martedì 27 febbraio 2018

LA SPOSA BAMBINA - Beppe Fenoglio


         

            Catinina del Freddo era di quel a razza che da noi si marchia col nome di mezzi zingari perché mezza la loro vita la passano sotto l’ala del mercato. Proprio sotto l’ala si trovava, a tredici anni giusti, a giocare coi maschi a tocco e spanna, quando sua madre le fece una chiamata straordinaria.
            – Lasciami solo più giocare queste due bilie! – le gridò Catinina, ma sua madre fece la mossa di avventarsi e Catinina andò, con ben più di due bilie nel a tasca del grembiale.
            A casa c’era suo padre e sua sorella maggiore, tra i quali vennero a mettersi lei e sua madre, e così tutt’insieme fronteggiavano un vecchio che Catinina conosceva solo di vista, con baffi che gli coprivano la bocca e nei panni un cattivo odore un po’ come quel o del ’acciugaio. I suoi di Catinina stavano come sospesi davanti al vecchio, e Catinina cominciò a dubitare che fosse venuto per farsi rendere ad ogni costo del denaro imprestato e i suoi l’avessero chiamata perché il vecchio la vedesse e li compatisse. Invece il vecchio era venuto per chiedere la mano di Catinina per il suo nipote che aveva diciotto anni e già un commercio suo proprio.


            Sua madre si piegò e disse a Catinina: – Neh che sei contenta di sposare il nipote di questo signore?
            Catinina scrollò le spalle e torse la testa. Sua madre la rimise in posizione: – Neh che sei contenta, Catinina? Ti faremo una bel a veste nuova, se lo sposi.
            Allora Catinina disse subito che lo sposava e vide il vecchio calar pesantemente le palpebre sugli occhi.
            – Però la veste me la fate rossa, – aggiunse Catinina.
            – Ma rossa non può andare in chiesa e per sposalizio. Perché ti faremo una gran festa in chiesa. Avrai una veste bianca, oppure celeste.
            A Catinina la gran festa in chiesa diceva poco o niente, quel a veste non rossa già le cambiava l’idea, per lo scoramento si lasciò piombare una mano in tasca e fece suonare le bilie.
            Allora la sorella maggiore disse che le avrebbero portato tanti confetti; a sentir questo Catinina passò sopra alla veste non rossa e disse di sì tutto. Anche se quei confetti non finivano in bocca a lei.
            Si sposarono alla vicaria di Murazzano, neanche un mese dopo. Lo sposo dava alla vista meno anni dei suoi diciotto dichiarati, aveva una corona di pustole sul a fronte, più schiena che petto, e certi occhi grigi duretti. Fecero al Leon d’Oro il pranzo di nozze, pagato dal vecchio e dopo vespro partirono. C’era tutto il paese a salutar Catinina, e perfino i signori ai loro davanzali. Lo sposo, che era padrone di mula e carretto, aveva giusto da andare fino a Savona a caricar stracci, che era il suo commercio, e ne approfittava per fare il viaggio di nozze con Catinina. Alla sposa venne da piangere quando, salita sul carretto, dominò di lassù tutta quel a gente che rideva ma le levò quel groppo un cartoccio di mentini che le offrì una donna anche lei del a razza dei mezzi zingari. Alla fine partirono, ma ancora a San Bernardo avevano il tormento di quei bastardini che fino a ieri giocavano alle bilie con la sposa. Quantunque lo sposo non tardasse a girare la frusta. Viaggiavano sulla pedaggera e ne avevano già ben macinata di ghiaia, e Catinina non aveva ancora aperto la bocca se non per infilarci quei mentini uno dopo succhiato l’altro, e lo sposo le sue quattro parole le aveva dette alla nulla. Ma passato Montezemolo lo sposo si voltò e le disse: – Voi adesso la smettete di mangiare quei gommini verdi, e Catinina smise, ma principalmente per lo stupore che lo sposo le aveva dato del voi. Veniva su la luna, e dopo un po’ fu un mostro di vicinanza, di rotondità e giallore, navigava nel cielo caldo a filo del greppo del a langa, come li volesse accompagnare fino in Liguria.
            Catinina toccò il suo sposo e gli disse: – Guarda solo un momento che luna.
            Ma quel o le si rivoltò e quasi le urlò: – Voi avete a darmi del voi, come io lo do a voi!
            Catinina non rifiatò, molto più avanti disse semplicemente che il listello di legno l’aveva tutta indolorita dietro, dopo ore che ci stava seduta. E allora lui parlò con una voce buona, le disse che al ritorno sarebbe stata più comoda, lui l’avrebbe aggiustata sugli stracci.
            Arrivarono a Savona verso mezzogiorno.
            Lo sposo disse: – Quello lì davanti è il mare, – che Catinina già ci aveva affogati gli occhi.
            – Che bestione, – diceva Catinina del mare, – che bestione!
            Tutte le volte che pascolava le pecore degli altri in qualche prato sotto la strada del mare e sentiva d’un tratto sonagliere, si arrampicava sempre sul ’orlo del a strada e da lì guardava venire, passare e lontanarsi i carrettieri e le loro bestie in cammino verso il mare con grandi carichi di vino e di farine. Qualche volta li vedeva anche al ritorno, coi carri adesso pieni di vetri di Carcare e di Altare e di stoviglie d’Albisola, e si appostava per fissare i carrettieri negli occhi, se ritenevano l’immagine del mare. Ora se lo stava godendo da due passi il mare, ma lo sposo le calò una mano sul a spalla e si fece accompagnare a stallare la bestia. Ma poi le fece vedere un po’ di porto e poi prendere un caffelatte con le paste di meliga. Dopodiché andarono a trovare un parente di lui. Questo parente stava dalla parte di Savona verso il monte e a Catinina rincresceva il sangue del cuore distanziarsi dal mare fino a non avercene nemmeno più una goccia sotto gli occhi.
            Ce ne volle, ma alla fine trovarono quel parente. Era un uomo vecchiotto ma ancora galante, e quando si vide alla porta i due ragazzi sposati fece subito venire vino bianco e paste alla crema ed anche dei vicini, ridicoli come lui. Mangiarono, bevettero e cantarono. Catinina in quel buonumore prese a snodarsi e a rider di gola e ad ammiccare come una donna fatta, e teneva bene testa al parente galante ed ai suoi soci; lo sposo le era uscito di mente ed anche dagli occhi, non lo vedeva, seduto immobile, che pativa a bocca stretta e col bicchiere sempre pieno posato in terra fra i due piedi.
            Quando si ritirarono per la notte in una stanza trovata dal parente, allora riempì di schiaffi la faccia a Catinina. E nient’altro, tanto Catinina non era ancora sviluppata. Al mattino Catinina aveva per tutto il viso del e macchie gialle con un’ombra di nero, lo sposo venne a sfiorargliele con le dita e poi scoppiò a piangere. Proprio niente disse o fece Catinina per sollevarlo, gli disse solo che voleva tornare a Murazzano. E sì che si sarebbe fermata un altro giorno tanto volentieri per via di quel parente così ridicolo, ma ora sapeva cosa le costava il buonumore, e poi il mare le diceva molto meno.
            Lo sposo caricò in fretta i suoi stracci, la fece sedere sul molle e tornarono.
            La mattina dopo, il panettiere di Murazzano, che si levava sempre il primo di tutto il paese, uscito in strada a veder com’era il cielo di quel nuovo giorno, trovò Catinina seduta sul selciato e con le spalle contro il muro tiepido del suo forno.
            – Ma sei Catinina? Sei proprio Catinina. E cosa fai lì, a quest’ora del a mattina?
            Lei gli scrollò le spalle.
            – Cosa fai lì, Catinina? E non scrollarmi le spalle. Perché non sei col tuo uomo?
            – Me no di sicuro!
            – Perché te no?
            Allora Catinina alzò la voce. – Io non ci voglio più stare con quel o là che mi dà del voi!
            – Ma come non ci vuoi più stare? Invece devi stargli insieme, e per sempre. È la legge.
            – Che legge?
            – O Madonna bel a e buona, la legge del matrimonio!
            Catinina scrollò un’altra volta le spalle, ma capiva anche lei che scrollarle spalle non bastava più, e allora disse: – Io non ci voglio più stare con quel o là che mi dà sempre del voi. E poi che casa mi ha preparata che io c’entrassi da sposa? Una casa senza lume a petrolio e senza il poggiolo!
            L’uomo sospirò, la fece entrare nel suo forno, disse piano al suo garzone: – Attento che non scappi, ma non beneficiartene altrimenti il mestiere vai a impararlo da un’altra parte, – e uscì.
            Quando tornò, c’era con lui l’uomo di Catilina. Col panettiere testimone, le promise il lume a petrolio per subito e di farle il poggiolo, tempo sei mesi.
            Catinina il lume a petrolio l’ebbe subito, e poi anche il poggiolo, ma dopo un anno buono, che lei aveva già un bambino sul e braccia. Perché Catinina non era la donna che per aver la grazie dei figli deve andarsi a sedere sul a santa pietra alla Madonna del Deserto e pregare tanto. Questo primo figlio, dei nove che ne comprò nella sua stagione, l’addormentava alla meglio in una cesta e poi subito correva sotto l’ala a giocare a tocco e spanna con quei maschi di prima. Dopo un po’ il bambino si svegliava e stril ava da farsi saltare tutte le vene, finché una vicina si faceva sul ’uscio e urlava a Catinina:
            – O disgraziata, non senti la tua creatura che piange? Vieni a cunarlo, o mezza zingara!
            – Lasciatemi solo più giocare questa bilia!
           
            FINE




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