giovedì 25 maggio 2017

Birthday Girl - Haruko Murakami


 Voi cos'avete fatto il giorno del vostro ventesimo compleanno? Lo ricordate? Io sì. Il 12 gennaio 1969 – una giornata buia e fredda – per guadagnare qualcosina lavoravo come cameriere in un caffè. Non avendo trovato nessuno che mi sostituisse, finii col passare una giornata squallida, dall'inizio alla fine, una giornata che in quel momento mi parve un presagio di tutta la mia vita futura.
            Anche la protagonista di questo racconto, quando era ragazza, ha trascorso il suo ventesimo compleanno in modo poco entusiasmante. Era piovuto dal mattino alla sera. Ma chissà, forse all'ultimo momento l'aspettava una sorpresa.
             
            Il giorno in cui compì vent'anni, come ogni venerdì era di turno al ristorante, ma aveva chiesto alla collega di fare uno scambio e in teoria era libera. Desiderio comprensibile. Portare ai tavoli gnocchi alla zucca e fritto misto di pesce sotto gli improperi del cuoco non si poteva certo considerare un bel modo di festeggiare il raggiungimento della maggiore età. Peccato che la ragazza che doveva sostituirla, a letto con l'influenza, si fosse aggravata. Con la febbre a 40° e la diarrea, non era certo in condizioni di lavorare. Così all'ultimo momento lei aveva dovuto precipitarsi al ristorante.


            – Non ti preoccupare, non fa niente, – aveva detto al telefono, quasi per consolarla, all'amica che si scusava. – È vero che oggi compio vent'anni, ma non avevo in programma nulla di speciale.
            Diceva la verità, non si sentiva particolarmente delusa. Una delle ragioni era che qualche giorno prima aveva avuto un terribile litigio con il suo ragazzo, col quale avrebbe dovuto passare quella serata. Stavano insieme dai tempi del liceo, e la lite era nata da un futile motivo, ma prima che se ne rendessero conto era degenerata. Avevano continuato a scambiarsi accuse pesanti, con la sensazione che il legame che li aveva uniti fino ad allora si fosse fatalmente spezzato. Lei sentiva che qualcosa dentro di sé era diventato duro come una pietra, era morto. Dopo la lite lui non le aveva telefonato, né lei aveva voglia di chiamarlo.
            Il locale dove lavorava era un ristorante italiano abbastanza noto nel quartiere di Roppongi. Esisteva fin dalla metà degli anni Sessanta, e la sua cucina, se non raffinatissima, era semplice e gustosa, e non stancava. Quanto all'atmosfera, era tranquilla e rilassante, senza quella formalità che può essere oppressiva. La clientela in genere non era formata da giovani, ma da persone di una certa età, fra cui capitava di vedere attori famosi o scrittori.
            I due camerieri a tempo pieno lavoravano sei giorni alla settimana, lei e l'altra studentessa part-time a giorni alterni. Oltre a loro, in sala c'era il direttore. Alla cassa sedeva una donna magra avanti negli anni che era lì – si diceva – da quando il ristorante aveva aperto, e ricordava una di quelle tristi figure di vecchie che compaiono in Little Dorrit. Perennemente seduta alla cassa, si occupava dei clienti che andavano a pagare il conto e rispondeva al telefono. Non faceva nient'altro. Sempre vestita di nero, parlava soltanto quando era strettamente necessario. Tutto in lei evocava qualcosa di duro e secco, messa a galleggiare sul mare, di notte, avrebbe fatto affondare qualunque nave l'avesse urtata.
            Quanto al direttore di sala, doveva andare per i cinquanta. Alto, spalle larghe, in gioventù aveva di sicuro vantato un fisico da sportivo, ma ora cominciava a mettere su pancia e un po' di doppio mento. I capelli corti e neri si stavano diradando in cima alla testa. Si portava addosso l'odore inequivocabile dello scapolo che invecchia da solo. Un odore di pasticche per la tosse e giornali dimenticati in un cassetto, lo stesso che aveva sempre uno zio della protagonista di questa storia.
            La tenuta invariabile del direttore di sala era un completo nero con camicia bianca e farfallino. Una vera cravatta a farfalla, non una di quelle finte che si attaccano con una spilla da balia. Riusciva a fare il nodo alla perfezione senza bisogno di guardarsi allo specchio. Cosa di cui andava molto fiero. Il suo lavoro consisteva nel controllare il viavai dei clienti, tenere a mente le prenotazioni, ricordare il nome degli avventori abituali, accoglierli – quando venivano – con espressione sorridente, ascoltare con rispetto le eventuali lamentele, rispondere nella maniera più esaustiva e professionale possibile alle domande riguardanti il vino, tener d'occhio camerieri e cameriere. Tutte queste mansioni lui le svolgeva in modo eccellente giorno dopo giorno. Inoltre portava la cena al titolare nel suo alloggio.
            – Il titolare aveva un appartamento al sesto piano del palazzo dove si trovava il ristorante. Non so se fosse la sua abitazione o il suo ufficio, – mi disse la mia amica. In riferimento a non so più cosa, avevamo finito per parlare del nostro ventesimo compleanno, del modo in cui l'avevamo trascorso. È un anniversario che la maggior parte delle persone ricorda bene. Il suo era già passato da più di dieci anni.
            – Il titolare, non so per quale motivo, non compariva mai. Nessuno del personale l'aveva mai visto in faccia. Soltanto il direttore era ammesso alla sua presenza.
            – Insomma, ogni giorno si faceva portare la cena a domicilio dal proprio ristorante, – dissi io.
            – Praticamente sì. Ogni sera, alle otto, il direttore gliela doveva portare nel suo alloggio. Per noi era seccante che si assentasse proprio a quell'ora, nel momento di maggior lavoro, ma la cosa funzionava così da molti anni e non ci si poteva fare niente. Il cibo veniva messo su un carrello come quelli che si usano negli alberghi per il servizio in camera, il direttore lo spingeva con espressione molto compunta dentro l'ascensore, saliva al sesto piano e dopo un quarto d'ora tornava a mani vuote. Passata un'ora andava di nuovo su e riportava giù il carrello con piatti e bicchieri sporchi. Quest'operazione si ripeteva ogni giorno, sempre uguale. All'inizio mi era parso davvero strano, quasi fosse una sorta di rito religioso. Poi ci ho fatto l'abitudine e non ci ho più pensato.
            Il titolare mangiava sempre pollo. Il modo di cucinarlo e il contorno variavano un poco ogni sera, ma il cibo principale doveva per forza essere pollo. Un cuoco giovane aveva raccontato alla mia amica, in confidenza, che una volta per fare una prova gli aveva mandato su pollo arrosto per una settimana di fila, ma non c'erano state lamentele. I cuochi tuttavia amavano inventare ricette originali e ogni nuovo chef, cambiando ora gli ingredienti ora la preparazione, si ingegnava a cucinare il pollo in tutti i modi possibili e immaginabili. Lo serviva con salse raffinate. Provava fornitori diversi. Ma era tutta fatica sprecata, come buttare pietruzze nel vuoto. Non si otteneva la minima reazione. Di conseguenza tutti i cuochi, prima o poi, finivano per gettare la spugna e gli servivano giorno dopo giorno piatti di pollo del tutto banali. Dal momento che non veniva chiesto loro altro...
            Il compleanno della mia amica cadeva il 17 novembre e anche quel giorno aveva iniziato a lavorare al solito orario. Poco dopo le dodici era cominciata a venir giù una pioggerellina che nel tardo pomeriggio si era trasformata in un vero e proprio diluvio. Alle cinque il personale si era riunito e il direttore aveva annunciato il menu di quella sera. I camerieri e le cameriere dovevano impararlo a memoria nell'ordine stabilito, voce per voce. Senza scrivere nulla. Cotoletta di vitello alla milanese, pasta con sarde e cavolo, mousse di castagne... A volte il direttore fingeva di essere un cliente e ordinava qualcosa, e loro dovevano rispondere alle sue domande. Poi al personale veniva servita la cena, offerta dall'azienda. Non fosse mai che a qualcuno si mettesse a gorgogliare lo stomaco mentre prendeva le ordinazioni ai tavoli!
            Il ristorante apriva alle sei, ma a causa della pioggia violenta i clienti tardavano ad arrivare. Alcune prenotazioni vennero annullate. Con tutta quell'acqua, era probabile che le signore non avessero voglia di inzupparsi i vestiti. Il direttore di sala stringeva le labbra con aria contrariata e i camerieri ammazzavano il tempo lucidando le saliere, parlando di cucina con i cuochi. La mia amica, guardandosi attorno nella sala dove c'era soltanto un gruppo di clienti, ascoltava le note di un clavicembalo che gli altoparlanti sul soffitto diffondevano a basso volume. In quella sera d'autunno, l'odore intenso della pioggia arrivava fin dentro il locale.
            Il direttore aveva cominciato a sentirsi male poco dopo le sette e mezza. Gli erano mancate le forze e si era accasciato su una sedia, le mani sulla pancia. Come se fosse stato colpito da una pallottola. Aveva la fronte imperlata di sudore. Con voce grave, aveva chiesto di essere portato all'ospedale. Era rarissimo che il direttore si sentisse poco bene. In dieci anni di lavoro in quel ristorante, non si era mai assentato una volta. Non era mai stato malato né si era mai fatto male. Anche di questo andava molto fiero. Ma la sua faccia contorta dal dolore dimostrava che la situazione era seria.
            La mia amica era uscita in strada con l'ombrello e aveva fermato un taxi. Un cameriere aveva aiutato il direttore a salire in macchina, sostenendolo, e l'aveva accompagnato all'ospedale più vicino. Prima di salire sul taxi il direttore, con voce rotta, le aveva detto:
            – Alle otto porta la cena all'appartamento numero 604. Suona il campanello, di' che hai portato la cena e lasciala lì. Non devi fare altro.
            – Al numero 604? – aveva ripetuto lei.
            – Sì, alle otto in punto, – le aveva risposto preoccupato. Poi di nuovo una smorfia gli aveva contratto il viso. Il tassista aveva azionato la chiusura automatica della portiera e l'auto si era messa in moto.
             
            Anche dopo la partenza del direttore, la pioggia non aveva accennato a diminuire e i clienti scarseggiavano. Per tutta la serata i tavoli occupati furono solo uno o due alla volta, così l'assenza del direttore e di uno dei camerieri non costituì un problema. Era una fortuna nella disgrazia, perché spesso lo staff al completo riusciva a stento a star dietro al servizio.
            Alle otto la cena del titolare era pronta. La mia amica spinse il carrello nell'ascensore e salì al sesto piano. Sul carrello c'erano le solite cose: una mezza bottiglia di vino già stappata, un bricco di caffè, un piatto di pollo con contorno caldo di verdura, delle pagnottine servite con del burro. Lo stretto ascensore fu subito saturo dell'odore greve della carne, cui si mescolava quello della pioggia. Qualcuno doveva esserci entrato con un ombrello grondante perché sul pavimento c'erano pozze d'acqua.
            La mia amica avanzò lungo il corridoio e si fermò davanti alla porta 604, ripetendo mentalmente il numero che il direttore le aveva detto. Poi si schiarì la gola e schiacciò il campanello.
            Non ottenendo risposta, aspettò una ventina di secondi ferma dove si trovava. Si stava chiedendo se suonare un'altra volta, quando all'improvviso la porta si aprì e apparve un vecchietto mingherlino. Doveva essere quasi una ventina di centimetri più basso di lei. Indossava un completo scuro, una camicia bianca e una cravatta color foglia secca. Ogni capo era pulitissimo e perfettamente stirato. Con i suoi capelli candidi pettinati con cura, il vecchio pareva sul punto di recarsi a un ricevimento o qualcosa del genere. La fronte solcata da rughe profonde faceva venire in mente delle gole fra i monti fotografate da un aereo.
            – Le ho portato la cena, – disse lei con voce roca. Poi si schiarì leggermente la gola. Quando era tesa, la voce le si velava sempre un po'.
            – La cena?
            – Sì. Il direttore all'improvviso si è sentito male, allora stasera gliel'ho portata su io.
            – Capisco, – fece il titolare, sempre con la mano sul pomo della porta, come se cercasse di convincersi. – Mmh. Quindi si è sentito male?
            – Sì. Di colpo gli sono venuti dei dolori al ventre. Così è andato all'ospedale. Può darsi che si tratti di appendicite, lo ha detto lui stesso.
            – Oh, mi dispiace, – disse il vecchio. – È un bel guaio, – ripeté accarezzandosi adagio le rughe sulla fronte.
            Di nuovo la mia amica si schiarì la gola.
            – Allora... posso entrare, posso portare il carrello dentro casa?
            – Sì, certo, – rispose il vecchio. – Certo. Per me va bene. Se è questo che desidera.
            «Se è questo che desidero? – pensò lei. – Che modo strano di esprimersi. Chissà perché dovrei essere io a desiderarlo?»
            Il vecchio spalancò la porta, lei entrò spingendo il carrello davanti a sé. All'interno dell'appartamento il pavimento era coperto da una sottile moquette grigia su cui si poteva camminare con le scarpe, non era necessario toglierle prima di entrare: più che di un'abitazione doveva trattarsi di un ufficio. Infatti subito oltre la porta si apriva un vasto studio. Al di là dei vetri si vedeva, vicinissima, la Tokyo Tower illuminata. Davanti alla finestra c'era una grande scrivania, e su un lato un piccolo divano con due poltrone. Il vecchio indicò il tavolino davanti al divano, un tavolino basso in stile art déco, lungo e stretto. Lei vi dispose sopra la cena: prima una tovaglietta di cotone bianco, poi le posate, il bricco del caffè con la sua tazza, la bottiglia e un calice da vino, pane e burro, infine il piatto col pollo arrosto e il contorno di verdure bollite.
            – Fra un'ora passo a ritirare. Può lasciare i piatti nel corridoio come fa sempre, per favore? – chiese.
            Il vecchio osservò con molto interesse il cibo disposto sul tavolino, poi, come se si ricordasse finalmente di rispondere, disse:
            – Ah, sì, certo. Le lascio tutto in corridoio. Sopra il carrello. Fra un'ora. Se è questo che desidera.
            «Sì, adesso è questo che desidero», ripeté lei in cuor suo.
            – Ha bisogno di qualche altra cosa? – chiese poi.
            – No, nient'altro, va bene così, – rispose il vecchio dopo averci pensato un po' su. Aveva ai piedi delle scarpe nere tirate a lucido. Scarpe piccole e molto chic. Era un uomo elegante. E con un bel portamento, per la sua età.
            – In tal caso mi permetta di ritirarmi, – disse lei.
            – No, aspetti un momento, – la fermò il vecchio.
            – Sì? Prego?
            – Le dispiace dedicarmi cinque minuti del suo tempo, signorina? – chiese lui. – Vorrei dirle due parole.
            «Signorina?» Sentendosi chiamare in modo così riguardoso, la mia amica divenne rossa.
            – Sì, uhm... va bene. Cioè, se si tratta di cinque minuti... – Insomma, quell'uomo era il datore di lavoro che la pagava un tanto all'ora. Non era questione di dedicargli del tempo, o di farselo rubare da lui. Inoltre non sembrava il tipo d'uomo capace di molestarla.
            – A proposito, quanti anni ha? – chiese il vecchio, che in piedi accanto alla scrivania, con le braccia conserte, la guardava diritto negli occhi.
            – Ho compiuto vent'anni.
            – Ha compiuto vent'anni? – ripeté lui. Poi socchiuse le palpebre come se volesse sbirciare attraverso una fessura. – Questo significa che non è passato molto tempo da quando li ha compiuti?
            Lei esitò un poco.
            – Proprio così, – disse poi. – A dire la verità, oggi è il mio compleanno.
            – Ah, ecco! – fece il vecchio con aria convinta, accarezzandosi il mento. – Ah, ecco, ecco... Oggi è il suo ventesimo compleanno, insomma.
            Lei annuì in silenzio.
            – Esattamente vent'anni fa veniva al mondo.
            – Sì. È così.
            – Ecco, ecco. Molto bene. Allora tanti auguri, – disse il vecchio.
            – La ringrazio, – rispose la mia amica. A pensarci bene, il titolare era la prima persona che le faceva gli auguri, quel giorno. Anche se tornando a casa, nella sua stanza, probabilmente avrebbe trovato sulla segreteria telefonica un lungo messaggio dei genitori.
            – Le faccio davvero i miei più sentiti auguri, – ripeté il vecchio. – È proprio una bella cosa. Propongo un brindisi col vino rosso, signorina, è d'accordo?
            – La ringrazio, ma non posso. Sono in orario di lavoro.
            – Solo un sorso, cosa vuole che importi? Se glielo permetto io, nessuno le può rimproverare nulla. Giusto un sorso per celebrare.
            Il vecchio tolse il tappo dalla bottiglia e versò un po' di vino per lei nel calice. Poi da una vetrinetta prese un comune bicchiere di vetro e ci versò del vino per sé.
            – Tanti auguri di buon compleanno, – disse. – Signorina, che la sua vita sia piena di sincerità e di abbondanza. Che nulla vi getti la sua ombra oscura.
            Sollevarono i bicchieri.
            «Che nulla vi getti la sua ombra oscura». Mentalmente lei ripeté le parole del vecchio. Perché si era espresso in quella maniera inusuale?
            – Il ventesimo compleanno viene una volta sola nella vita. Ed è il giorno più importante di tutti, signorina, senza paragone.
            – Sì, – rispose lei. Poi bevve solennemente un sorso di vino.
            – E in questo giorno così importante, lei è venuta fin qui a portarmi la cena. Come una fata gentile.
            – Ho soltanto eseguito un ordine.
            – Sì, ma questo non importa, – disse il vecchio. Dopo qualche istante, con un lieve oscillare del capo, ripeté: – Questo non importa. Mia bella signorina.
            Si sedette sulla sedia in pelle dietro alla scrivania e la invitò ad accomodarsi sul divano. Lei, sempre col calice in mano, si sedette sul bordo e si tirò bene la gonna sulle ginocchia. Poi si schiarì di nuovo la gola. Guardò le righe tracciate dalla pioggia sul lato esterno dei vetri. Nella stanza c'era una calma quasi allarmante.
            – Oggi si dà il caso che sia il suo ventesimo compleanno, e che lei mi abbia fatto la cortesia di portarmi fin qui un ottimo pasto caldo, – disse nuovamente il vecchio come se verificasse i fatti. Quindi posò il bicchiere sul vetro della scrivania, con un urto leggero. – È una fortunata combinazione di circostanze. Non trova?
            Ancora una volta lei annuì senza convinzione.
            – Di conseguenza, signorina, – proseguì il vecchio portando la mano al nodo della cravatta, – è mia intenzione offrirle un regalo. Si dica quello che si vuole, ma di un giorno particolare come questo, è bene che lei conservi un ricordo particolare.
            La mia amica scosse precipitosamente la testa.
            – No, la prego, non si preoccupi per questo. Io ho solo eseguito gli ordini del direttore, portandole qui la cena.
            Il vecchio alzò le mani con i palmi rivolti verso di lei.
            – No, no, è lei che non deve preoccuparsi. Quando dico regalo, non intendo qualcosa di concreto, qualcosa che ha un prezzo. Io vorrei, – proseguì posando entrambe le mani sulla scrivania e facendo un profondo respiro, – insomma, vorrei esaudire un suo desiderio, mia bella fata. Qualunque cosa sia. Quello che vuole. Se c'è qualcosa che desidera, ovviamente.
            – Qualcosa che desidero? – ripeté la mia amica con voce secca.
            – Qualcosa che vorrebbe fosse diverso, signorina. Che spera si verifichi. Se ha un desiderio, uno soltanto, io lo voglio esaudire per lei. Questo è il regalo che posso farle per il suo compleanno. Ma gliene è concesso uno solo, quindi ci rifletta bene –. Il vecchio sollevò in aria un dito. – Uno soltanto. Una volta espresso il suo desiderio, non potrà tornare indietro.
            Lei era senza parole. Un desiderio? A tratti si sentiva il rumore della pioggia, che spinta dal vento picchiava contro il vetro delle finestre. Il silenzio durava, e intanto il vecchio la guardava negli occhi senza dire nulla. Nelle sue orecchie il tempo pulsava con un ritmo irregolare.
            – Se io esprimo un desiderio, lei lo esaudirà?
            Il vecchio non rispose. Le mani posate una accanto all'altra sulla scrivania, si limitò a sorridere. Un sorriso estremamente naturale e benevolo.
            – Lei ce l'ha un desiderio, signorina? Oppure no? – chiese in tono pacato.
             
            La mia amica mi guardò in faccia.
            – È successo veramente, sai? Non mi sto inventando tutto.
            – Lo so, – dissi. Non era il tipo da inventarsi una storia di sana pianta. – Allora che desiderio hai espresso, quella volta?
            Lei continuò a fissarmi per un po'. Poi fece un piccolo sospiro.
            – Be', non è che abbia preso le parole di quel vecchio signore troppo sul serio. Avevo già vent'anni e non credevo più alle favole. Ma se la sua era una manifestazione estemporanea di umorismo, la trovavo piuttosto divertente. Aveva eleganza, quell'uomo, e mi venne voglia di assecondarlo. Se il giorno del mio ventesimo compleanno mi capitava qualcosa di insolito, non c'era niente di male. Questo pensai. Non si trattava di crederci o meno.
            Io annuii in silenzio.
            – Capisci cosa provavo? Mi preparavo a finire quella giornata vuota così, servendo tortellini al sugo di acciughe, senza che succedesse niente di speciale, senza che nessuno mi facesse gli auguri. Il giorno in cui compivo vent'anni.
            Di nuovo annuii.
            – Ti capisco benissimo, – dissi.
            – Quindi feci quello che mi chiedeva, espressi un desiderio.
             
            Il vecchio per un po' restò a guardarla senza dire nulla. Sempre con le mani posate sulla scrivania. Sul ripiano c'erano dei registri molto spessi che sembravano libri di conti. Oltre a penne, matite, un calendario, una lampada con un abat-jour verde... Fra quella roba anche le sue piccole mani sembravano degli articoli di cartoleria. Gocce di pioggia continuavano a colpire i vetri della finestra, oltre la quale brillavano le luci della Tokyo Tower.
            Le rughe del vecchio si fecero un poco più profonde.
            – Allora questo è il suo desiderio, vero?
            – Sì. Esatto.
            – Un desiderio piuttosto strano, per una ragazza della sua età, – disse lui. – A dir la verità, mi aspettavo qualcosa di molto diverso.
            – Se non va bene, posso cambiarlo, – rispose lei. Poi si schiarì la gola. – Per me è indifferente, posso trovarne un altro.
            – No, no, – fece il vecchio alzando le mani e agitandole in aria come bandierine. – Non ha nulla che non vada, il suo desiderio. Affatto. Semplicemente sono rimasto sorpreso. Voglio dire... siamo sicuri che non sogna qualcos'altro? Per esempio, che ne so, non vorrebbe diventare più bella, più intelligente, avere più soldi, insomma questo genere di cose? Le cose che desiderano di solito le ragazze?
            La mia amica prese tutto il tempo necessario per trovare le parole giuste. Nel frattempo il vecchio non parlava, aspettava in silenzio, le mani poggiate tranquillamente sulla scrivania.
            – È ovvio che vorrei diventare più bella, più intelligente, più ricca. Però se questo genere di desiderio si avverasse, chi può dire quali conseguenze porterebbe, alla fine? Magari per me si muterebbe in un danno. Per il momento io non ho ancora afferrato il senso della vita. Sul serio. Non capisco bene come funzioni.
            – Ah, ecco, – disse il vecchio incrociando le dita delle mani, poi separandole di nuovo. – Ecco.
            – Allora il mio desiderio può andare?
            – Certamente. Certamente. Da parte mia non ci sono obiezioni.
            Tutt'a un tratto il vecchio prese a fissare un punto nell'aria. Le rughe sulla fronte gli si fecero più profonde, quasi fossero le circonvoluzioni del suo cervello concentrato a riflettere. Sembrava osservare qualcosa che fluttuava nell'aria, come minuscole, invisibili piume. Poi spalancò le braccia, si sollevò un poco dalla sedia e giunse le mani con vigore. Producendo un breve schiocco secco. Quindi si risedette. Si accarezzò lentamente la fronte come per lisciare le rughe e sorrise tranquillo.
            – Ecco fatto, – disse. – Il suo desiderio è esaudito.
            – L'ha già esaudito?
            – Sì, l'ho esaudito. È stato facilissimo. Bella signorina, oggi è il suo compleanno, ancora tanti auguri. Le lascerò il carrello nel corridoio non si preoccupi. Torni pure al suo lavoro.
            La mia amica prese l'ascensore e scese al ristorante. Adesso che era a mani vuote, provava una sgradevole impressione di leggerezza, di instabilità, come se camminasse su un terreno infido.
            – È successo qualcosa? – le chiese il cameriere più giovane. – Hai un'aria così frastornata...
            Lei scosse la testa con un sorriso ambiguo.
            – Davvero ho un'aria frastornata? No, non è successo nulla.
            – Di', che tipo è il capo?
            – Boh! Non l'ho nemmeno visto bene, – tagliò corto la mia amica.
            Un'ora e mezza dopo andò a prendere il carrello. Lo trovò nel corridoio. Nel piatto non restava più nulla. Anche la bottiglia e il bricco di caffè erano vuoti. La porta dell'appartamento 604 era chiusa e muta. La contemplò in silenzio per qualche secondo. Sembrava doversi aprire da un momento all'altro. Ma non si aprì. Allora lei spinse il carrello nell'ascensore, scese, lo portò in cucina. Lo chef guardò il piatto, vuoto come ogni sera, e annuì con indifferenza.
            – Da quella volta non ho mai più incontrato il titolare, – mi disse la mia amica. – Il direttore in realtà aveva avuto un semplice mal di pancia, dal giorno successivo ricominciò a portargli i pasti di persona, e io con l'anno nuovo lasciai quel lavoro. Da allora non sono più andata in quel ristorante. Non so perché, ma avevo l'impressione che mi convenisse starne alla larga. Così, una sorta di presentimento.
            Assorta nei suoi pensieri, giocherellava con una barchetta di carta.
            – A volte ho l'impressione che tutto quello che è successo la sera del mio ventesimo compleanno sia stata un'illusione. Come se per qualche ragione credessi reali cose che non sono accadute veramente. Ma non è così, ne sono sicura. Ancora adesso ricordo alla perfezione, come se li vedessi, ogni mobile, ogni oggetto di quell'appartamento 604. È una cosa successa davvero, e che forse ha un significato profondo.
            Per un po' non parlammo, bevevamo ognuno dal proprio bicchiere, forse pensando a cose diverse.
            – Posso farti una domanda? – dissi. – Anzi, a dir la verità le domande sarebbero due.
            – Prego, – mi incoraggiò lei. – Ma lo immagino cosa vuoi sapere. Prima di tutto, che desiderio ho espresso quel giorno.
            – Però mi è parso che tu non avessi voglia di dirlo.
            – Ti ho dato quest'impressione?
            Annuii.
            Lei posò la barchetta di carta e strinse gli occhi, come se volesse guardare lontano.
            – Quando si esprime un desiderio, non bisogna rivelarlo a nessuno.
            – Non ho intenzione di obbligarti a farlo. Quello che vorrei sapere, innanzi tutto, è se sia stato esaudito o meno. E poi, se ti sei mai pentita di aver scelto, quella volta, quel desiderio lì. Qualunque cosa fosse. Non hai mai pensato che avresti fatto meglio a trovarne un altro?
            – Alla prima domanda rispondo sì, ma anche no. Ho ancora un bel po' di anni da vivere davanti a me, e non posso sapere come andranno a finire le cose.
            – Era un desiderio che richiedeva del tempo?
            – Già, – disse la mia amica, – era una cosa in cui il tempo aveva un ruolo essenziale.
            – Come cucinare un piatto importante?
            Lei annuì.
            Riflettei un poco su quell'informazione. Ma nella mia mente appariva soltanto l'immagine di una gigantesca torta che cuoceva a bassa temperatura nel forno.
            – E riguardo alla seconda domanda? – chiesi.
            – Qual era la seconda domanda?
            – Se ti sei mai pentita di aver scelto quel desiderio.
            Un breve silenzio. Lei mi rivolse uno sguardo distratto. Sulla bocca le affiorò l'ombra di un sorriso spento. Che mi fece capire che a un certo punto c'era stata una rinuncia.
            – Adesso io sono sposata con un commercialista che ha tre anni più di me, – disse. – Ho due bambini, un maschio e una femmina. Un setter irlandese. Posseggo un'Audi e due volte alla settimana vado a giocare a tennis con le amiche. Questa è attualmente la mia vita.
            – Niente male, mi sembra, – risposi.
            – Anche se sul paraurti dell'Audi ci sono due ammaccature?
            – Be', i paraurti servono proprio a questo, a prendersi le ammaccature.
            – Dovrebbero creare uno sticker con questo motto: «I paraurti servono a prendersi le ammaccature».
            Io guardavo la sua bocca.
            – Ciò che voglio dire... – prosegui in tono pacato, strofinandosi il lobo dell'orecchio, un lobo molto ben fatto, – ciò che voglio dire è questo: che una persona, qualunque cosa desideri, per quanto faccia, non potrà mai diventare altro che se stessa. Tutto qui.
            – Anche uno sticker così non suonerebbe male: «Una persona, per quanto faccia, non potrà mai diventare altro che se stessa».
            Lei scoppiò in una risata. E quell'ombra stentata di un sorriso che aveva sulle labbra di colpo si dileguò.
            Appoggiò i gomiti al bancone e mi guardò.
            – Dimmi, se ti fossi trovato al mio posto, che desiderio avresti espresso?
            – Cioè io, la sera del mio ventesimo compleanno?
            – Sì.
            Riflettei a lungo su quella domanda. Eppure non mi venne in mente nulla.
            – No, non riesco a immaginarlo, – risposi con sincerità. – Ormai è passato troppo tempo dal mio ventesimo compleanno.
            – Non c'è proprio niente, davvero?
            Feci cenno di no con la testa.
            – Nemmeno una cosa?
            – Nemmeno una cosa.
            Di nuovo lei mi guardò negli occhi. Uno sguardo molto diretto, molto franco.
            – Allora significa che lo hai già realizzato, il tuo desiderio, – disse.
            «Solo uno, badi, quindi ci rifletta bene. Mia bella fata». Da qualche parte nell'oscurità, un vecchietto con una cravatta del colore delle foglie secche alzava un dito nell'aria. «Soltanto uno. Dopo non potrà più tornare indietro».



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