martedì 29 agosto 2017

LE VACANZE - Jose' Saramago (Do este Mundo e do Otro, 1983")


Oggi parlerò delle vacanze: è tempo loro, come si dice che è tempo di ciliegie. Un altro albero dà questi frutti, e lo stesso albero li coglie: i giorni ce le portano, i giorni ce le tolgono. Così scorrendo passa il tempo, ma all’approssimarsi delle vacanze è tutto un desiderarle, fare progetti, cullare illusioni. Arrivato il momento, abbiamo davanti a noi uno spazio vuoto che ci aspetta, come una grande sala che dobbiamo occupare. Che ci metteremo dentro? C’è chi passa qualche giorno al suo paese, chi si arrischia all’estero, chi conta i centesimi per un ombrellone in spiaggia. C’è anche chi non esce di casa e resta a guardare, tutto il giorno, la strada dove abita. Sia come sia, i giorni delle vacanze acquistano d’improvviso un valore che gli altri non avevano. Sono giorni totalmente disponibili, alla mercé della fantasia e delle possibilità di ciascuno. Il tempo si è scollegato dal meccanismo dell’orologio, è una dimensione non delimitata, informe, un pezzo di argilla davanti alle mani che lo modelleranno.



Le vacanze sono anche un’opera di creazione. Non stupisce, dunque, che al loro approssimarsi un subito timore ci prenda. Quell’intervallo tra due rappresentazioni, quella radura circondata da foresta nera su ogni lato – che ne faremo dell’argilla del tempo? Se torniamo al paese, bastano due giorni per rivedere i conoscenti, i luoghi e la famiglia; se andiamo all’estero, che risultato trarremo da quattromila chilometri in otto giorni? E se andiamo al mare? E se restiamo a casa? E poi, ci sono un sacco di complicazioni: orari, pasti indigesti, notti mal dormite, vecchie storie di famiglia, stanchezza di viaggi andata-e-ritorno, rabbia di stare rintanati al chiuso. Ah, le vacanze.
Quando finiscono, ci restano ricordi sbiaditi, come di un vecchio sogno. Nulla è accaduto come l’avevamo immaginato: è piovuto, ci è venuto mal di denti, i musei erano troppi, i paesaggi non erano così belli come in fotografia, se ne è andato un mucchio di soldi – o non ce ne sono stati da spendere. E ricomincia il lavoro in rigoroso stato di collera, perché peggio dell’aver avuto e non aver più è restare al di qua di quel che si è sognato.
In fondo, questo sogno, tante volte rinnovato e altrettante frustrato, è appena il desiderio inconscio di ripetere le uniche vacanze meravigliose che abbiamo avuto: quelle dell’infanzia – mesi infiniti per i quali non c’erano progetti, perché allora non si facevano e perché, prima ancora di viverli, erano già realizzati. Il mondo era tutto da scoprire – e il mondo entrava nel cerchio che gli occhi tracciavano. Due alberi e uno stagno: l’Europa. Un cammino tra le rocce: l’America. O l’Asia. O l’Africa. Nuotare o navigare nel fiume era lo stesso che attraversare l’oceano. E scoprire un nido abbandonato valeva quanto la caverna di Alì Babà. Per questo oggi le vacanze non possono essere riposo. Vogliamo, a viva forza, scoprire il mondo, come se fossimo noi i primi: altro non significa la nostra soddisfazione quando costringiamo un amico a confessare di non aver visto, al Louvre, quella statua greca che a nostro avviso vale da sola il viaggio.
È tutto un’illusione. Il mondo è stato visto e imparato a memoria.
Nessuno scoprirà l’Europa, e la statua greca, alla fine, è una misera copia romana. Ma che importa? Dichiaro qui solennemente che quest’anno le mie vacanze saranno, quanto a rivelazione e scoperta, uguali a quelle in cui, con gli occhi nuovi dell’infanzia, mi capitò di trovare una fonte che nessuno conosceva. E se non sarà quest’anno, sarà per il prossimo. Perché la fonte sta lì.

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