sabato 17 giugno 2017

SOLO ANDATA - Robert Bloch


            Joe Gibson era in qualche posto più in su dell’inferno, ma non sapeva affatto dove, e non gliene importava un accidente finché quel bancone del bar restava davanti a lui. Ora stava ridendo, mentre qualcuno cantava con voce triste e lontana. Lui disse: «Sì, un altro» e poi…
            Ecco comparirgli davanti quel tipo col soprabito marrone.
            Uno strano tipo dall’aria un po’ pazza; teneva le mani ficcate in tasca, il bavero sollevato e la falda del cappello abbassata, come un gangster da strapazzo in un film poliziesco.
            Il pazzoide stava parlando, ma ci volle un buon minuto prima che le parole raggiungessero il cervello di Gibson e acquistassero un senso.
            «Il tuo guaio, amico, è che hai bisogno di un po’ di vacanza» diceva il pazzoide. «Diciamo che devi cambiar aria.»
            «Certo, certo» annuì Gibson, cercando il bicchiere. Lo aveva perso da qualche parte in mezzo alla nebbia.


            «Ti ho osservato, amico» continuò il pazzoide. «Mi son detto: ecco un uomo nei guai. Ecco un uomo che ha bisogno di tirarsi fuori da qui. Tu mi sembri perso, amico.»
            «Certo» disse Gibson. «Certo, sono un’anima persa. Vuol bere qualcosa oppure togliersi cortesemente dai piedi?»
            Quel piccolo pazzoide non gli diede minimamente retta. Continuò a parlare con voce tremendamente seria. Una vecchia zitella.
            «Lavoro per la Ace Travel Bureau, socio. Ti piacerebbe comperarti un biglietto?»
            «Per dove?» chiese Gibson, come se gliene importasse.
            Il pazzoide in soprabito marrone scrollò le spalle. «Che ne diresti di un biglietto per Marte?» propose.
            Gibson lasciò che la cosa gli galleggiasse nel cervello per un buon minuto. Poi sorrise: «Marte, eh? Quanto mi verrebbe a costare?»
            «Oh, non so. Per te poco. Diciamo due dollari e ottantotto.»
            «Due dollari e ottantotto fino a Marte? Mi sembra molto ragionevole.»
            Gibson fece una pausa. «Andata e ritorno o solo andata?»
           
            Il pazzoide tossicchiò come per scusarsi.
            «Uhm… solo andata. Vedi, non siamo ancora riusciti a trovare il modo di organizzare il viaggio di ritorno.»
            «Immagino che non venderete molti biglietti» commentò Gibson.
            «Abbiamo i nostri clienti» disse il tizio in soprabito. «T’interessa, allora?»
            «No, non credo.» Gibson trovò il bicchiere, lo sollevò attraverso la nebbia e ingollò lo scotch con un brivido.
            «Allora t’interesserà qualche altra occasione, forse» insisté il pazzoide.
            «Senta, lei…» sbottò Gibson all’improvviso.
            «È da un po’ di tempo che ho il tuo nome sulla lista, amico» bofonchiò il pazzoide. Sembrò non essersi accorto che Gibson aveva stretto la mano a pugno intorno al bicchiere. «So che presto o tardi faremo affari.»
            «E se li facessimo subito?» disse Gibson, tra i denti.
            Tirò indietro la mano, ruotando il corpo, pronto a spaccare il muso al pazzoide. Tese i muscoli e pregustò l’attimo in cui avrebbe colpito il segno, duramente. Il pugno scattò… e volò via al di là delle stelle, nell’abisso di tenebra. Joe Gibson seguì il pugno e precipitò attraverso le tenebre in un tunnel, sempre più giù, più giù.
            «Ah! Ma che bella botta ti sei preso, ieri sera» esclamò Maxie, agitando la tazza prima di avvicinarla alle labbra di Joe Gibson. «Sbronzo, eri… sbronzo marcio.»
            «Chiudi il becco» disse Gibson.
            «Il grugno contro il pavimento del bar. K.O.» insisté Maxie, obbligando la gola riluttante di Gibson a ingurgitare il contenuto della tazza.
            «Dimenticatene» disse lui, non appena poté parlare di nuovo.
            Maxie scrollò le spalle.
            «D’accordo, amico» annuì. «Io me ne dimenticherò. Meglio di così… Ti organizzo un affare da cinquecento alla settimana con l’orchestra jazz più in voga del circondario, e tu che cosa combini? Te ne vai in giro a farti veder ciucco da mezza città, e poi vai giù lungo disteso come il tizio che fa la parte principale in Billboard.  E mi dici di dimenticare. A questo punto so-no disposto a dimenticare tutto, il che comprende anche te.»
            Gibson si rizzò a sedere sul letto. Si mosse molto svelto per un uomo in preda ai postumi di una sbornia.
            «No, Maxie» esclamò «non intendevo farlo. Davvero non volevo. Mi spiace, non avrei mai preso a pugni quel tizio se non avesse cominciato a fare lo scemo con quella storia di Marte. Io me ne stavo lì a farmi i fatti miei, quando lui si avvicina e comincia quello sproloquio su un viaggio.
            Così gli ho tirato un cazzotto e sono caduto sulla faccia.»
            Maxie lo fissò.
            «Ho visto mentre succedeva, Joe» mormorò. «Tu eri in piedi al banco del bar, e non c’era nessuno intorno a te per un raggio di tre metri. Hai cominciato a borbottare, fra te e te, poi ti sei girato di scatto, hai mollato un pugno e sei crollato giù per il conto a dieci, dopo avere sventagliato l’aria.»
            «Ma quello svitato col soprabito marrone…» cominciò Gibson.
            «Non ho visto nessuno svitato con un soprabito marrone» fece Maxie, lentamente. «Tutto quello che ho visto, è stato uno svitato di nome Joe Gibson che è finito lungo disteso a terra, ubriaco fradicio.»
            Gibson sospirò: «È così che è andata?»
            «Proprio così.»
            «Ho avuto le traveggole» e rabbrividì.
            Maxie si sedette sul letto.
            «Ti ricordi i vecchi tempi, Joe?» gli chiese. «Tu eri un disgraziato venuto da Kansas City, quando ti tirai fuori da quel buco del Rialto. Suonavi al-le festicciole a tariffe non sindacali. Io ti scoprii e ti procurai gli ingaggi.
            Ti feci lavorare. Feci emergere il tuo stile.»
            «Dove tieni il violino?» replicò Gibson. «Le tue parole hanno bisogno di un bello sfondo di musica zuccherosa.»
            «Non ti sto sviolinando» ribatté Maxie. «Ti sto semplicemente dicendo…»
            «Che cosa mi stai dicendo?» Joe si drizzò completamente, scostando la mano che Maxie gli aveva appoggiato sulla spalla. «D’accordo, allora. Mi hai tirato fuori dalla fogna e hai fatto di me un cornettista super. Non un comprimario, un super Grande quanto basta per un Goodman, uno Shaw, un Miller, chiunque insomma. Ma certo che l’hai fatto! Sono proprio io quel Joe Gibson, il tizio che soffia il proprio cuore fuori dal tubo. Tu sei senz’altro capace di distinguere qualcosa di buono quando ti capita a portata di mano, perciò d’accordo, sei tu che mi hai fatto. Ma ti prendi il tuo dieci per cento, no? Sono io il musicista. Tu sei soltanto uno spacciatore di carne umana.»
            Maxie non batté ciglio, ma il suo sorriso era triste.
            «Non è questo, Joe» sospirò. «Non voglio niente di più di quanto mi spetti. Tu eri un bravo ragazzo. Hai lavorato duro. Ma non più, adesso.»
            Si alzò dal letto. «Non capisco» proseguì. «Prima c’è stato quel numero fuori programma a Scranton, quando ti sei presentato ubriaco sul podio. E
           
            il modo con cui quasi tagliavi la corda da quell’orchestra che avevo messo su per la Rainbow Room. E quella volta che ti ho tirato fuori da quel pasticcio a Chicago, quando non ti sei presentato per la registrazione alla Decca. Fra quella tua pupattola sballata e il whisky ti stai facendo una bella reputazione… “Joe Gibson, uno dei migliori trombettisti sulla piazza!
            Ma non impegnate denaro su di lui, perché si è fatto un nome anche con le pupattole bionde e il bourbon”.»
            Joe Gibson era quasi piegato in due sulla sedia. Teneva la testa china e singhiozzava.
            «Va bene» concluse Maxie. «Non so che cosa ti abbia preso. Non so che cosa ti faccia paura. Forse ne uscirai tutto all’improvviso. Non farmi promesse, però. Vedrò che cosa potrò fare. Forse riuscirò a sistemare quell’in-gaggio, il resto dipende da te. Prenditi un po’ di riposo, verrò da te domani.»
            Maxie uscì. Lui scivolò sotto le coperte. Il suo volto smise un po’ per volta di contrarsi. Si preparò a dormire.
            E il telefono squillò. Gibson fece scivolare la mano sul ricevitore, dal la-to del letto.
            «Pronto» disse una voce familiare. Gibson non riuscì a identificarla e grugnì sommesso.
            «Stavo ripensando» disse la voce «alla nostra piccola conversazione della scorsa notte. Non hai ancora deciso niente per quel viaggetto su Marte?»
            Lui sbatté giù il ricevitore con un colpo secco. La sua testa scomparve sotto le coperte, e giacque lì, rabbrividendo e singhiozzando a lungo.
           
            La serata inaugurale fu perfetta.
            Doveva esserlo, la settimana precedente era stata un vero inferno. Maxie aveva lavorato come un cane per ricucire il contratto. Durante le prove Joe Gibson aveva sudato tanto da eliminare l’alcool dal suo organismo.
            Ora sedeva sul podio dell’orchestra in attesa della prima battuta, e stringeva la cornetta in grembo, pronto. Sapeva che tutto stava andando per il meglio.
            C’era soltanto una cosa sbagliata: i suoi occhi. A Gibson facevano male gli occhi. Gli facevano male a causa di tutte le volte che li aveva strizzati nel corso della settimana precedente. Li aveva strizzati per fissare i volti tra la folla, le facce che vedeva dall’imperiale degli autobus o attraverso i finestrini.
            Joe Gibson cercava qualcuno, un piccolo pazzoide con un soprabito marrone. E aveva paura di vederlo. E per qualche ragione aveva ancora più paura perché finora non l’aveva ancora visto.
            Ora guardò giù, verso la pista da ballo in penombra, accecato dai riflet-tori proprio sopra la sua testa, e strizzò un’altra volta gli occhi.
            Dunque, gli occhi gli facevano male, anche se per tutto il tempo continuò a illudere se stesso che ogni cosa andasse bene, e che quella era soltanto un’altra serata inaugurale fra le tante. Però spasimava in attesa del momento in cui avrebbe portato la tromba alla bocca, soffiando via tutte le paure e le preoccupazioni, l’ossessione di dover strizzare gli occhi e i pensieri che si celavano dietro quelle strizzate.
            Le mani che stringevano la tromba tremarono e stille di sudore comparvero sulla superficie dello strumento.
            Un ultimo sguardo frettoloso alle tavole che circondavano la pista da ballo: nessun soprabito marrone.
            La battuta d’inizio.
            Joe Gibson sollevò la sua tromba.
            Allora era tutto a posto. Davvero.  
            La gente ballava. Joe Gibson smise di preoccuparsi di cercare nella calca. Teneva gli occhi chiusi, era fuori da questo mondo. Cavalcava verso le stelle su una tromba, innalzandosi in volo a tempo di boogie.  
            Era eccitante, meraviglioso, qualcosa a cui aggrapparsi. Si avvinghiò a ogni nota, riluttante a farsela scappare. Voleva una cavalcata solitaria, voleva suonare la sua tromba, tenere gli occhi chiusi, tenere il cervello chiuso a qualunque cosa fuorché alla musica. Fuori da questo mondo.
            Tutto andò bene. Tutto liscio e perfetto fino all’intervallo.
            Poi Gibson si accorse che la sua camicia e il suo falso sparato erano inzuppati di sudore e lo smoking era strappato sotto l’ascella sinistra. Fino a quel momento era stato troppo eccitato per accorgersene. Gli altri ragazzi stavano lasciando il palco per andarsi a fare una fumata e la folla stava sgomberando la pista da ballo.
            Gibson si alzò. Vide Maxie che lo aspettava lì accanto, mise la tromba nella custodia, si raddrizzò e si avviò in fretta verso i gradini dietro il palco.
            Diede un’occhiata alla pista deserta… La pista deserta non era del tutto deserta.
            Una macchia marrone roteò fuori, oltre il bagliore delle luci… Una figura danzava intessendo un assolo. Con un’impeccabile scivolata la figura fu all’improvviso vicina al podio, e lui riconobbe il volto sotto la falda abbassata del cappello e poi sentì il mellifluo bisbiglio: «Mi sono goduto la tua musica. Credo che adesso tu sia quasi pronto per il viaggio fino a Marte.»
            Gibson si precipitò giù dal podio con un solo balzo. Ma non fu abbastanza rapido… Il soprabito marrone scomparve ondeggiando fra i tavoli.
            Nessuno sembrò accorgersi dell’altro, ma tutti videro Joe Gibson saltar giù dal podio e correre urlando fuori dalla sala, in strada.
           
            Joe si sentì tranquillo finché Maxie restò nella stanza con lui, ma poi quel mediconzolo disse a Maxie di uscire, e cominciò a parlare a Joe da so-lo.
            Il mediconzolo era un tipo dalla voce calma e affabile, che sembrava conoscere il suo lavoro. Maxie aveva detto che era il miglior psichiatra di-sponibile, e Maxie di queste cose se ne intendeva.
            Ma adesso Maxie era uscito, Joe era disteso sul divano con una luce abbagliante davanti agli occhi, e il mediconzolo gli diceva di rilassarsi, di prenderla con calma, di smettere di pensare e di dire, semplicemente, qualunque cosa gli fosse venuta in mente.
            A Joe ciò ricordava troppo quei film di gangster dove il protagonista veniva sottoposto al terzo grado. Ma, a pensarci bene, era sempre meglio starsene distesi piuttosto che il mediconzolo si mettesse a battergli il mar-telletto sul ginocchio, facendogli magari stendere le braccia a occhi chiusi.
            Quello sarebbe servito a controllare i suoi riflessi, ma a Gibson non importava niente dei suoi riflessi. Lui aveva paura dell’uomo col soprabito marrone, l’uomo che si era letteralmente volatilizzato in strada la notte in cui gli aveva dato la caccia fuori dal night, rimettendoci il posto.
            Cominciò a spiegare tutto questo al mediconzolo, scegliendo cautamente le parole, poiché non voleva assolutamente che quello psichiatra si mettesse in testa che lui soffriva veramente di qualcosa.
            Lui non sentiva voci, o cose del genere. Non c’era niente di sbagliato nella sua testa. Soltanto, continuava a vedere quel pazzoide.
            Ma il mediconzolo insisté con le sue domande, e ben presto riuscì a far ammettere a Joe ogni genere di cose… non tanto ammettere, in verità, quanto ricordare. Un bel po’ di faccende confuse e pasticciate di quando lui era bambino. Assurdità.
            Come, ad esempio, la sua abitudine di sgattaiolare nella cantina piena di carbone quando il suo vecchio litigava con la vecchia. Laggiù, lui finiva per addormentarsi, e sognava di non trovarsi affatto nella cantina: non si trovava, in effetti, in nessun luogo. In quei sogni non c’era nessuna cantina col carbone, e neppure il primo e il secondo piano della casa. Non c’era un “fuori” e neppure gente. C’erano soltanto il buio e Joe Gibson.
            Joe riferì al mediconzolo un sacco di cose confuse come quella. Più restava lì, con quella vivida luce negli occhi, più riusciva a ricordarne. Raccontò di quando aveva avuto la sua prima tromba, e di come aveva continuato a esercitarsi in casa, dimenticando del tutto le bande dei ragazzi con cui aveva giocato in strada.
            Raccontò di come aveva ottenuto il primo lavoro, e di come era scappato via senza ritirare la paga. Poi passò a spiegare perché gli piaceva la musica… soprattutto quella del tipo in cui non si dovevano leggere le note, ma bastava suonarla fuori dalla propria testa, una musica che ti sparava su di giri più e meglio di qualunque alcolico.
            Poi si rese conto che la storia della sua vita si stava avvicinando troppo al presente,   e che lui avrebbe dovuto raccontare dell’uomo col soprabito marrone, ma non voleva farlo, e perciò prese a parlare a voce più alta, diffondendosi in mille particolari, ma non funzionò, perché finì per sputar fuori tutto, e il mediconzolo cominciò a sparargli una domanda dopo l’altra a bassa voce, e lui disse, sì, che aveva visto quell’uomo al bar, e no, non aveva uno strano aspetto, e sì, l’aveva visto in viso, e quell’uomo aveva la pelle intorno alla bocca come un fazzoletto di carta spiegazzato.
            Buffo… Joe non si era mai ricordato di com’era la pelle intorno alla bocca di quel pazzoide col soprabito marrone, fino a quando il mediconzolo non gliel’aveva chiesto.
           
            Ora provò un vivo sollievo, come se si fosse tolto un grosso peso dallo stomaco. Perciò raccontò anche il resto, quello che lui aveva risposto, l’informazione che il tizio lavorava per l’Ace Travel Bureau, e che il biglietto per Marte costava due dollari e ottantotto, sola andata. Gli disse degli altri clienti di cui quel tizio gli aveva parlato, e di come lui era svenuto, crollan-do a terra, quando aveva tentato di dargli un pugno.
            Gli riferì anche della telefonata, e della nuova comparsa del tizio sulla pista da ballo. E continuò a insistere col mediconzolo che, quest’ultima volta, non aveva toccato alcool, eppure aveva visto quel piccolo pazzoide dal soprabito marrone con identica chiarezza, perciò non era pazzo.
            Il mediconzolo sorrise, rassicurò Joe e chiamò dentro Maxie. Poi uscirono insieme e parlottarono a lungo nella stanza accanto, senza che Joe riuscisse a capire che cosa dicevano.
            Il mediconzolo rientrò e gli fece vedere un elenco telefonico con le Pagine Gialle. Lo aprì sulle pagine delle agenzie di viaggio, e non c’era nessun Ace Travel Bureau sulla lista.
            Questo fece sentire un po’ meglio Joe, fino a quando il mediconzolo non cominciò a chiedergli che cosa sapesse del pianeta Marte. Quasi subito ca-pì a che cosa stava mirando quel tizio, e si chiuse come un’ostrica. Il mediconzolo gli chiese che cosa significasse per lui il numero 288, e Joe fece il finto tonto.
            Allora lo strizzacervelli sorrise e lo invitò ad alzarsi. Gli disse che avrebbe dovuto ritornare un paio di giorni dopo per sottoporsi ad alcuni test.
            Maxie disse a Joe di recarsi all’albergo da solo, lui sarebbe arrivato quasi subito, dopo aver saldato il conto allo psichiatra.
            Così Joe si alzò e uscì.
           
            C’era un paziente nella sala di attesa, immerso nella lettura del National Geographic,  ma quando Joe attraversò la stanza, il paziente mise giù la rivista e Joe vide l’ometto col soprabito marrone.
            «Ti ho fatto preparare il biglietto» disse quel pazzoide. «Puoi partire oggi stesso, se vuoi.»
            Joe non disse nulla. Restò lì a fissare la pelle increspata intorno alla bocca del tizio, e i minuscoli occhi protetti dalla falda abbassata del cappello.
            Fissò il soprabito marrone tutto coperto di macchie e i buchi delle tarme sul bavero logoro.
            Respirò profondamente e percepì l’odore del soprabito e qualcos’altro, qualcosa di vecchio e stantio.
            Così Joe seppe che non soltanto poteva vedere e sentire, ma anche annusare quell’essere; per tutto il tempo il piccoletto aveva continuato a sorridergli e adesso s’infilò la mano in tasca. Joe seppe che stava cercando il suo biglietto per Marte.
            Questa volta Joe era pronto. Gli balzò addosso in un lampo, sentì le sue dita chiudersi intorno a qualcosa, e strinse, strinse, strinse, per strangolare; tutto divenne rosso, e nero, e ancora rosso, e qualcuno urlava, molto in distanza, ed era lui, Joe, che urlava, ma ben presto non seppe più nulla perché perse i sensi.
           
            Quando Joe Gibson si risvegliò, giaceva di nuovo a letto e si sentiva be-ne, molto bene.
            Sulle prime non ricordò che cosa fosse successo, poi gli ritornò in mente tutto. Lui era saltato addosso a quell’ometto dal soprabito marrone, naturalmente. Si chiese se non l’avesse ucciso. Ma no, non poteva averlo fatto, altrimenti adesso si sarebbe trovato in prigione, e non nella sua stanza d’albergo.
            Tuttavia, si sentiva bene. Avrebbe voluto far festa.
            Maxie entrò nella stanza. Lui non aveva l’aria di stare granché bene.
            Joe cominciò a dirgli che adesso tutto era a posto, ma Maxie borbottò qualcosa su un attacco che aveva avuto nello studio del mediconzolo. Joe, che proprio lì, in sala d’attesa, aveva avuto la prova di non esser pazzo, ammise di aver avuto l’attacco, ma non disse niente sul fatto che aveva stretto le mani intorno alla gola del pazzoide col soprabito marrone.
            «Credo che ora mi vestirò e andrò fuori a fare una passeggiata» disse Jo-e.
            Sapeva che a Maxie l’idea non sarebbe piaciuta, ma si sentiva troppo be-ne perché gl’importassero le opinioni dell’altro.
            Ma Maxie non cercò di fermarlo. Disse invece: «D’accordo» e si sedette sul letto, accendendosi un sigaro mentre lui si vestiva. Fissò il tappeto e si accigliò, quando Joe cominciò a fischiettare.
            «Joe» disse Maxie.
            «Sì?»
            «Tu non andrai a fare nessuna passeggiata.»
            «Chi lo dice?»
            «Devi prendere le cose con calma.»
            «Certo, le sto prendendo con calma. Rientrerò fra un’ora!»
            «No. Non è questo che intendo, Joe. Te ne starai a letto a riposare, invece. In una clinica.»
            «Che cosa diavolo…»
            «Ho parlato col dottore. Verranno a prenderti fra mezz’ora. Ma non è niente di cui tu ti debba preoccupare, sarai fuori di nuovo in…»
            Ah, pensò Joe, era così che andavano le cose! Ora capiva. Si avvicinò al-lo scrittoio.
            «Che cosa fai?»
            «Prendo le sigarette. Non preoccuparti. È tutto a posto. Ho capito tutto.»
            «È per il tuo bene» riprese Maxie, senza guardare Joe.
            «Certo che lo è» disse lui, e aprì il cassetto.
            «Nessun rancore» chiese Maxie.
            «Nessun rancore» disse Joe.
            Si girò di scatto e sparò due volte a Maxie con la pistola che aveva tirato fuori dal cassetto, centrandolo allo stomaco.
           
            Lui non era pazzo, e non si era mai sentito meglio in vita sua, altrimenti non avrebbe capito così perfettamente come stavano andando le cose.
            Scese al piano terra e pagò il conto coi soldi che aveva trovato addosso a Maxie, poi prese un taxi. Se fosse riuscito ad arrivare nel Jersey all’ora di punta prima di cena, non avrebbero mai più potuto ritrovarlo.
            Così andò alla stazione, fece il biglietto e agguantò il treno delle 17 e 14, quando il convoglio aveva già cominciato a muoversi. Mentre percorreva il corridoio scoppiò a ridere, perché si ricordò che il piccolo svitato dal soprabito marrone era morto. Ora non c’era nulla di cui preoccuparsi eccetto quella folla, tutta quella gente. Lui voleva star solo per un po’ e pensar be-ne alla prossima mossa.
            Perciò cercò il gabinetto all’estremità della carrozza, aprì la porta ed entrò. La lampadina non funzionava. Faceva buio là dentro, ma Joe poteva vedere fuori dal finestrino.
            Gli ci volle un buon minuto perché i suoi occhi riuscissero a mettere a fuoco la scena, ma poi vide quello che c’era fuori. Soltanto una grande distesa di vuoto con le stelle che sfrecciavano, abbaglianti.
            Poi la porta si aprì. Il controllore, pensò Joe. Ma il controllore indossava un soprabito marrone e il suo cappello aveva la falda abbassata. Una mano si protese a prendere il biglietto di Joe.
            Lui fissò il biglietto alla luce delle stelle e lesse il suo nome e il prezzo e la destinazione, e poi non gli restò altro che starsene lì ad aspettare, mentre continuava a sfrecciare via, fuori da questo mondo.
           
            Titolo originale: One Way to Mars (1945) FINE
           
             


1 commento:

  1. Ho letto questo racconto anni fa in un'antologia delle opere giovanili di Bloch. Ne approfitto per qualche curiosità. Bloch iniziò giovanissimo e le sue prime opere (come "Il divoratore dalle stelle) sono dichiaratamente influenzate da Lovecraft (col quale intrattenne una fitta corrispondenza) e dal concetto di "orrore cosmico" (in sintesi estrema: lo spaventoso viene da fuori, dalla natura stessa dell'Universo specie man mano che ne aumenta la conoscenza). Gradualmente, Bloch si spostò verso i temi dell'orrore psicologico, tanto che la sua opera più nota, grazie a Hitchcock, è "Psyco" in cui sostanzialmente l'autore rinverdisce una figura del gotico, quale il lupo mannaro, e la "de - soprannaturalizza" (senza per questo renderla meno inquietante) trasformandola in un caso psichiatrico (forse "nel" caso emblematico) di doppia personalità - pur non rinunciando, al cambiamento di "pelle" del "mostro". Qui siamo a metà. Non più ricercatori della conoscenza proibita, nè ambienti allucinati, remoti nel tempo o nello spazio, come in tanti racconti di stampo lovecraftiano, ma un bar e l'ambiente dei musicisti. Stilisticamente, i personaggi non sono più meri "narratori", ma "attori" della vicenda raccontata, con una personalità con tratti meno impersonali - e qualche concessione al grottesco e allo stereotipato. Il linguaggio arcaizzante delle prime opere viene abbandonato a favore dello slang e il dialogo ha un ruolo centrale. Il finale però, ci proietta ancora una volta, sarcasticamente, e con un'espansione inaspettata dell'oggetto del racconto (fino a quel momento, una storia di "stalking") là dove piaceva a Lovecraft: fuori da questo mondo.

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