giovedì 1 giugno 2017

LA NOTTE DEI PESCI - Joe R. Lansdale


Era un pomeriggio bianco come un osso, con un cielo privo di nuvole e un sole mostruoso. L'aria vibrava come una massa di ectoplasma gelatino-so. Non c'era un alito di vento.
            In quell'afa viaggiava una Plymouth nera vecchia e scassata, che tossiva e ruttava fumo bianco dal cofano. Starnutì due volte, ebbe un sonoro ritorno di fiamma, morì sul ciglio della strada.
            Il guidatore scese e andò al cofano. Era un uomo nei grami anni inverna-li della vita, con capelli di un castano smorto e un grosso stomaco a cavallo delle anche. La camicia era aperta fino all'ombelico, le maniche arrotolate fin sopra i gomiti. I peli sul petto e le braccia li aveva grigi.
            Un uomo più giovane scese dal lato del passeggero, e anche lui andò a mettersi davanti all'auto. Gialle esplosioni di sudore macchiavano le ascelle della sua camicia bianca. Al collo era appesa una cravatta a strisce, sciolta, come un serpente domestico morto nel sonno.


            «Be'?» chiese l'uomo più giovane.
            Il vecchio non disse niente. Aprì il cofano. Una nota sublime di vapore fischiò via dal radiatore con uno sbuffo bianco, salì al cielo, si dissolse.
            «Mannaggia» disse il vecchio, e rifilò un calcio al paraurti della Plymouth come se stesse prendendo un nemico a calci nelle gengive. L'azione non gli procurò una grande soddisfazione, ma solo una brutta abrasione sulle sue scarpe all'inglese marroni e una botta alla caviglia che gli fece un male cane.
            «Be'?» chiese il giovane. «Be' cosa? Che ti credi? Morto come il mercato degli apriscatole questa settimana, e anche di più. Il radiatore ha tanti di quei buchi che sembra ammalato di varicella.»
            «Forse verrà qualcuno a darci una mano.»
            «Come no!»
            «Almeno un passaggio.»
            «Continua a crederci, caro il mio universitario»
            «Qualcuno dovrà passare, prima o poi» disse il giovane.
            «Forse. Forse no. Ma chi ci passa più, per queste scorciatoie? La statale, quella grossa, ecco dove passano tutti. Non questa stradina dimenticata.»
            Finì fissando il giovane con aria ostile.
            «Non te l'ho mica fatta prendere io» replicò bruscamente il giovane. «Era sulla cartina. Te l'ho fatta vedere, tutto lì. Tu l'hai scelta. Sei tu quello che ha deciso di prenderla. Non è colpa mia. Del resto, chi se lo immaginava che la macchina schiattava così?»
            «Ti avevo detto di controllare l'acqua nel radiatore, no? Non te l'avevo già detto quando eravamo ancora a El Paso?»
            «Guarda che ho controllato. E l'acqua c'era. Te l'ho detto, non è colpa mia. Sei tu che hai guidato per tutta l'Arizona, no?»
            «Certo, certo» disse il vecchio, come se fosse qualcosa di cui non voleva sentir parlare. Si voltò a guardare la statale.
            Niente macchine. Niente camion. Si vedevano solo onde di calore e miglia d'asfalto.
           
            Si sedettero sul terreno rovente con le schiene appoggiate alla macchina.
            In quel modo offriva un po' d'ombra — ma non molta. Sorseggiarono dell'acqua tiepida che tenevano nella Plymouth e chiacchierarono finché non calò il sole. A quel punto s'erano un po' ammorbiditi. Il caldo aveva abbandonato le sabbie ed era stato rimpiazzato dal freddo del deserto. Mentre la calura aveva reso la coppia litigiosa, il freddo la rappacificò.
            Il vecchio s'abbottonò la camicia e si tirò giù le maniche, mentre il giovane recuperò una felpa che aveva lasciato sul sedile posteriore. Se la mi-se, tornò a sedersi. «Mi dispiace per tutto questo» disse improvvisamente.
            «Non è colpa tua. Non è colpa di nessuno. È che ogni tanto mi metto a strillare, e do la colpa di come va il commercio degli apriscatole a tutto e tutti, tranne che agli apriscatole e a me stesso. I giorni del rappresentante porta a porta sono finiti, figlio mio.»
            «Pensavo di essermi trovato un lavoretto facile facile per l'estate.»
            Il vecchio rise. «Come no? Parlano tanto bene, quelli, vero?»
            «Certo che sì.»
            «Te li fanno sembrare soldi facili, ma non ci sono soldi facili, ragazzo mio. Non c'è niente di semplice a questo mondo. I soldi li fa solo la ditta.
            Noi invece diventiamo solo più stanchi e vecchi, con più buchi nelle scarpe. Se avessi avuto un po' di sale in zucca avrei mollato anni fa. Per te è una cosa che dura un'estate...»
            «Forse nemmeno quello.»
            «Be', io questo so. Nient'altro che una città dopo l'altra, un motel dopo l'altro, una casa dopo l'altra, a guardare attraverso le porte con la zanzariera la gente che fa di no con la testa. Persino gli scarafaggi nei motel da quattro soldi cominciano a sembrare dei tipetti che hai già visto prima, come fossero dei piccoli piazzisti porta a porta che devono anche loro affittarsi una stanza.»
            Il giovane ridacchiò. «Eh, potrebbe esserci del vero.»
            Restarono seduti per un po', uniti dal silenzio. Ora la notte aveva pieno potere sul deserto. Una luna dorata grande come un mammut e miliardi di stelle emanavano una luce biancastra da eoni di distanza.
            E vento s'alzò. La sabbia si mosse, trovò nuovi posti dove posarsi. Le ondulazioni della sabbia, lente e fluide, ricordavano il mare a mezzanotte.
            Il giovane, che una volta aveva attraversato l'Atlantico in nave, lo disse.
            «Il mare?» replicò il vecchio. «Sì, sì, esattamente così. Ci stavo pensando anch'io. È anche per questo che sono agitato. E che sono stato tanto irritabile, questo pomeriggio. Non era solo per via del caldo. Eh, ho dei ricordi, lì fuori,» fece cenno col capo al deserto «e mi vengono ancora a trovare.»
            Il giovane fece una faccia perplessa. «Non capisco.»
            «E come potresti? Non ci riusciresti. Penseresti che sono matto.»
            «Penso già che sei matto. Per cui me lo puoi anche dire.»
            Il vecchio sorrise. «Benissimo, ma non ti mettere a ridere.»
            «Non rido.»
            Un momento di silenzio s'intrufolò tra di loro. Finalmente il vecchio disse, «Stanotte è la notte dei pesci. Stanotte c'è la luna piena e questa è la parte giusta del deserto se la memoria non mi inganna, e anche la sensazione è quella giusta — cioè, non ti sembra che la notte sia fatta di una specie di tela, che sia diversa dalle altre notti, che sia come trovarsi dentro a una grande borsa nera, i lati costellati di lustrini, un riflettore in cima, dove c'è l'apertura, che funge da luna?»
            «Mi sono perso.»
            Il vecchio sospirò. «Ma ti senti diverso. Giusto? Anche tu lo senti, ve-ro?»
            «Credo di sì. Ho pensato che era l'aria del deserto. Non mi sono mai ac-campato nel deserto prima, e credo che sia diverso.»
            «Diverso, benissimo. Vedi, questa è la strada dove mi sono trovato are-nato vent'anni fa. All'inizio non lo sapevo, o almeno, non ne ero consapevole. Ma giù nelle budella devo averlo saputo per tutto il tempo, mentre prendevo questa strada, sfidando il fato, offrendogli, come dicono quelli del football, una replica dell'azione alla moviola.»
            «Non ho ancora capito che cosa sarebbe, la notte dei pesci. Che vorresti dire, che sei già stato qui?»
            «Non in questo punto esatto, da qualche parte lungo questa strada. Al tempo questa era una strada ancora meno di quanto non lo sia adesso. I Navajo erano praticamente gli unici che ci passavano. La mia macchina si è fermata proprio come oggi, e ho cominciato a camminare, invece di restare ad aspettare. E mentre camminavo sono usciti fuori i pesci. Nuotavano nella luce delle stelle così belli, così naturali. Tanti ma tanti. Di tutti i colori dell'arcobaleno. Piccoli, grossi, spessi, sottili. Nuotavano verso di me... attraverso di me!  Pesci fin dove si riusciva a vedere. In alto e in basso.
            «Aspetta, ragazzo. Non cominciare a guardarmi in quel modo. Ascolta: tu studi all'università, lo sai che cosa c'era qui prima che ci fossimo noi, prima che strisciassimo fuori dal mare e ci evolvessimo abbastanza da chiamarci uomini. Un tempo non eravamo forse delle cose mollicce, fratelli delle cose che nuotano?»
            «Credo di sì, ma...»
            «Milioni e milioni di anni fa questo deserto era un fondale marino. Magari l'uomo è nato proprio qui. Chi lo sa? L'ho letto in qualche libro di scienze. E sono giunto a pensare questo: se i fantasmi della gente vissuta possono infestare le case, perché i fantasmi delle creature morte da tanto tempo non potrebbero infestare il luogo dove sono vissute, nuotando avanti e indietro in un mare spettrale?»
            «Pesci con un'anima?»
            «Non fare l'ottuso con me, ragazzo. Senti qua: certi indiani con cui ho parlato su al nord mi hanno detto di una cosa che chiamano il manitù. È
            uno spirito. Credono che ogni cosa ne possieda uno. Rocce, alberi, chi più ne ha, più ne metta. Anche se la roccia si consuma fino a diventare polvere o un albero viene tagliato per farne legname, il manitù è ancora in giro.»
            «E allora perché quei pesci non li puoi vedere sempre?»
            «E perché i fantasmi non li possiamo vedere sempre? Perché alcuni di noi non li vedono mai? Il momento non è quello giusto, ecco perché. È una situazione preziosa, e credo che sia una specie, come posso dire, di chiusura a tempo — tipo quella che usano nelle banche. La cassaforte si apre in banca, ed ecco i soldi. E quando si apre qui, abbiamo i pesci di un mondo sparito da tanto tempo.»
            «Be', è un argomento su cui riflettere» riuscì a dire il giovane.
            Il vecchio sogghignò. «Se pensi quello che stai pensando non ti biasimo mica. Ma questo mi è successo vent'anni fa e non me lo sono mai dimenticato. Ho visto quei pesci per un'ora buona prima che sparissero. Poco dopo è arrivato un Navajo su un vecchio pick-up e gli ho scroccato un passaggio in città. Gli ho raccontato quello che avevo visto. Si è limitato a fissarmi e grugnire. Ma si capiva che sapeva di cosa stavo parlando. L'aveva visto anche lui, e forse non una sola volta.
            «Ho sentito dire che i Navajo non mangiano pesce per qualche ragione, e ci scommetto che è proprio per via dei pesci nel deserto. Forse li considerano sacri. E perché no? Era come trovarsi in presenza del Creatore; come nuotare nei liquidi senza preoccuparsi del mondo.»
            «Non saprei. Tutta questa faccenda...»
            «Puzza? Come il pesce?» Il vecchio rise. «Certo che sì, certo che sì. Co-sì quel Navajo mi ha accompagnato in città. Il giorno dopo mi faccio ripa-rare la macchina e riparto. Non ho più ripreso questa scorciatoia — fino a oggi, e penso che non sia stato solo un caso. Era il mio subconscio che mi guidava. Quella notte mi ha spaventato, ragazzo mio, e non me ne frega niente di ammetterlo. Ma è stata anche meravigliosa, e non sono stato più capace di togliermela dalla testa.»
            Il giovane non sapeva che dire.
            Il vecchio lo guardò e sorrise. «Non ti biasimo» disse. «Neanche un po'.
            Forse sono veramente matto.»
            Restarono seduti nella notte del deserto, e il vecchio si tolse la dentiera per versarvi sopra parte dell'acqua tiepida, in modo da pulirla dai residui di caffè e sigarette.
            «Spero che non avremo bisogno di quell'acqua» disse il giovane.
            «Hai ragione. Che stupido che sono! Ora dormiamo un po', e ci mettiamo a camminare prima che faccia giorno. Non manca molto alla prossima città. Una ventina di chilometri al massimo.» Si rimise la dentiera. «Andrà tutto benissimo.»
            Il giovane annuì.
           
            Non venne nessun pesce. Non ne parlarono. Si sdraiarono in macchina, il giovane sul sedile anteriore, il vecchio su quello posteriore. Usarono gli abiti di ricambio per coprirsi, per ricacciare indietro le fredde dita della notte. Verso mezzanotte il vecchio si svegliò all'improvviso e se ne restò con le mani dietro la testa a guardare in alto, e studiò il nitido cielo del deserto che vedeva attraverso il finestrino di fronte.
            E un pesce passò nuotando.
            Lungo e snello e maculato con tutti i colori del mondo, agitando la coda come per dirgli addio. E poi non c'era più.
            Il vecchio si alzò a sedere. Fuori, tutt'intorno, c'erano i pesci — di tutte le dimensioni, i colori e le forme.
            «Ehi, ragazzo, sveglia!»
            IL giovane si lamentò.
            «Sveglia!»
            Il giovane, che aveva dormito a faccia in giù con la testa appoggiata alle braccia, si voltò. «Che c'è? È ora di andare?»
            «I pesci.»
            «Oh no, ancora!»
            «Guarda!»
            Il giovane si tirò su a sedere. La bocca gli sì spalancò. Sgranò gli occhi.
            Tutt'intorno all'auto, sempre più velocemente, in mulinelli di colore scuro, nuotavano pesci di tutte le razze.
            «Be', che mi prenda... Ma come? »
            «Te l'ho detto, te l'ho detto.»
            Il vecchio allungò la mano verso la maniglia della portiera, ma prima che la potesse tirare un pesce nuotò pigramente attraverso il cristallo del finestrino posteriore, fece un paio di giri nell'auto, passò attraverso il petto del vecchio, diede un deciso colpo di coda per salire e se ne andò passando per il tettuccio.
            Il vecchio ridacchiò, spalancò la portiera. Si mise a saltare a lato della strada. Faceva gran balzi in alto per far passare le mani attraverso quei pesci spettrali. «Come bolle di sapone» disse. «No. Come fumo!»
            Il giovane, la bocca ancora spalancata, aprì la sua portiera e scese. Poteva vedere i pesci anche in alto. Pesci strani, non somigliavano a niente di cui avesse visto le foto o che avesse immaginato. Saettavano e viravano attorno a lui come lampi di luce.
            Alzando lo sguardo, vide una grossa nuvola scura, che s'avvicinava alla luna. Quella nube lo rimise di colpo in contatto con la realtà, e ne fu grato al cielo. Le cose normali succedevano ancora. Non tutto il mondo era impazzito.
            Dopo un po' il vecchio smise di zompettare tra i pesci e venne ad appoggiarsi all'auto, posandosi una mano sul petto palpitante.
            «La senti, ragazzo? Senti la presenza del mare? Non è come il battito del cuore di tua madre mentre fluttuavi nell'utero?»
            E il giovane dovette ammettere che in effetti lo sentiva, quel rollio interiore che è la marea della vita e il cuore pulsante del mare.
            «Come?» chiese il giovane. «Perché?»
            «La chiusura a tempo, ragazzo mio. È scattata e i pesci sono liberi. Pesci di un'epoca prima che l'uomo fosse l'uomo. Prima che la civiltà cominciasse a schiacciarci. So che è vero. La verità è stata in me tutto questo tempo.
            È in tutti noi.»
            «È come un viaggio nel tempo» disse il giovane. «Dal passato al futuro, hanno fatto tutta quella strada.»
            «Sì, sì, è proprio così... perché, se possono venire nel nostro mondo perché non potremmo andare noi nel loro? Liberare quello spirito che abbiamo dentro, sintonizzarci col loro tempo?»
            «Un momento, aspetta un attimo...»
            «Mio Dio, è così! Sono puri, ragazzo mio, puri. Completamente liberi delle bardature della civiltà. Dev'essere quello! Loro sono puri e noi no.
            Noi siamo appesantiti dalla tecnologia. Questi abiti. Quella macchina.»
            Il vecchio prese a togliersi i vestiti.
            «Ehi!» disse il giovane. «Ti gelerai.»
            «Se sei puro, se sei completamente puro,» borbottò il vecchio «è quello... ma certo, la chiave è quella.»
            «Sei impazzito.»
            «Non guarderò l'auto» gridò il vecchio, correndo in mezzo alla sabbia, lasciando cadere l'ultimo degli indumenti dietro di sé. Balzava nel deserto come una lepre. «Dio, Dio, non succede niente, niente» si lamentò. «Questo non è il mio mondo. Io sono di quell'altro mondo. Voglio nuotare libero nel ventre del mare, lontano dagli apriscatole e dalle automobili e...»
            Il giovane chiamò il vecchio per nome. Quello non diede segno di averlo sentito.
            «Voglio andarmene!» strillò il vecchio. Improvvisamente riprese a saltare. «Sono i denti. Dentisti, scienza, puah!» Si ficcò una mano in bocca, staccò la dentiera, se la gettò dietro le spalle.
            Mentre i denti ancora cadevano, il vecchio salì. Cominciò a nuotare. A nuotare verso l'alto, sempre più in alto, ancora di più, muovendosi come una pallida foca rosa tra i pesci.
            Alla luce della luna il giovane riusciva a vedere le guance gonfie del vecchio, che trattenevano l'ultima aria del futuro. Il vecchio saliva, saliva, saliva, nuotando con forza nelle acque perdute da lungo tempo di un'era passata.
            Il giovane cominciò a togliersi gli abiti di dosso. Forse poteva afferrarlo, tirarlo giù, mettergli addosso i vestiti. Qualcosa... Dio, qualcosa... Ma che sarebbe successo se lui non avesse voluto tornare? E poi c'erano le otturazioni nei suoi denti, l'asta metallica nella schiena che avevano dovuto mettergli per un incidente con la motocicletta. No, a differenza del vecchio, il suo mondo era questo e lui gli era legato. Non poteva farci niente.
            Una grande ombra sgusciò davanti alla luna, creò una lastra di oscurità che si dimenava e costrinse il giovane a lasciar andare i bottoni della sua camicia e a sollevare lo sguardo.
            Una forma nera simile a un razzo si mosse attraverso il mare invisibile: uno squalo, l'antenato di tutti gli squali, il seme di tutte le paure degli abissi mai provate dall'uomo.
            E prese il vecchio nella sua bocca, cominciò a nuotare verso l'alto e la luce dorata della luna. Il vecchio pendeva dalla bocca della creatura come un ratto lacerato nelle mascelle del gatto di casa. Il sangue sbocciò fuori da lui, s'arricciò oscuramente nel mare invisibile.
            Il giovane tremò. «Oh, Dio» disse una volta sola.
            Poi arrivò quella spessa nube scura, rotolando sulla faccia della luna.
            Oscurità momentanea.
            E quando la nube passò ci fu nuovamente la luce, e un cielo vuoto.
            Niente pesci.
            Niente squalo.
            E niente vecchio.
            Solo la notte, la luna e le stelle.
           

            

1 commento:

  1. Joe R Lansdale è uno degli autori che preferisco. La sua narrativa lambisce tre generi: horror e Sf (la serie del drive - in) poliziesco (la serie di Hap e Leonard) e avventure nel sud degli USA in stile Mark Twain. La sua cifra è il grottesco e la sua forza narrativa, più che negli intrecci (qui ne abbiamo un buon esempio: la situazione base è tra le più classiche: l'auto che si ferma nel bel mezzo del niente) sta nella giustapposizione delle scene, scritte in modo accattivante, con un ritmo indiavolato e un linguaggio semplice. Altra sua caratteristica è il combinare trash e lirismo - e qui lo vediamo abbastanza bene - con un gusto per l'iperbole (pare sia caratteristica dei texani) e le metafore singolari. Autore ugualmente dotato sia per il racconto che per il romanzo, predilige situazioni in cui l'eroe è spesso un antieroe (Lansdale, da buon texano, è sensibile a temi come il razzismo) che combatte i pregiudizi sul loro stesso terreno. Tipico esempio è Leonard, protagonista con Hap della relativa serie: nero, gay e abitante in un Texas pieno di stereotipi machisti... ma anche cintura nera con un gran brutto carattere e al quale è meglio non far saltare la mosca al naso.

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