mercoledì 17 maggio 2017

LA STELLA - Arthur C. Clarke


           Siamo a tremila anni luce dal Vaticano, qui. Una volta credevo che lo spazio non potesse nulla contro la fede, come anche credevo che i cieli proclamassero la gloria dell’opera del Signore. Ora ho visto quest’opera, e la mia fede è orrendamente scossa.
            Guardo il crocifisso appeso nella mia cabina sopra il Computer Mark VI, e per la prima volta nella vita mi chiedo...
            Non l’ho ancora detto a nessuno. Ma la verità non si può nascondere. E del resto i fatti sono qui, a disposizione di tutti, registrati nei chilometri e chilometri di nastro magnetico e nelle migliaia di fotografie che stiamo riportando sulla Terra. Per gli altri scienziati non sarà più difficile, interpretarli, di quanto sia stato per me; né io, da parte mia, sarei disposto ad alcuno di quei compromessi con la verità che hanno gettato, in passato, qualche ombra sulla reputazione del mio Ordine.


            L’equipaggio è già abbastanza depresso. Mi chiedo come accoglierà quest’ultima ironia. Pochi di loro hanno la minima fede religiosa, e tuttavia non si rallegreranno, ne sono sicuro, di potere usare quest’arma finale nella loro polemica con me, una polemica bonaria, cominciata sin dalla nostra partenza dalla Terra. Erano più divertiti che seccati, di avere un gesuita come astrofisico a bordo; e tuttavia il dottor Chandler per esempio (ho notato che gli atei più accaniti s’incontrano spesso tra i medici), non poteva trattenersi dal ritornare continuamente sull’argomento. Spesso lo incontravo sul ponte di osservazione, dove le luci sono sempre abbassate e non attenuano lo splendore degli astri. Si fermava accanto a me, nella semioscurità, e guardava fuori dai grandi oblò i mondi che ci giravano silenziosamente intorno, mentre la nave avanzava ruotando un poco su se stessa per residuo di spinta che non ci eravamo dati la pena di correggere.
            — Continua a girare — diceva alla fine, accennando all’universo di là dal cristallo
            — continuerà sempre, e forse Qualcosa  l’ha fatto. Ma come possiate credere che questo Qualcosa  si occupi   minimamente di noi e del nostro misero, piccolo mondo, questa è una cosa che non riesco assolutamente a capire.
            Cominciava sempre così, o press’a poco così, e poi s’andava avanti a discutere, mentre le stelle e le nebulae  della Galassia continuavano il loro giro silenzioso.
            Quanto ai tecnici dell’equipaggio, quello che li divertiva era l’apparente incongruità della mia posizione. Invano avevo accennato, con tutta la modestia possibile, ai miei lavori e alle mie pubblicazioni nel campo dell’astrofisica. Invano 82
            avevo ricordato loro che per secoli il mio Ordine s’era illustrato con le sue ricerche scientifiche. Perché oggi siamo rimasti in pochi, è vero, ma i contributi che fin dal secolo XVIII abbiamo dato alla fisica e all’astronomia, restano tra i più ragguardevoli. Potrà, ora, la mia relazione sulla nebula  Phoenix mettere fine ai nostri mille anni di storia? Potrà, temo, mettere fine a molto più di questo.
            Non so chi abbia dato a questa nebula  il suo   nome, che mi sembra scelto assai male. Se contiene una profezia, è una profezia che potrà essere controllata solo tra miliardi di anni. Lo stesso termine nebula,  in questo caso, non è molto adatto: l’oggetto in questione è molto più ridotto di quegli stupendi ammassi di nebbia (la materia prima delle stelle che nasceranno) sparse in tutta la Via Lattea. Su scala cosmica, in verità, la nebula  Phoenix è una piccolissima cosa: un tenue involucro di gas, intorno a un’unica stella.
            O meglio: intorno a quanto è rimasto, di una stella.
            Il ritratto del nostro santo fondatore, Ignazio di Loyola, sembra guardarmi con ironia dalla parete di fronte, sopra lo scaffale delle lastre spettrografiche. Che cosa ne avrebbe fatto, lui, di questi dati che sono venuti in nostro possesso quaggiù, così lontano dal piccolo mondo che era per lui tutto l’universo? La sua fede avrebbe resistito meglio della mia, a questa sfida?
            Il suo sguardo mi sfiora e sembra perdersi in lontananza. Ma io ho viaggiato in lontananze più grandi di quelle che lui potesse neppure immaginare, mille anni fa, quando fondò l’Ordine. E anche oggi, nessuna nave da ricognizione s’era mai spinta così lontano dalla Terra: stiamo tornando dalle ultime frontiere dell’universo esplorato. Eravamo partiti per raggiungere la nebula  Phoenix, l’abbiamo raggiunta, e ne torniamo col nostro fardello di conoscenze. Ah, se il santo personaggio che mi guarda dalla parete potesse liberarmi da questo fardello!
            Ma inutilmente invocherei il suo nome, attraverso tutti i secoli e gli anni-luce che mi separano da lui. Nel libro che tiene tra le mani, si legge: AD MAIOREM DEI GLORIAM. Che cosa penserebbe, ora, di queste parole? Potrebbe ripeterle, sapendo ciò che ho visto io?
            Noi sapevamo già, naturalmente, che cosa fosse la nebula  Phoenix. Ogni anno, nella nostra sola Galassia, esplodono un centinaio di stelle, brillano per qualche ora o per qualche giorno con un’intensità migliaia di volte superiore alla normale, prima di piombare in un’oscura morte. Queste sono le novae  ordinarie, disastri abituali nell’universo, e io stesso ne ho studiate a dozzine, raccogliendo gli spettrogrammi e le curve di luce, da quando lavoro all’osservatorio lunare.
            Ma, tre o quattro volte ogni mille anni, accade qualcosa di fronte a cui perfino una nova  impallidisce, fino ad apparire totalmente insignificante.
            Quando una stella diventa una supernova,  la sua luce può aumentare fino a raggiungere, in poche ore, quella di tutti gli altri Soli della Galassia messi insieme.
            Gli astronomi cinesi ne osservarono una, senza capire che cosa fosse, nel 1054 d.C. E
            cinque secoli dopo, nel 1572 una supernova  brillò così intensamente nella costellazione di Cassiopea da restare visibile in pieno giorno. Ce ne sono state altre tre, nei mille anni che sono passati da allora.
            La nostra spedizione aveva lo scopo di visitare i resti di quell’immane catastrofe, di ricostruire gli eventi che l’avevano preceduta e, se possibile, di scoprire la causa.
            Ci avvicinammo lentamente, attraverso strati concentrici di gas esplosi seimila anni fa, e che ancora continuano a espandersi. Erano gas immensamente caldi, ancora radiati di un’intensa luce violetta, ma troppo rarefatti per nuocerci. Quando la stella era esplosa, i suoi strati esterni erano partiti a una tale velocità da sfuggire completamente al suo campo gravitazionale. Ora formavano come un immenso involucro vuoto, grande abbastanza da contenere un migliaio di sistemi solari, e al cui centro brillava quel minuscolo, fantastico oggetto che la stella era diventata: una nana bianca,  più piccola della Terra, e tuttavia un milione di volte più pesante.
            Gli strati luminosi di gas ci circondavano da ogni parte, sopprimendo la normale oscurità degli spazi interstellari. Volavamo verso il centro di una bomba cosmica scoppiata migliaia di anni prima, e le cui ondate di frammenti incandescenti stavano ancora allargandosi. L’immensa scala dell’esplosione, e il fatto che i suoi residui già coprissero un raggio di miliardi di miglia, facevano sì che la scena sembrasse immobile. Ci sarebbero voluti decenni per poter distinguere, senza strumenti, il minimo movimento di quelle tormentate volute e turbini di gas. Tuttavia, il senso dell’esplosione era acutissimo.
            Avevamo ridotto la velocità parecchie ore prima, e adesso andavamo lentamente accostando verso la piccola stella che brillava al centro di quell’inferno. Una volta era stata un sole come il nostro; ma aveva dissipato in poche ore tanta energia, quanta gliene sarebbe bastata per un milione di anni. Ora, rattrappita e scempia, andava economizzando le sue ultime risorse come per fare ammenda della passata prodigalità.
            Nessuno s’aspettava di trovare pianeti. Se una volta ce n’erano stati, l’esplosione doveva averli fusi, trasformati in gas, travolti in una sola, colossale rovina. Tuttavia procedemmo alla solita ricerca per mezzo degli strumenti, come sempre facciamo avvicinandoci a un sole nuovo; ed ecco, trovammo un unico, piccolo pianeta che continuava regolarmente il suo giro, a un’immensa distanza dalla stella. Doveva essere stato il Plutone di quello scomparso sistema solare, in orbita alle frontiere della notte. Troppo lontano dal sole centrale per aver mai conosciuto alcuna forma di vita, la sua stessa lontananza l’aveva salvato dalla catastrofe che aveva distrutto i pianeti suoi compagni.
            Il divampare del cosmico incendio aveva fuso la superficie delle sue rocce, e bruciato via la coltre di gas raggelati che aveva dovuto coprirlo fino al giorno del disastro. Ci accostammo, atterrammo, e trovammo la cripta.
            I suoi costruttori avevano fatto in modo che la trovassimo subito. L’enorme pilone che segnava il suo ingresso era ridotto a un mozzicone vetrificato, ma già dalle prime fotografie, prese a grande distanza, avevamo potuto riconoscerlo per quello che era: un segnale lasciato lì da qualcuno. Poco più   tardi scoprimmo stampato nella roccia, un tracciato radioattivo che da tutti gli angoli del pianeta convergeva verso quello stesso punto. Se anche il pilone sulla cripta fosse andato distrutto, quest’altro segnale sarebbe rimasto: come una torcia inestinguibile, che avrebbe continuato nei secoli dei secoli a trasmettere il suo messaggio alle stelle. La nostra nave scese verso quel faro, come una freccia contro il suo bersaglio.
            Il pilone doveva aver misurato un chilometro d’altezza, quando era stato costruito, ma ora appariva come una candela mezzo consumata, mezzo sepolta dalle smoccolature. Noi eravamo astronomi, non archeologi, e gli strumenti di cui disponevamo non erano i più adatti per scavare nella roccia vetrificata alla base del pilone. Tuttavia, con mezzi di fortuna, ci mettemmo al lavoro. Lo scopo originario della nostra missione era ormai dimenticato: quel monumento solitario, innalzato con tanta pena alla più grande distanza possibile dal sole condannato, poteva significare una sola cosa. Una civiltà che sapeva di dover morire dopo poco, aveva dedicato l’ultima fatica a eternare la propria memoria.
            In una settimana raggiungemmo l’ingresso della cripta. Ma ci vorranno generazioni per esaminare a fondo i tesori che contiene. I suoi costruttori avevano avuto tutto il tempo di prepararsi, perché il loro sole, evidentemente, aveva cominciato già da molti anni a dare segni premonitori. Ogni cosa che vollero salvare, la portarono in quel mondo lontano negli anni che precedettero la catastrofe, sperando che un giorno qualcuno avrebbe scoperto la cripta, e che la memoria della loro specie non si sarebbe cancellata dall’universo. Avremmo saputo far questo, noi, o saremmo caduti in una disperazione così estrema, da disinteressarci del tutto di un futuro che nessuno della nostra specie avrebbe potuto condividere?
            Se soltanto avessero avuto qualche secolo, forse solo qualche decennio in più!
            Sapevano già navigare, infatti, tra i pianeti del loro sole; ma non avevano appreso a traversare gli abissi interstellari: e il sistema solare più vicino distava dal loro un centinaio d’anni luce. Tuttavia, anche con astronavi a propulsione transfinita, soltanto pochi di loro sarebbero riusciti a salvarsi. Forse, dunque, è stato meglio così.
            Le loro sculture ce li mostrano straordinariamente somiglianti a noi. Ma anche se non lo fossero stati, non potremmo fare a meno di ammirarli e di compiangerli.
            Hanno lasciato migliaia di registrazioni visive, come pure gli apparecchi per proiettare ed elaborare istruzioni pittografiche che ci permettono di decifrare le loro lingue scritte. Abbiamo già esaminato molte di queste registrazioni, e riportato alla vita, per la prima volta dopo seimila anni, il calore e la bellezza d’una civiltà che per molti aspetti dev’essere stata superiore alla nostra. Se poi, di se stessi, ci avessero mostrato soltanto il meglio, chi potrà biasimarli per questo? Il loro mondo era straordinariamente amabile, e le loro città costruite con una grazia sconosciuta alla maggior parte delle nostre. Li abbiamo visti lavorare e giocare, abbiamo ascoltato il loro armonioso linguaggio risuonare per noi attraverso millenni. Una scena è ancora davanti ai miei occhi: quella di un gruppo di bambini, su una spiaggia dalla strana sabbia azzurra, che giocano allo stesso modo dei nostri. Curiosi alberi dai tronchi sottili s’allineano lungo la riva; nell’acqua, tra i bambini che giocano, grandi animali nuotano tranquilli; e all’orizzonte, tra poche nuvole, scende tiepido e benigno il Sole che tra poco li tradirà, distruggendo tutta questa felicità innocente.
            Forse, se non fossimo stati così lontani dalla Terra e così vulnerabili in quella solitudine, non saremmo rimasti tanto profondamente sconvolti. Molti di noi avevano già visto le rovine di antiche civiltà su altri mondi, ma senza commuoversi allo stesso modo. Questa tragedia, qui, era unica. Perché una specie può declinare e morire, come già è avvenuto di tanti popoli sulla Terra; ma essere annientati di colpo, nel pieno fiore d’una civiltà appena costruita, senza lasciare neppure un superstite: come conciliare una cosa simile con la misericordia di Dio?
            È questa la domanda che mi hanno rivolto i miei compagni di spedizione, e io ho risposto come ho potuto. Forse il nostro fondatore avrebbe saputo rispondere meglio; ma io non trovo nulla, negli Exercitia Spiritualia,   che m’aiuti su questo punto. Gli abitanti di quel mondo distrutto non erano malvagi: io non so quali dèi venerassero, e neppure se ne venerassero alcuno; ma ho visto tornare alla fredda luce del loro sole mummificato, attraverso i millenni, i tesori che con devota abnegazione dedicarono alle altre specie, quando seppero che la loro era condannata. Avrebbero potuto insegnarci tanto di più: perché furono distrutti?
            Io so già quello che i miei compagni potranno rispondere. «L’universo» diranno
            «non ha piano né scopo, e poiché cento soli ogni anno esplodono nella nostra galassia, in questo stesso momento qualche specie sta morendo nelle profondità dello spazio; e che fosse una specie buona o cattiva, non farà alcuna differenza alla fine.
            Non c’è infatti giustizia divina, perché non c’è Dio.»
            Naturalmente, invece, quello che abbiamo visto non prova nulla del genere.
            Chiunque così si fa guidare dal sentimento, non dalla logica. Dio non ha bisogno di giustificare le sue azioni di fronte all’uomo. Lui, che ha creato l’universo, può scegliere di distruggerlo quando voglia, e sarebbe da parte nostra presuntuosa arroganza, sarebbe addirittura bestemmia, giudicare ciò che possa o non possa fare.
            Una simile distruzione totale, dai movimenti imperscrutabili, io potrei dunque accettarla, malgrado ogni sgomento di sapere interi popoli, interi mondi, gettati così nella fornace. Ma c’è un punto in cui anche la fede più profonda è destinata a venir meno, e a questo punto, mentre guardo le note e i calcoli che sono sul tavolo di fronte a me, io so ormai d’essere arrivato. Noi non sapevamo di preciso, prima di raggiungere la nebula,  quando fosse avvenuta l’esplosione. Ora, in base ai dati astronomici e all’esame delle rocce di quell’unico pianeta rimasto, ho potuto calcolare la data con esattezza. So ora in che anno la luce di quella colossale conflagrazione raggiunse la Terra. So con quanta intensità brillò una volta, nei nostri cieli, la super nova il   cui cadavere stiamo lasciando alle spalle. E so come abbia dovuto fiammeggiare bassa verso est prima della levata del sole, in quell’alba orientale.
            Non possono esserci dubbi. L’antico mistero è ora risolto. Ma di miriadi d’altre stelle, o Signore, avresti potuto servirti. Che cosa t’indusse a gettare nel fuoco quel mondo, perché il simbolo del suo trapasso brillasse su Bethleem?


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