. La voce”. “Mitch? Pronto! Sono io, Otto.” Il tono era stranamente alto, ansioso, come se Otto fosse più lontano del solito, e temesse che il genero non lo potesse sentire.
            Ma sembrava anche cordiale, perfino brioso, come in quel periodo era di rado. Lizbeth, la figlia di Otto, era arrivata a temere le sue telefonate notturne: appena alzavi la cornetta, Otto si lanciava in una delle sue interminabili invettive che non si sapeva mai se prendere sul serio, un po’ in stile Lenny Bruce (un idolo di Otto alla fine degli anni Cinquanta). Adesso che aveva passato gli ottanta, anche Otto era diventato un arrabbiato: ce l’aveva su col cancro di sua moglie, con i suoi malanni cronici, con i vicini di Forest Hills (marmocchi rumorosi, cani che abbaiavano, tosaerba, aspirafoglie), con le due ore di attesa “in una ghiacciaia” per la sua ultima risonanza magnetica, con i politici - compresi quelli che aveva aiutato in campagna elettorale quindici anni prima, durante la prima ondata di attivismo postpensionamento, dopo avere smesso di insegnare alle superiori. Era con la vecchiaia che ce l’aveva su Otto, ma chi aveva il coraggio di dirglielo? Non sua figlia, e di certo non suo genero.

            Questa sera, comunque, Otto non era arrabbiato.
            Con un tono caldo e affabile, anche se appena forzato, chiese a Mitchell come andava il lavoro (era architetto in uno studio), come stava Lizbeth (era figlia unica), e come stavano i loro meravigliosi figli (ora cresciuti e indipendenti, ma adorati da Otto quando erano piccoli). E andò avanti così per un pezzo finché Mitchell, a disagio, riuscì a dire: “Senti, Otto, Lizbeth è fuori a fare spese, e tornerà verso le sette. Ti devo far richiamare?”
            Otto rise sonoramente. Quasi si vedeva la saliva che luccicava sulle sue labbra carnose. “Non ti va di parlare col vecchio, eh?”
            Mitchell cercò di ridere anche lui. “Otto, è da un bel po’ che parliamo.”
            Otto si fece serio. “Mitch, amico mio, sono lieto che abbia risposto tu, e non Bethie. Non posso stare qui molto, e forse è meglio che parli con te.”
            “Sì?” Mitch avvertì un’ombra di terrore. In trent’anni, era la prima volta che Otto Behn lo chiamava
            “amico”. Teresa doveva avere avuto un attacco. Che stesse morendo? A Otto tra l’altro era stato diagnosticato il morbo di Parkinson, tre anni prima. Non era ancora un caso grave. O lo era diventato?
            Mitchell aveva la coda di paglia perché lui e Lizbeth non andavano a trovare l’anziana coppia da quasi un anno, anche se vivevano a meno di duecento miglia di distanza. Lizbeth, in compenso, non mancava mai di telefonare, di solito la domenica mattina, sperando (spesso invano) di parlare prima con la madre, che al telefono cercava di essere espansiva e ottimista; ma l’ultima volta che erano andati a trovarla, erano rimasti scioccati dal suo peggioramento. La povera donna veniva da mesi di chemioterapia ed era ridotta a uno scheletro, con la pelle simile a cera. Pochi anni prima, passati i sessanta, era stata una donna esuberante, robusta e tonda come una pignatta. Per tacere di Otto, che non si capiva se facesse apposta a esagerare il tremito delle mani, mentre si produceva in una buffa geremiade contro le cospirazioni di infermieri, mutue a pagamento ed extraterrestri. Che visita penosa e spossante. In macchina, tornando a casa, Lizbeth aveva recitato i versi di una poesia di Emily Dickinson: “O Vita, cominciata nel Sangue fluente, e consumata opacamente!”
            “Gesù,” disse Mitchell con la bocca secca, rabbrividendo. “E’ proprio così, eh?”
            E adesso, a dieci mesi di distanza, Otto stava parlando al telefono con la massima tranquillità, come uno che discutesse della vendita di un terreno, di “una certa decisione” a cui erano arrivati lui e Teresa. Dei globuli bianchi di Teresa o della propria “salute di merda” non era neanche il caso di parlare, tanto entrambi gli argomenti erano chiusi. E Mitchell a cercare di raccapezzarsi, appoggiandosi alla parete, d’un tratto privo di forze. “Sta succedendo tutto troppo in fretta. Che cosa diavolo significa?” “Avevamo deciso di non dire niente a te e Lizbeth, ma sua madre a luglio è tornata in ospedale. E quando l’hanno rimandata a casa, abbiamo deciso. Non c’è nulla da discutere, capisci, Mitch? E’ solo per informarvi. E per chiedervi di onorare i nostri desideri.”
            “Desideri?”
            “Ci siamo messi a sfogliare album e vecchie foto. E ci siamo divertiti un mondo: cose che non vedevo da quarant’anni. E Teresa che non la smetteva di dire: ‘Cavoli! Abbiamo fatto questo?
            Abbiamo vissuto tutte queste cose?’ Ci si sente strani e, per così dire, avviliti, quando ci si rende conto di essere stati maledettamente felici, persino quando non lo sapevamo. E non lo sospettavo neanche, ti devo confessare. Sono così tanti anni, sessantadue, che stiamo insieme Teresa e io, e ti verrebbe da pensare che è una cosa deprimente. Ma non lo è, se sei dell’umore giusto. Come dice Teresa: ‘Questa è come se fosse la nostra terza vita, vero?’”
            “Scusami,” disse Mitchell, con il sangue che gli rombava nelle orecchie, “ma qual è la ‘decisione’
            che avete preso?”
            “Dunque,” disse Otto, “quello che ti chiedo è di onorare i nostri desideri in proposito. Penso che tu capisca.”
            “Io… cosa?”
            “Non ero sicuro di volerne parlare con Lizbeth. Chissà come l’avrebbe presa. Ti ricordi quando i vostri figli sono andati al college?” Otto fece una pausa. Sempre corretto, lui. Non avrebbe mai criticato la figlia col genero, anche se con lei poteva essere rude e offensivo, o lo era stato in passato. “Lo sai, può essere molto… emotiva,” disse in tono esitante.
            D’un tratto Mitch ebbe l’idea di chiedergli dove si trovava.
            “Dove?”
            “Siete a Forest Hills?”
            “No,” disse Otto dopo un momento di silenzio.
            “E dove siete, allora?”
            “Alla baita,” disse Otto, con un accenno di sfida.
            “La baita? Au Sable?”
            “Esatto. Au Sable.”
            E lasciò che la cosa facesse il suo effetto.
            Il nome lo pronunciavano in modo diverso. Per Mitchell era “O Sable”, tre sillabe; per Otto,
            “Oz’ble”, una sillaba con l’elisione, secondo l’abitudine della gente del posto.
            Au Sable era la proprietà dei Behn negli Adirondacks. A centinaia di miglia di distanza. Sette ore di macchina, di cui l’ultima a inerpicarsi su tortuose stradine di montagna, quasi tutte sterrate, a nord di Au Sable Forks. Per quello che ne sapeva Mitch, i Behn non ci andavano da anni. Fosse dipeso da lui - ma non dipendeva, dato che tutto quanto riguardava i genitori di Lizbeth era di competenza di quest’ultima -, avrebbe consigliato ai Behn di venderla; più che una baita era una baracca con sei stanze fatta di tronchi tagliati rozzamente, senza riscaldamento, con attorno dodici acri di splendida desolazione a sud del monte Mariah. Mitchell non avrebbe voluto che Lizbeth la ereditasse. Non sarebbe stato bello vendere qualcosa cui Teresa e Otto erano stati tanto legati, e d’altra parte per loro era fuori mano e poco pratico. Erano il tipo di persone che pativano in fretta la lontananza dalla cosiddetta civiltà: marciapiedi, giornali, enoteche, campi da tennis, o almeno ristoranti decenti. E ad Au Sable facevi un’ora di macchina, per arrivare dove? Ad Au Sable Forks. Anni prima, naturalmente, quando i ragazzi erano piccoli, tutte le estati andavano a trovare i genitori di Lizbeth.
            Nessuno poteva negare che gli Adirondacks fossero stupendi, e quando ti svegliavi la mattina vedevi il monte Mariah incredibilmente vicino, come un sogno gigantesco, con l’aria così pura e fresca da pungerti i polmoni, e anche i cinguettii degli uccelli più penetranti e chiari di quelli cui eri abituato; e ti convincevi, o forse solo desideravi, che tali rivelazioni fisiche fossero indice di una particolare condizione spirituale. In ogni caso, dopo un paio di giorni, Lizbeth e Mitchell non vedevano l’ora di andarsene. Il pomeriggio pisolavano nella loro stanza al secondo piano, circondata da pini come una nave alla deriva su un mare verde; facevano l’amore teneramente e come in sogno, parlavano con una rilassatezza altrove sconosciuta. Eppure, al secondo giorno, cominciavano a stare sulle spine.
            Mitchell deglutì. Non era abituato a fare domande al suocero, e si sentiva come uno dei suoi studenti, in soggezione di fronte all’uomo che ammirava. “Un momento, Otto, perché tu e Teresa siete ad Au Sable?”
            Otto rispose con circospezione. “Stiamo prendendo le nostre misure. La nostra decisione l’abbiamo presa. Se ti ho chiamato…” Otto fece una pausa teatrale, “… è solo per informarvi.”
            Per quanto Otto parlasse in modo così pacato, Mitchell si sentì come se gli avesse dato un calcio nello stomaco. “Con chi stava parlando? Hanno sbagliato numero. Deve essere un errore”. Otto stava dicendo che era da almeno tre anni che ci avevano pensato. Da quando gli avevano diagnosticato il morbo di Parkinson, lui e Teresa avevano cominciato ad accumulare il necessario. I loro bravi barbiturici, potenti e affidabili. Con calma, senza lasciare nulla al caso, senza pentimenti.
            “Lo sai,” disse Otto espansivamente, “sono uno che prepara le cose in anticipo.”
            Questo era vero. E glielo si doveva concedere.
            Mitchell si chiese quanto avesse messo da parte il suocero. Gli investimenti degli anni Ottanta, le case in affitto a Long Island. Si sentì invaso dalla nausea. “La maggior parte la lasceranno a noi? E
            a chi altri? ” Si vide davanti Teresa che sorrideva mentre pensava ai suoi cenoni natalizi, ai monumentali pranzi per il giorno del Ringraziamento, alla consegna dei doni lussuosamente impacchettati ai nipoti. “Me l’hai promesso, Mitchell. Devo potere fidarmi di te,” stava dicendo Otto. E Mitchell, prendendo tempo, confuso: “Otto, ce l’abbiamo il tuo numero, qui?” E Otto: “Per favore, rispondimi.” E Mitchell si sentì pronunciare queste parole, senza sapere che cosa stesse dicendo: “Certo che puoi fidarti di me, Otto! Ma funziona lì il telefono?” E Otto, scocciato: “No.
            Non abbiamo mai avuto bisogno di un telefono alla baita.” E Mitchell, che da anni discuteva col suocero della cosa: “Ma se è proprio il posto in cui uno può averne più bisogno? ” Otto mormorò qualcosa di incomprensibile, una specie di alzata di spalle verbale, e Mitchell pensò: “Sta chiamando da una cabina ad Au Sable Forks, e adesso riaggancia”. Si affrettò ad aggiungere: “Senti, adesso arriviamo subito. Teresa sta bene?” “Sta bene,” rispose Otto pensoso. “E non abbiamo bisogno di compagnia. Sta riposando sul portico, e non c’è nulla che non vada bene. E’ stata sua l’idea di venire qui, le è sempre piaciuto.” Mitchell azzardò: “Ma… siete così lontani.” “E’ ben per questo, Mitchell,” si sentì ribattere. “Adesso riaggancia. Non può farlo”. Mitchell cercò di prendere altro tempo chiedendo da quando fossero lì. “Da domenica,” disse Otto. “Ci abbiamo messo due giorni. Ma guido ancora bene.” Otto si mise a ridere: era la sua vecchia rabbia che faceva capolino.
            Qualche anno prima stavano per ritirargli la patente, ed era riuscito a mantenerla solo grazie all’intervento di un amico dottore; non era una grande idea, avrebbe potuto essere un errore fatale, ma guai a dire una cosa del genere a Otto Behn, guai a dire a un vecchio che deve rinunciare alla sua macchina, alla sua libertà - come si fa? Mitchell stava dicendo che sarebbero andati a trovarli, partendo il giorno dopo all’alba, ma Otto fu reciso: “Abbiamo preso la nostra decisione, non c’è niente di cui discutere. Sono lieto di averne parlato con te. Me lo immagino come sarebbe finita con Lizbeth, Preparala “tu”, come ritieni che sia meglio, okay?” E Mitch: “Okay, però, Otto, non fare niente di…”, ansimava, disorientato, senza sapere quello che stava dicendo, sudato, con l’impressione che qualcosa di freddo gli stesse colando addosso, “… di avventato. Ci richiami? O ci lasci un numero? Lizbeth sarà qui fra una mezz’ora.” E Otto: “Teresa preferisce scrivere a Lizbeth, e anche a te. E’ fatta così. Non lo sopporta più il telefono.” E Mitch: “Ma almeno parla con Lizbeth, Otto, voglio dire, a lei puoi spiegare tutto.” Ma Otto: “Ti ho chiesto di onorare i nostri desideri, Mitchell. Hai dato la tua parola.” E Mitchell pensò: “Io? Quando? Che parola ho dato? Che cosa significa? ” “A casa abbiamo lasciato tutto in ordine,” stava dicendo Otto. “Sulla scrivania ci sono le polizze dell’assicurazione, i certificati di deposito, gli estratti conto, le chiavi. Teresa mi ha fatto penare perché cambiassi il testamento, ma accidenti se le sono grato. Finché non hai messo giù le tue ultime volontà, non stai affrontando le cose. Vivi nel mondo dei sogni. Dopo gli ottanta, a dire il vero, “vivi” nel mondo dei sogni, e devi essere tu a controllare dove vanno.” Mitchell stava ascoltando senza sentire. I pensieri gli si affollavano in testa come carte da gioco date a casaccio.
            “Certo, Otto. Ma non pensi che dovremmo parlarne? Anche per noi, potresti spiegarci meglio.
            Perché non aspetti che veniamo lì? Possiamo partire anche stasera…” Ma Otto lo interruppe in un modo che sarebbe sembrato sgarbato a chi non lo conoscesse: “Ehi, buonanotte! Questa telefonata mi sta costando una fortuna. Figlioli cari, vi vogliamo bene.” E riagganciò.
            Quando Lizbeth tornò a casa, nell’aria c’era qualcosa di sbagliato, di appena stonato: Mitchell sul balcone sul retro, al buio; seduto da solo, con un bicchiere in mano. “Tesoro? Qualcosa che non va?”
            “Niente. Ti stavo aspettando.”
            Mitchell non stava mai con le mani in mano ad aspettare, era strano; ma Lizbeth gli si avvicinò e gli sfiorò la guancia con un bacio. Odore di vino. Di pelle sudata, di capelli umidi. La maglietta fradicia e appiccicosa. Indicando il bicchiere, Lizbeth osservò canzonatoria: “Hai iniziato senza di me? Non è un po’ presto?” Strano anche che Mitchell avesse aperto proprio quella bottiglia: un regalo di amici, o forse proprio dei genitori di Lizbeth, quando Mitchell si interessava di vini, e non aveva ancora dovuto rinunciare agli alcolici. “Ha chiamato qualcuno?” chiese Lizbeth esitante.
            “No.”
            “Niente di nuovo?”
            “Niente.”
            Mitchell avvertì il sollievo di Lizbeth, sapendo quanto fosse impaziente di ricevere telefonate dai suoi. Anche se naturalmente suo padre non chiamava mai prima delle undici di sera, quando scattava la tariffa notturna.
            “E’ stata una giornata tranquilla,” disse Mitchell. “A quanto pare siamo gli unici a non essere partiti.”
            La loro casa su due livelli, metà intonaco e metà vetri, circondata da betulle frondose, sempreverdi e querce, era stata disegnata da Mitchell. Non si erano adattati a qualcosa di preesistente, l’avevano creata secondo il loro desiderio. Ventisette anni ci avevano vissuto. Nel corso del loro lungo matrimonio, Mitchell aveva tradito un paio di volte Lizbeth, e Lizbeth pure, sul piano emotivo se non su quello sessuale; ma il tempo era passato, e continuava a passare; giorni, settimane, mesi e anni, nello stordimento della vita adulta, come indumenti buttati alla rinfusa in un cassetto: una pacifica confusione, una serie di sogni vividi e sempre nuovi di cui, una volta svegli, si riescono solo a ricordare le emozioni. Belli, i sogni: ma bello anche essere svegli.
            Lizbeth si sedette sulla panchina di ferro battuto accanto a Mitchell. Ce l’avevano da sempre, quel catafalco, arrugginito malgrado l’ultima mano di bianco. “Saranno tutti via. Sembra di stare ad Au Sable.”
            “Au Sable?” Mitchell la guardò di scatto.
            “Ma sì, dove andavano sempre mamma e papà.”
            “Ce l’hanno ancora?”
            “Penso di sì. Non so.” Lizbeth scoppiò a ridere, e si appoggiò contro di lui. “Ho paura di chiederglielo.”
            Gli prese il bicchiere e ne bevve un sorso. “A noi. Qui, da soli,” brindò. E sorprese Mitchell baciandolo sulla bocca. Con l’audacia di una ragazzina, proprio sulla bocca, come non faceva da molto, molto tempo.
            

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