venerdì 16 febbraio 2018

PICCOLE ANIME (Una Fioraia - Canituccia) - Matilde Serao


Una Fioraia
          Date lilia......
           La bimba camminava lentamente, rasentando il muro, per la via stretta e tortuosa dei Mercanti.
         Ella non guardava nelle botteghe, non alzava gli occhi a quella lunga striscia di cielo che appariva fra le alte case, non guardava neppure dinnanzi a sè. Guardava le pietre, come se le contasse.
         Camminava, senza curarsi del fango del selciato, degli urtoni che le davano, di qualche rara carrozza che passava. Quando arrivò alla chiesetta del Cerriglio, dirimpetto alla statua dell’ Eccehomo  vestito di rosso, coronato di spine, con gli occhi pieni di lagrime immobili, la fronte e il petto macchiati di sangue coagulato,   la bimba gli dette uno sguardo indifferente e tornò indietro, con la stessa andatura rigida.


         Era una mendica. Aveva fame, aveva freddo, aveva sete. Aveva le gambe nude, i piedini scalzi che si deformavano nella mota. In quel gelido giorno di febbraio, ella non portava che una camicia e un sottanino lacero e sfrangiato, mantenuto su, alla cinta, da uno spago. Aggrovigliato al collo, un brandello di ciarpa all’uncinetto. Niente altro. La bimba era molto magra, quasi stecchita: dagli strappi della camicia e del sottanino si vedeva una carnagione esangue, cinerea; sotto la ciarpa si vedevano le due ossa clavicolari sporgenti, come se volessero bucare la pelle; s’indovinava la meschinità malaticcia di quel busto legnoso di bambina. Le spalle erano aguzze, curve, come quelle di chi si raggricchia sempre per freddo o per chetare lo spasimo dello stomaco. Un volto serio e grave, con la medesima tinta plumbea del corpo; rugata la fronte breve; corrugate le sottili sopracciglia, troppo grandi gli occhi dalla palpebra bigia, sottolineati di bistro, incavernati, profondi; duro, rigido il profilo, già formato come quello di una donna; la bocca stretta, chiusa, le labbra pallide, senza fremiti, con due rughe agli angoli. Ella aveva sette anni.
         Un giorno aveva avuto una madre scarna, mendica anche lei. Vagavano ambedue per le vie di Porto, cercando l’elemosina. Mangiavano spesso del pane e dormivano in un sottoscala, sulla paglia, la figlia col capo in grembo alla madre. Poi la madre era morta, di tifo: la bambina era rimasta sola, sul lastrico. Non pianse, non gridò, uscì per cercare l’elemosina, non ebbe nulla: quel giorno non mangiò e dormì all’aria aperta, sullo scalino della chiesa di Portanova, arrotondata come un cane.
         Per tre anni la vita della bambina non aveva avuto varianti. Ella non sapeva nulla, non ricordava nulla, altro che un lunghissimo giorno in cui aveva avuto sempre fame. Dalla mattina cominciava le sue peregrinazioni. La strada dei Mercanti, lungo budello contorto, era la sua casa, ed ella ne conosceva tutte le viuzze, i vicoli ciechi, gli angiporti paurosi, le botteghe nere, i ruscelli fetidi, i portoncini angusti e bruni, illuminati da una luce fioca e grigia, le scalette smussate. Andava e veniva, senza posa, dalla piazzetta di Portanova, donde era il suo punto di partenza, sino alla cappella del Cerriglio, dove era il suo punto di arrivo. Si fermava a piazzetta di Porto, faceva un mezzo giro e riesciva all’antico Sedile, dava uno sguardo al simulacro del dio Orione attaccato alla muraglia che il popolo chiama Pesce Niccolò, poi saliva per Mezzocannone, bagnandosi i piedi nelle acque azzurre, rosse, violette dei tintori che lavoravano in certi antri lugubri, intorno a caldaie nere, agitandovi un miscuglio misterioso. Arrivata su, non osava andare più oltre e ridiscendeva ai Mercanti ;  non dava neppure un’occhiata alla taverna aperta sotto un porticato dove si friggevano pesci e pastette, dove si espandevano le vivezze rosse del soffritto  e gli acuti odori delle pastinache in aceto. Voltava a destra per la scaletta lurida di santa Barbara, s’inerpicava fino al famoso biscottaio, ma i biscotti le facevano troppo gola e scappava via: al ridiscendere, si fermava innanzi alla porta dello stabilimento di bagni, guardando una vasca di macigno artificiale, dove non ci era acqua, ma dove si ergeva una musa  dalle larghe foglie verdi: continuava la sua via sino al Cerriglio e tornava indietro, sempre col suo passo guardingo, sfiorando i muri, scivolando fra le gambe dei viandanti.
         Quelle viuzze nere, quella strettezza, quella miseria, quelle case stillanti umidità, quei cattivi odori, quei portoni sospetti, quelle tinte cupe, quell’assenza di sole, quelle facce usuraie dei commercianti, quelle facce losche dei loro mediatori, quelle facce ebeti di male femmine, quella merce gretta, impolverata, avariata, erano tutto il suo mondo. Sentiva vagamente che di sopra santa Barbara, di sopra Mezzocannone, di sopra il Cerriglio, alla fine di via Principessa Margherita, vi era un altro mondo, ma ella temeva di arrischiarvisi, ne aveva una paura selvaggia. Anche giù nei Mercanti, ella aveva paura delle altre mendicanti che la picchiavano, dei cani che volevano morderla, delle guardie che potevano arrestarla: ma ella era furba a schermirsi da questi pericoli.
          Lassù, il pericolo era ignoto. Quando arrivava a quei limiti, dava uno sguardo sospettoso in su, poi fuggiva, nascondendosi il capo ricciuto nel braccio, come se la perseguitassero.
         Chiedeva l’elemosina, ma non gliela davano spesso. Tutta quella gente affaccendata a guadagnare una dura giornata, bottegai accaniti a imbrogliare i compratori contadini, facchini curvi sotto le balle, serve luride e straccione, non badavano a lei. Qualche galantuomo la prendeva per una piccola ladra e si tastava le tasche, dicendole una parolaccia; qualcuno, anche vestito decentemente, era povero, la guardava e si stringeva nelle spalle. A qualcuno faceva disgusto, e la scacciava con un gesto di noia. Ella chiedeva prima a voce alta, quasi imperiosa, un soldo per mangiare, non avendo mangiato il giorno prima, nella tortura dello stomaco che si ribellava: poi la voce si abbassava, diventava supplichevole, ansante, lamentosa, poche e gelide lagrime le scendevano per le guance. Essa continuava ad andare e venire, come per istinto, balbettando parole indistinte, sino a che la voce le si seccava nella gola riarsa: allora chiedeva l’elemosina con la intensità dello sguardo. Verso la fine della giornata, quando non le avevano dato nulla, era presa da una grande stanchezza, il capogiro la faceva vacillare, ella si trascinava sino ai gradini della chiesa di Portanova e vi rimaneva, immobile, accoccolata, come un batuffolo di stracci, donde sfuggiva un sordo lamento. Si rialzava, per girare ancora, fra i lumi che si accendevano, gli operai che ritornavano dal lavoro e l’odore di mangiare che usciva dalle botteghe socchiuse. Allora arrivava a raccogliere due centesimi o una fetta di pane o un osso di costoletta o uno scampoletto di trippa, e scappava a divorarlo, provando un bruciore insopportabile allo stomaco. Ma venivano spesso i giorni in cui non aveva nulla e si addormiva in un torpore malaticcio, senza aver mangiato altro che le bucce di aranci fradici, o masticato i baccelli dei piselli. Il sabato era il migliore suo giorno: al sabato una femmina giovane, col fazzoletto di seta rosso attorno al collo, la gonna corta e legata sullo stomaco, la pianella col tacco alto e il fiocco verde, la pettinessa d’argento nell’alto cocuzzolo dei capelli impomatati, le guance cariche di carminio, le dava un soldo. La giovane femmina stava per lo più accantonata a un portoncino, le mani nelle taschette del grembiule, lo sguardo vagante, la fisonomia stupida, canticchiando dalla mattina alla sera una canzoncina lenta: Spina de pesce,
         Sta vita desperata quanno fenesce?
         Ogni giorno, molte volte, la bimba le passava daccanto. Ma solo il sabato l’altra le dava un soldo: questo per cinque o sei mesi. Poi la donna scomparve. L’avevano buttata o s’era buttata nel pozzo.
         In quella giornata di domenica la bimba si sentiva morire. Ogni tanto le mancavano le forze e si sedeva per terra. Le botteghe erano chiuse, i viandanti frettolosi non le davano retta, dirigendosi tutti alle strade superiori, scomparendo lassù: ella li seguiva macchinalmente, con lo sguardo. Entrò nella chiesa di Portanova. La chiesa era vuota, le parve immensa e paurosa; ebbe una sensazione di freddo, co’suoi piedini nudi sul marmo; il sagrestano l’acchiappò e la mise fuori. Ella riprese la sua corsa nelle strade spopolate: si vide sola, disperata. Tutti erano andati lassù.
         Allora, dimenticando la sua paura, spinta dalla fame, dall’istinto, superò la frontiera, e oltrepassato il larghetto di Rua Catalana, sali gli scalini di san Giuseppe. Fu stupefatta: vedeva quello che non aveva mai visto, la strada larga, i   magazzini puliti, i palazzi   bianchi, i giardini, il cielo. Dimenticava la sua fame davanti a così mirabile spettacolo: non vi pensò più dinnanzi a un negozio di giocattoli. Lassù  tutto era bello: ed ella seguì la folla che si avviava   per Fontana Medina, fermandosi ogni momento, eccitata, curiosa, scordandosi   di chiedere l’elemosina. Solo le carrozze la spaventavano col continuo loro incrociarsi; ma seguiva il marciapiede. A piazza Municipio, vinta di nuovo dalla stanchezza, sedette sopra un banco, presso il giardino; ma dopo un poco saltò giù e corse anche lei   verso san Carlo: là si perdette, piccina   come era, nella folla che la   trascinò verso san Ferdinando. Non vedeva niente, annullata fra la gente; aveva caldo, stava bene. Ogni tanto vedeva passare nell’aria un mazzetto di fiori, poi un altro, poi una pioggia di fiori: ogni tanto la folla si gettava da parte, per lasciar passare un equipaggio, dentro una signora bellissima, seduta in mezzo alle stoffe e ai fiori: visioni rapide, fuggevoli, fulgide, che quasi sgomentavano la bambina. Passò il tempo, così. Imbruniva: i fiori cadevano più lenti, il clamore era più basso, la folla si diradava.
         Accanto alla bimba passò una leggiadra apparizione di donna, dall’abito nero, succinto e ricco, dal volto bianco e sorridente, dagli enormi brillanti alle orecchie delicate: portava in mano un cestino di fiori, a mazzetti e disciolti. Era una fioraia meravigliosa, che accumulava denari nel fondo del cestino.
         — Signora, signora — mormorò una voce infantile — dammi un fiore.
         E la fioraia, con un moto gentile e svelto, lasciò cadere nelle mani della bimba un manipoletto di garofani .  La bimba sorrise, ficcò un garofano in un bucherello della sua camicia e volle anch’essa vendere i fiori, poichè ne aveva tanti. Ma da lei la gente non ne comprava. Uno studente le disse: quando sarai più grande, potrai vender fiori. Un grasso signore si pose a declamare contro l’accattonaggio e contro l’inerzia della questura. La bimba non comprese il senso, ma intese che la maltrattavano. Neppure lassù  erano buoni con lei. Ella era lacera, scalza, brutta: i suoi grandi occhi spalancati mettevano paura, la sua testolina arruffata e selvaggia faceva paura. Ora la fame riappariva feroce, mettendole un fuoco nel petto, straziandola. Si trovava presso la Boulangerie française, donde usciva un odore di pane e di pasticcini che la faceva svenire. Offriva i suoi fiori macchinalmente, senza poter più parlare, con un singhiozzo lento che le sollevava il petto. Un soldato passò e comprò un garofano: dette un soldo. La bimba entrò nella panetteria e comprò un panino da un soldo. Le bastava. Voleva andar via. Ricominciava ad aver paura. Quelle carrozze la stordivano, lei che voleva passare dall’altra parte. Prese la rincorsa, abbassando il capo... Nella carrozza una signora gittò un grido e svenne.
         Ma sulla via, presso il marciapiede, agonizzava una innocente creatura, con la gambina sfracellata. Agonizzava, giacente fra i garofani che le si erano sparsi d’attorno, stringendone uno sul petto, tenendo il panino nell’altra mano, con la faccia bianca e seria, la bocca socchiusa, coi grandi occhi meravigliati e dolorosi che guardavano il cielo.
        

CANITUCCIA

Nella penombra, seduta sulla panca di legno, sotto la cappa nera ed ampia del focolare, Pasqualina, con le mani sotto il grembiule, recitava il rosario. Non si udiva che il pissi pissi delle labbra sibilanti le preghiere. La cucina tutta affumicata, con la larga tavola di legno verde — bruno, con la madia oscura, con le sedie a spalliera dipinta, senza un punto luminoso, s’immergeva nella notte. Il fuoco, semi-spento, covava sotto la cenere.
Un zoccolo di legno urtò contro la portella chiusa. Pasqualina si alzò ed aprì. Teresa, detta la capa de pezza perché aveva servito le monache in un monastero di Sessa, entrò con la secchia dell’acqua sulla testa: si curvò un poco, perché era alta, magra ed ossuta. Pasqualina l’aiutò a deporre la secchia per terra, e Teresa rimase un momento immobile, ma senza ansare, malgrado il peso enorme che aveva portato sul capo. Poi disciolse lo strofinaccio che le era servito da cercine e lo stese sopra una sedia, perché era bagnato fradicio. Ed era bagnato il fazzoletto di cotone che portava annodato sul capo e bagnati i cernecchi arruffati dei capelli grigi.
Intanto Pasqualina aveva acceso una di quelle lucerne di ottone a tre becchi, col lucignolo di bambagia che bagna nell’olio, tenendo in alto, sospesi con catenine di ottone, lo spegnitoio, le forbici da smoccolare e l’attizzatoio. Poi aveva aperto la madia, tagliato un lungo e grosso pezzo di pane bruno raffermo, ci aveva aggiunto un pezzetto di cacio forte e aveva dato a Teresa la cena.
«E Canituccia?» chiese.
«Non l’ho vista.»
«È tardi e quella malandrina non torna.»
«Mo’ verrà
«Tere’, ricòrdati che domani, a tredici ore, devi andare a Carinola a portare quel sacco di granone.»
«Gnorsì.»
Senza mangiare, Teresa mise il pane e il cacio nella tasca profonda del grembiule. Rimase ancora un poco, con la bocca semi-aperta, tutto il volto inebetito, senza nessuna espressione, neppure quella della stanchezza.
«Me ne vado. Felice notte a signoria.»
«Felice notte.»
E se ne andò lentamente verso la via della Croce, dove in una stanzuccia l’aspettavano quattro marmocchi con cui dovea pranzare.
Pasqualina restò sulla soglia e chiamò:
«Canituccia!».
Nessuno rispose. La sera di una giornata di febbraio era discesa. Pasqualina si arrovellava a guardare nella oscurità. Chiamò di nuovo a distesa:
«Canituccia, Canituccia!»
Allora, borbottando improperi, scese per la viottola che dalla porta di casa, tagliando in due parti l’orto, conduceva al portone. Lì guardò verso la via di Carinola, verso la traversa della Madonna della Libera, verso la unica via che taglia in due parti il piccolo villaggio di Ventaroli. Canituccia non si distingueva.
«Sarà morta ammazzata, quella tignosa» mormorò.
Un gemitio sommesso le rispose. Canituccia era seduta sullo scalino del portone; accovacciata, col capo quasi tra le ginocchia e le mani nei capelli, lamentandosi.
«Ah, stai qua? E non rispondi, che tu possa essere impiccata? Di’? perché piangi? T’hanno bastonata? E Ciccotto dove sta?»
Canituccia, una bambina di sette anni, non rispose e si lamentò più forte.
«Perché sei venuta così tardi? E Ciccotto? Di’ la verità, hai perduto Ciccotto?» e la voce rabbiosa di quella vecchia zitella contadina divenne tremenda.
Canituccia si gettò per terra bocconi, con le braccia aperte, singhiozzando. Aveva perduto Ciccotto.
«Ah, scellerata, assassina della casa mia, figlia di malafemmina, che non sei altro! Hai perduto Ciccotto? E tieni. Hai perduto Ciccotto? E piglia. Hai perduto Ciccotto? E afferra.»
La caricava di pugni, di calci e di schiaffi. Canituccia si dibatteva, si avvoltolava, strillava, ma senza piangere. Quando Pasqualina si fu stancata, le dette uno spintone e disse con voce arrantolata:
«Senti, malandrina, io ti tengo in casa per carità: se mo’ non ti parti e non vai cercando Ciccotto per la campagna, se non lo riporti a casa, ricordati che ti faccio morire crepata sulla via, come una figlia di cagna che sei».
E Canituccia, strillando ancora per le busse avute, coi piedi scalzi, rialzando il suo cencio di panno rosso, si avviò verso la strada della Libera. Camminava guardando a destra ed a sinistra, nelle siepi, nei campi coltivati, chiamando Ciccotto a bassa voce. Lo aveva perduto, tornando a casa: non si era accorta che Ciccotto non la seguiva più. Ma nella notte non distingueva nulla. Camminava macchinalmente: fermandosi ogni tanto a guardare, senza vedere. I suoi piedi nudi, diventati color di polmone pel freddo di una intiera invernata, non sentivano più il terreno che si faceva glaciale, né le pietre dove inciampava. Non aveva paura della notte, della campagna solitaria: non voleva che ritrovare Ciccotto. Udiva solo le parole di Pasqualina, che le dicevano non avrebbe mangiato se non riportava Ciccotto. Aveva una fame acerba e intensa che le torceva lo stomaco. Se riportava Ciccotto, avrebbe mangiato. Questo solo pensava, questo solo. E chiamava, chiamava, camminando rapidamente fra le alte siepi, punto minuscolo che si agitava in quella calma notturna:
«Ciccotto bello, Ciccotto mio, Ciccotto di Canituccia tua, dove stai? Ciccotto, Ciccotto, Ciccotto, vieni da Canituccia! Se non ti porto a casa, mamma Pasqualina non mi dà da mangiare. O Ciccotto, o Ciccotto!».
Era uscita sulla via maestra che mena a Cascano, a Sessa, a Sparanisi. Nella oscuritàla via biancheggiava, e la piccola ombra di quella bambina desolata prendeva contorcimenti strani sulla terra. La voce le si affannava. Correva all’impazzata, ora, chiamando Ciccotto con tutte le forze. Due volte, disfatta, disperata, sedette per terra: due volte riprese la corsa. Finalmente, nel campo di Antonio Jannotta, udì come un piccolo grugnito, poi un piccolo galoppo, e Ciccotto venne a lambirle i piedi col grugno.
Ciccotto era un porcellino bianco – roseo, con una macchia grigia sulla schiena, grassottello e rotondetto. Canituccia gridò dalla gioia, prese nelle braccia Ciccotto e se ne tornò indietro, con l’ultimo sforzo delle sue gambe di bambina
Rideva, parlava, si stringeva al petto Ciccotto per non farlo scappare, e Ciccotto, con le corte gambe pendenti, grugniva tranquillamente. Canituccia correva di nuovo, pensando che avrebbe mangiato. Di lontano vide la figura di Pasqualina sul portone e a tiro di voce le gridò:
«Ho trovato Ciccotto, ho trovato Ciccotto bello!».
Ben presto raggiunse Pasqualina e le consegnò trionfalmente il porcellino. Pasqualina, all’oscuro, sorrideva. Rientrarono in casa e Ciccotto fu portato nel suo stabbiolo, dove mangiò e si addormì immediatamente. Canituccia, ansante, aveva seguito tutte quelle operazioni. Aveva fame anche lei come Ciccotto. Seguì Pasqualina in cucina, guardandola coi suoi grandi occhi selvaggi che non sapevano chiedere. Poi sedette sullo scalino del focolare, senza dir nulla. La contadina si era seduta sulla panca ed aveva ricominciato il suo rosario. Pregava monotamente e senza fervore. La bambina, curva per non sentire lo spasimo dello stomaco, seguiva con gli occhi quella preghiera. Non pensava neppure più: aveva semplicemente e unicamente fame. Solo dopo mezz’ora, quando la Salve Regina fu recitata, Pasqualina si alzò, aprì la madia, tagliò un pezzo di pane, raccolse in un piattello certi fagiuoli freddi e dette il pranzo a Canituccia. Costei, seduta sempre sullo scalino del focolare, mangiò avidamente. Aveva una testa piccola, con una faccia minuta e bianca, tutta macchiata di lentiggini, con certi capelli ispidi, un po’ rossi, un po’ giallastri, un po’ castagno sporco: una testa troppo piccola sopra un corpo molto magro. Portava una camicia di cotone bianco tutta toppe, un corpetto di teletta marrone e per gonnella un panno rosso, tenuto su alla cinta da una cordicella. Si vedevano le gambe stecchite: si vedeva il collo nudo e magro, dove i tendini parevano corde tese. Mangiava con un cucchiaio di legno nero. Dopo andò a bere alla secchia.
«Vattene a dormire» disse Pasqualina, che aveva preso la conocchia e filava.
Canituccia aprì la porticina della dispensola, dove si conservavano le mele, buttò via il panno rosso, si sdraiò sopra un paglioncino gramo, si tirò un cencio di coperta gialla sui piedi e si addormentò. Pasqualina filava e pensava con una certa diffidenza a Canituccia. Questa servetta era la figlia bastarda di Maria la rossa: Maria, dai capelli ardenti e dalle labbra di garofano, aveva peccato prima con Giambattista, il calzolaio; Giambattista era andato a fare il soldato e Maria era divenuta l’amante di Gasparre Rossi, un signore. Poi anche Gasparre aveva abbandonata Maria, malgrado si dicesse che Candida, detta per diminutivo Canituccia, fosse figlia di lui. È certo che quella Maria, dopo essere stata un mese a Sessa, aveva lasciato Canituccia e se n’era andata, chi diceva a Capua, chi diceva a Napoli, a far vita disonesta. Gasparre non si era voluto curare della bambina abbandonata, la quale venne su in casa Zampa, Pasqualina e Crescenzo Zampa, fratello e sorella. Ma il volto bianco macchiato di lentiggini ricordava sempre la sua mamma, la rossa, e Pasqualina, zitella, casta, magra, dalle mani nodose e rosse, dai denti gialli, dagli occhi neri di carbone, che non si era maritata perché Crescenzo le aveva negato la dote, fremeva di terrore isterico, pensando alle follie amorose di Maria la rossa, e diffidava della piccola bastarda.
Così, il giorno seguente, temendo che Canituccia non perdesse di nuovo Ciccotto, con una funicella legò da un capo il piede di Ciccotto, dall’altro legò la vita di Canituccia, perché non avessero a separarsi. Il porcellino sgambettava dietro la bambina per andare al pascolo. Passavano la giornata insieme, nei campi, cercando le prime erbe. Molte volte Canituccia attirava Ciccotto verso un posto dove aveva visto l’erba che poteva piacergli: qualche volta Ciccotto trascinava Canituccia verso un campo verde. A mezzogiorno la bambina mangiava un pezzo di pane. Erravano insieme nel pomeriggio di primavera, sino all’imbrunire. Non si lasciavano che alla casa, quando Ciccotto andava a dormire, e Canituccia, dopo avere ingoiato una minestra di cicoria fredda, o pochi ceci, o un po’ di cotenna col pane, andava anch’essa a dormire. Certo Pasqualina non era più avara e più feroce di altre contadine, ma ella stessa non era agiata e non mangiava un pezzetto di carne che la domenica. Batteva qualche volta Canituccia, ma non più che le altre contadine battessero le proprie creature.
Più tardi, nell’estate, Canituccia e Ciccotto stavano più lungamente insieme. Se ne andavano all’alba a cercare granone, fichi e mele primaticce cadute dagli alberi, poichè Ciccotto era diventato forte, grande e grosso, mentre Canituccia rimaneva magra e debole. Talvolta Ciccotto correva troppo per la bambina e questa si sentiva trascinare, spossata sotto il sollione bruciante, sulla terra secca e screpolata.
«Aspetta, Ciccotto, aspetta, bello mio» diceva, sfinita.
Poi Ciccotto si metteva a dormire e la bambina si stendeva per terra, lungo i solchi del grano mietuto, con gli occhi chiusi, sentendo sotto le palpebre la vampa bruciante del sole. Si rialzava stordita, con le guance rosse e la lingua gonfia. Ora non ci era più bisogno della funicella, perché Ciccotto si era fatto ubbidiente: solo che Canituccia si era provveduta di un lungo ramoscello per regolare il cammino di Ciccotto e non farlo andare sotto le ruote dei carri che passavano per la via maestra. Ritornavano alle ventiquattro. Ciccotto lentamente, Canituccia un po’ più innanzi spinta dalla insaziabile fame che le mordeva lo stomaco. Una volta aveva provato a rubare certe sorbe acerbe nel campo di Nicola Passaretti, ma le sorbe erano amarissime e Nicola l’aveva picchiata come una piccola ladra. Anzi Nicola ne aveva detto a Pasqualina Zampa, che aveva anch’essa battuta Canituccia. La bambina se n’era andata pei campi con Ciccotto, piangendo e dicendogli:
«Pasqualina m’ha battuto perché sono una ladra».
Ma Ciccotto aveva scosso il capo e si era messo a pascolare. Pure, ogni tanto, quando nella mente chiusa di Canituccia sorgeva una idea, lei ne parlava a Ciccotto. Quando se ne tornavano a casa, gli teneva questo discorso:
«Mo’, andiamo alla casa e Ciccotto se ne va alla stalla e mamma Pasqualina gli dà la cena e poi mamma Pasqualina dà la minestra a Canituccia, che se la mangia tutta tutta».
E la mattina:
«Se Ciccotto non corre, se se ne sta sempre vicino a Canituccia, Canituccia lo porta alla Montagna Spaccata, all’arbusto di don Ottaviano il parroco e gli fa mangiare tante tante mele, mentre Canituccia si mangia il pane».
Quando venne l’autunno, Ciccotto si era fatto molto grasso e un po’ pesante. Una volta, con un colpo di testa, buttò a terra la bambina che si rialzò, si allontanò e gli scagliò una sassata. Ma fu l’unica loro lite. Canituccia mangiava sempre meno e Pasqualina era sempre più aspra con la figlia della rossa, poiché la raccolta era stata cattiva e la casta zitella aveva un terribile sospetto, che suo fratello Crescenzo avesse preso una relazione amorosa con Rosella di Nocelleto: erano spariti dalla dispensa due caciocavalli e un prosciutto: poi Crescenzo aveva comperato al mercato di Sessa, per tre lire, un anello d’oro. Nella casa, Pasqualina diventava sempre più rabbiosa e avara. Se la prendeva con Teresa la serva, con Giacomo l’ortolano, con Canituccia, con tutti. L’ultima domenica, don Ottaviano non aveva voluto darle la comunione per i tanti peccati di pensiero.
Poi pioveva sempre e ogni giorno Ciccotto e Canituccia ritornavano a casa bagnati fradici. Canituccia si metteva il panno rosso sul capo, ma rimaneva con la sola camicia attorno alle gambe, camminava nelle pozze d’acqua e fango, sferzata dalla pioggia, dicendo a Ciccotto:
«Corriamo, Ciccotto bello di Canituccia, corriamo, perché piove e ho tutto il corpetto bagnato, corriamo, perché a casa ci sta il fuoco e ci scalderemo».
Ma spesso il fuoco era spento e Canituccia andava a dormire, ancora inzuppata dalla pioggia. In quel mese di novembre, dissero in Ventaroli che Maria la rossa era morta a Capua di una tifoidea, e il parroco, dopo la messa, aveva portato l’esempio nella predica, facendo arrossire Concetta di Raffaele Palmese e Nicoletta di Peppino Morra che avevano qualche rimorso sulla coscienza. Dissero a Canituccia che la madre era morta, ma lei non capì nulla e stette ad ascoltare come una stupida.
In quel mese, però, Ciccotto era diventato così grasso e grosso, che non si poteva più menarlo a pascolare molto lontano: passeggiava gravemente. Invano Canituccia lo chiamava: esso non aveva più forza. La prima volta che lo lasciò per andare alla montagna a far legna, Canituccia nel bosco gli raccolse una quantità di ghiande e gliele portò in uno strofinaccio.
Prima di uscire per correre alla fontana, per portare il mangiare a Crescenzo nei campi o per altro incarico, essa andava a dare un’occhiata a Ciccotto. Ritornando, prima di entrare in cucina, andava di nuovo a salutarlo. Si sgomentava un poco a vederlo così grosso, tanto più di lei, che era sottile come un manico di scopa.
Una sera, nel dicembre, venendo dalla fontana, trovò don Ottaviano il parroco, Nicola Passaretti e Crescenzo che discutevano vivamente: questi tre andarono poscia a visitare Ciccotto e parlarono di nuovo. Lei non comprese. Ma la sera del giorno seguente venne da Carinola Sabatino il macellaio e a Teresa si aggiunse Rosaria, la serva di Gasparre Rossi. Vi era una grande agitazione nel cortile e nella cucina: sul focolare una grande caldaia sopra un fuoco vivissimo: tutt’i grandi piatti, tutte le catinelle, tutt’i secchi disposti: in un angolo la stadera: sulla tavola coltelli, coltellacci, imbuti: Pasqualina, Teresa, Rosaria con le gonne succinte e i grembiuli bianchi. Sabatino andava e veniva con un’aria d’importanza. Canituccia guardava tutto e non capiva. Poi chiese sottovoce a Teresa:
«Che facciamo stanotte?».
«È venuto Natale, Canitù. Ammazziamo Ciccotto.»
Allora, traballando un poco, Canituccia andò ad accovacciarsi in un angolo del cortile per vedere ammazzare Ciccotto. Vide al vagante lume che lo trascinavano in cortile, che Nicola Passaretti e Crescenzo lo tenevano. Udì i grugniti disperati di Ciccotto che non voleva morire, vide il coltello di Sabatino che lo ferì nella gola. Vide che gli tagliavano la testa, in tondo in tondo, al collo, e che la deponevano sopra un piatto con un sostrato di lauro fresco. Poi vide squartarne il corpo in due parti e pesarle sulla stadera; udì le esclamazioni di gioia al risultato: un cantaio e sessanta rotoli. Ella rimase all’oscuro, nel cortile, nell’angolo. Passò il tempo, in quella notte di dicembre gelata. La chiamarono in cucina. Rosaria e Teresa, coi piccoli imbuti, ficcavano nei budelli la carne della salsiccia. Sabatino e Crescenzo badavano ai prosciutti e ai pezzi di lardo, mentre Nicola sorvegliava nel caldaione i lardelli bianchi che si squagliavano, diventando strutto e siccioli. Pasqualina, sopra un angolo del focolare, faceva friggere del sangue nel tegame. Tutti parlottavano vivamente, allegramente, presi dalla gioia di quella carne, di quel grasso, di quella prosperità, infiammati dal fuoco e dal lavoro. Canituccia restava sulla soglia, guardando, senza entrare. Allora Pasqualina, pensando che la bambina non mangiava da un giorno e che era momento di festa, prese un pezzo di pane nero, vi mise su un pezzetto di sangue fritto e disse a Canituccia:
«Mangia questo».
Ma Canituccia che moriva di fame, disse di no, semplicemente, col capo.


Nessun commento:

Posta un commento