martedì 27 marzo 2018

LA FIDANZATA DI ELIO - Carlo Emilio Gadda



Quarantaquattro lettere di congratulazione e vassoio di biglietti. «La compagna che ti sei scelta... Le zie di Elio non avevano mai stillato una prosa così commovente.
Avevano scandito i lunghi anni del tempo con puntualità de' loro auguri di Pasqua: ogniqualvolta inghirlandavano la Resurrezione di squisiti saggi calligrafici, oculatamente svolti fra le più imprevedute ova sode. Fra le gambe dei pigolanti avevano messo in grammatica i più delicati affetti, gli augurii più fervidi,
E cosi per tutta la ginnasiale pace e nella tempesta di poi, quando ai pulcini era succeduta la Gloria aureolata di giallo, svolazzante con ali di pellicano fra i nembi, sopra le dirute3 case e i barili sventrati.
E tutto pareva non fosse stato se non un laborioso esercizio per arrivare a tanto: alle felicitazioni e alle benedizioni supreme.

La sua mamma invece (stava rammendandogli li calze), aveva intermesso; lo aveva guardato con un velo di pianto, con uno sguardo che pareva tremare: Sei proprio certo?
Quella sera la mamma era assente. Elio, mutatosi d'abiti, si era pettinato con cura, aveva tristemente spento tutte le luci di casa: i vecchi quadri senza senso erano piombati a un tratto nel buio. Sette rintocchi, dalla vecchia torre, caddero nel lago opaco del silenzio. Poi un ritornello che saliva dalla via solitaria, spiegato:
Abat-jour, tu che spandi la luce blu...
quando già il tipografo pallido stava per chiuder bottega.
Elio traversava la città: dove le lampade facevano sera e i fermenti della palingenesi tenevano i garzoni in una frequenza di canti.
Ma un più angoscioso pensiero lo tenne, vedeva già tutto: vedeva la chiesa, i lumi, il tappeto, l'assessore Raspagnotti, la penna d'oro, sentiva già sull'epigastro le note basse e clamorose dell'organo, che dicevano perfetta la «felicità» sua, la felicità delle zie.
Si indusse cosi a pensare di Luisa, lungamente, schivando d'istinto i più sgangherati tram, ricolmi allora come arnie, e i taxis repentini e diabolici.
Quella sera, Luisa doveva aver preparato il suo centotrentacinquesimo budino di fidanzata; alla semola, inarrivabile massaia!, sostituiva regolarmente della farina gialla di seconda qualità.
Anche l'adagio della Patètica, sotto il tocco magico di quelle dita, si trasformava in un budino.
E allora a lui gli germinavano dei pensieri per bene, i di cui riflessi diramavano bentosto fino ai calcagni. Ed erano ordini d'operazione ai suoi atti correttissimi di gentiluomo, preoccupato di non scivolare sul parquet: come gli ordini che Luisa impartiva un po' a tutti, con quella voce nasale e un poco stridula, rigorosamente monda di ogni vena di sensualità.
«Anche l'adagio della Patetica!», si diceva Elio Quelle encomiabili note gli parevano esprimere Li voluttà e la malinconia, quanto gli spaghetti in scatola degli americani rifanno la pasta di Napoli. Vedeva oramai con chiarezza: vedeva la «sua» Luisa nella realtà; ne percepiva tutta la perfezione: le virtù filiali, le virtù domestiche, le virtù musicali, le virtù culinarie.
Goloso come un ragazzo, vorace come un alpino, si sentiva rapire all'idea di quei dolci, manipolati dalle mani di Luisa: dove l'economia domestica avrebbe trionfato di vera gloria e di eterno splendore. La fetta di torta matrimoniale sarebbe succeduta alla fetta di torta fidanzamentale: e avrebbe finito ogni sera di ingozzarlo come un pollo, con il gusto inimitabile che la vera massaia conferisce ai più farinosi plum-cakes.
Luisa non beveva vino né liquori, il caffè raramente, e quelle rarissime volte ci metteva pochissimo zucchero. Luisa andava alla Messa, egli ve l'aveva accompagnata, e una zia di Luisa li aveva accompagnati tutti e due, cosi la Messa l'avevano sentita tutti e tre. Davanti Domine Dio stava diritta, si chinava con misura, nulla faceva che potesse spiacere al buon Dio: si soffiava il naso con tanto riguardo! Oh! «non desiderare la donna d'altri!», diceva un'antica legge: ed Elio si studiava di osservare la legge. Ma i sogni erano cosa che non poteva rattener sempre, come le nuvole di primavera non si rattengono, se il vento, a marzo, le sospinga ad oscurare, trasvolando, la campagna fiorita.
Ed Elio, sotto i fari e di tra le concitate voci de' passanti, vide proprio la donna d'un altro, la signora che aveva conosciuto in una cittadina dolcissima della dolce Italia, ch'era la moglie d'un commilitone e lo aveva invitato.
Lo aveva salutato, bionda, ampia, pacata, con un sorriso sereno: lo aveva pregato di sedere: nel sùbito incanto erano vaniti perfino i ricordi delle bevute collegiali, in guerra. Parlava con una voce lenta e come sommessa, diceva con verità le cose consuete e vere, non sonava il pianoforte, aveva preparato della minestra, del pollo, dell'arrosto, del lesso, dell'insalata, dei dolci; dei dolcissimi frutti. La tavola era imbandita con i piatti e le caraffe di Piediluco, con una tovaglia ricamata da lei; perché l'ospite fosse lieto, perché il sole si rifrangesse fulgidamente sopra li argenti, e il pollo arrosto avesse l'onore che merita.
Lo servì lei, levatasi apposta, data l'inesperienza e la confusione della donzella: Elio protestava: gli diede lei l'ala e la coscia, e poi un altro pezzo; gli diede l'insalata, l'arrosto, il dolce, le frutta.
II lesso s'era modestamente ritenuto, conscio di non poter competere con le dorature profumate delle carni di casseruola. Nelle caraffe c'era del fresco vino d'Orvieto, molto vino, quanto due alpini volessero berne, commemorando. Nel caffè lo zucchero, molto caffè, molto zucchero. Ella gli chiese quanti pezzi: ed Elio, guardandola, esitò, mentre ancora l'amico mesceva: - bevi, bevi -. Quegli occhi della bionda donna gli parvero pieni d'un'ombra serena, quei cigli! e le fossette del viso! - Io sono molto ghiotto... -, arrivò a dire, - come ha veduto... - Allora, come una mamma indulgente, ella gli depose i tre pezzi dentro la tazza, ma si capiva che se avesse voluto sei glie ne metteva anche sei, anche dodici, con egual gioia. Perché l'ospite fosse lieto.
«Quando i treni sibilanti ci portavano via dal paese», pensava Elio, «quanto desiderio rimane!» Fra i tram e i taxis velocipedastri sgattaiolavano, poi saetta-vano diritti contro il terrore delle dame.
Ancora pochi minuti e avrebbe baciato Luisa. Elio non ragionava, se avesse ragionato sarebbe stato più calmo. Passarono degli ufficiali ed Elio ripensò, subitamente, gli anni di prima; un cocchiere imbestiato sbraitava, non vide contro chi. Suo padre era morto come può morire un colonnello di fanteria «che deve impadronirsi ad ogni costo di quota 960». Era caduto con tre pallottole nello stomaco ed egli, il giovine, no~ aveva avuto più pace finché non se n'era procurate altrettante. «Papà, papà!», pensava.
Elio aveva tre ferite nel corpo ed una sola, ed atroce, nell'anima. Di questa, Luisa non aveva mai avuto neppure un sospetto, rigidamente intenta ai plum-cakes; la donna del buon paese, nel dolce sole d'Italia, l'aveva saputa medicare di dolcezza, di serenità, di letizia.
Tre ferite in corpo. Ciò nonostante i Ghiringhelli avevano trovato che, come genero, poteva andare: benché fosse «un forestiero». Perché era un «ragazzo pieno di volontà» e, subito dopo la laurea, «si era già trovato un buon posto».
Il qual fidanzamento e il qual posto, manco a dirlo, avevano suscitato larga simpatia di commenti per tutta la vastissima cerchia dei Ghiringhelli, dei Comolli e dei Fumagalli. La serietà del giovane aveva avuto il meritato premio, poiché Luisa, benché figlia di milionari, accudiva con impegno esemplare alle cose do-mestiche, e, benché artista nell'anima, ed ammirata interprete di Chopin e di Grieg, era tuttavia espertissima anche in cucina, dove i budini di farina gialla dicevano, indorando, tutta la geniale fecondità del suo spirito.
Nei salotti delle tenere amiche, dopo il the si potevano delibare i commenti: dopo i laboriosi accordi per il tennis dell'indomani, per la Scala del dopodomani, per la gita della imminente domenica. «Il figlio di un colonnello!...», stupivano incredule, divagando, le sèriche1 amiche, poi scivolando nella commiserazione. - Di un colonnello morto! -; - In guerra! -; -...Ma come vivono?...-Ma! -; - Oh Dio! lui, adesso, qualche cosa guadagna... -; - Un millecinquecento o duemila lire2... -; - Ah, povera Luisa!.. -; - Sua mamma ha una pensione... -; - Se la vedeste: è una donnetta patita, che si mette gli occhiali per rammendar le calze... -; - Ottocentotrenta lire al mese... - affermò Carlo Pistoni, biondissimo. - Come è cattivo lei!, - indulgeva Teresa, impegnata nella immortale diligenza de' suoi golf. - Io cattivo! e perché?, - si meravigliò l'elegantissimo, trascuratamente compiaciuto della propria eleganza. - Perché dice delle cose cattive... -; - ...Come? È una cosa cattiva dire che la mamma di questo Elio ha una pensione?... Ottocentotrenta lire al mese? Vorrei averla io, scusi tanto!... -; - A lei non gliela daranno mai! non la merita!... -; -Sfido io! se per averla bisogna morire squartati... -; - Oh ma quel Carlo!... -, si scandalizzavano le belle, in un impeto di segreta ammirazione per l'impomatato. Teresa intermise esterrefatta il lavoro: tacque il fecondo balbettio degli uncini: - Mangi un marron glacé e stia zitto! Mi faccia il piacere di star zitto! - E con occhi appassionati, mentre il gomitolo soffice rotolava lontano, mise davvero il più bel marron glacé nella bocca dell'ammonito, che si spalancò pronta, rivelando la bianca corona dei denti e la lingua immobile. Gli occhi risfavillarono, prima di chiudersi lenti come in un languore beato, e le guance si impegnarono sùbito nel dilettoso tramestio: per ingollare quel po' po' di casta gli ci vollero davvero due buoni minuti, durante i quali ebbe modo di registrare con soddisfazione i successi del suo raffinato discorrere.
Donna Carla, inseguito con una rapida occhiata suo migliore marron, pensò altrettanto rapidamente (quando proprio lo vide spacciato dentro le fauci del giovane), che quel bel tomo non avrebbe mai impalmato nessuna delle sue quattro figlie: era però un ragazzo magnifico, sicché donna Carla, razionalmente indispettita, si sentì fisiologicamente soddisfatta di quella così elegante deglutizione.
Nell'automobile del giovine milionario gli affini delle vedove «governative» travasavano la benzina apollinea della spensieratezza: davanti a lui c'era la Vita, le accecanti strade, qualche anitra è vero, ma poi finalmente le Alpi fumanti di nuvole. C'era il tennis, c'erano gli alberghi, nel di cui albo, sommessogli fra reverenze di smoking, egli signorilmente inscriveva il suo nome: Carlo Pistoni.
Luisa non s'era mai curata delle ferite di Elio, visi bili od invisibili. Aveva ben altro da fare. Visitava certi ospedali, cuoceva certe polpette, interpretava certo Beethoven; frequentava la «Scuola superiore delle massaie» in Santa Maria Fulcorina e vi aveva raggiunto, senza difficoltà, la libera docenza. La sua saggezza casalinga era discesa diritta dalla saggezza de' suoi genitori e degli avi. E forse tra gli antenati dei Ghiringhelli c'era anche Giovannin Bongée3. Se pur inconsciamente, Elio aveva registrato con acume i «riflessi» della sua cara fidanzata: questi riflessi egli li aveva stranamente associati all'idea di un educandato modello.
La signorina perfetta, quella che avrebbe dovuto cader preda esemplare delle sue «attenzioni» in ogni notte d'amore, egli la vedeva ora con un colletto alto, severo, nelle corsie d'una clinica pediatrica, propinare medicine inappuntabili a dei poveri esseri pieni di irregolarità vomitive e dissenteriche: con una gran forza nell'animo, con una luce fredda negli occhi. Pensando a Luisa, Elio, chissà perché, vedeva dei pavimenti tersissimi, un giorno chiaro ed eguale da ampie vetrate; e immaginava risuonarvi solenne il verbo di un pedagogista termometrico. Suo suocero, caustico come un disoccupato, disprezzava i meridionali e i funzionari del Regno: Luisa invece gli faceva venire in mente il linòleum, il nichelio di cucina, il ferro elettrico e una limonata dei Quattro Cantoni, estremamente calviniana, senza il più piccolo seme, con pochissimo zucchero.
Egli senti, spoletano, che preferiva il vino d'Orvieto. Voleva dei canonici roboanti per le sue nozze, seduti comodi negli stalli d'un vecchio coro di noce intarsiato; voleva il vescovo mitrato ed aurato, con una luce di ametista3 dalla benedicente mano. Voleva, nell'abside4, dei diavoli nerastri dalle ali di pipistrello, che svolazzassero verso l'inferno sulfureo; con zanne di cinghiale nel sinistro ghigno, con i corni a cavatappi. E in groppa al più cane, con funeste mammelle, la peccatrice nuda, angosciata, bianca.
La penna d'oro... voleva scrivere all'assessore Rapagnotti che poteva risparmiarsi il disturbo.
Elio sognava di dire «dioboia» tutte le volte eh aveva la luna in traverso e di andare alla Messa corta alle otto. Ma, poi, la pazienza tornava. Il tenace affetto de' suoi suoceri lo avrebbe saputo sorreggere nel difficile cammino della vita; i sani principii avrebbe trionfato d'ogni inconsistente capriccio, d'ogni disordinato impulso.
«Pochissimo zucchero!», ecco la base graniti della famiglia e della società, contro il cartello delle raffinerie. I semi levarli, uno a uno, dalla limonata, lui si sarebbe emendato, ne era certo: già le zuccheriere di casa, ammirate, si congratulavano con un elogio muto, vecchie zie senza manico.
Egli vedeva, accanto a Luisa, la sua vita; ci sarebbe stato il pranzo: un dolce rimprovero, per il ritardo, rimprovero dolce, per l'anticipo: una guardata rapida, in traverso, all'orologio alto di sala; ci sarebbe stato il bacio, un bacio castissimo, al marmo di Carrara. E cosi per sempre, per tutta la vita. Una vita entusiasta dei chàlets, del lago di Lucerna, del lago di Ginevra dei pelapatate automatici. Una vita drappeggiata di linòleum, risfolgorata di nichelio. Con dei libri francesi della riva calviniana e con l'Imitazione di Cristo rilegata in marocchino color cioccolatto. E un'audace punta verso i regni dei rèprobi, rappresentata da Max Nordau e da Romain Rolland.
Il ritratto dell'allampanato colonnello di quota 960, al confronto con gli sviluppi puberali di Jean Christophe, doveva fare una ben magra figura...
Il ritratto del povero papà!... Quota 960... una domanda in carta semplice, un atto di notorietà in triplice copia... una pensione a «una vecchia che rammendava le calze».
«Papà, mamma!»; a Elio gli pareva di singhiozzare, come sogliono i fanciulli soli.
Elio, il giorno di Sant'Anastasia, incontrò la zia Brigida e la zia Peppa, giusto in Santa Maria Fulcorina, Era la prima volta, dopo tanti anni, che i pulcini, le ova sode e gli augurii calligrafici avevano fatto cilecca. Le zie si scusarono: - Non è stata una dimenticanza, Elio mio, lo avrai capito anche tu, anche la tua mamma... - Siamo proprio rimaste di sasso... Ma speriamo che tu trovi presto chi... chi... ti sappia comprendere... apprezzare...
Allegre e bianche nuvole trasvolavano nel cielo di aprile e saettanti rondini le divanzavano; intanto le perfezioni degli umani cuocevano a bagno-maria, protette da Santa Maria Fulcorina.

FINE


1 commento: