giovedì 19 luglio 2018

IL PREZZO DEL SILENZIO - Racconto - Frame


SCHEDA

Autore: Frame
Titolo: Il prezzo del Silenzio
Serie: GIALLONERO
Genere: Racconto Noir

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Anteprima
Il frastuono della serranda risuonò nella via deserta come la sventagliata di un mitra. Artù accese la lampada sul comodino, guardò la sveglia e rimase lì, col collo torto, gli occhietti spalancati, ad osservare incredulo le lancette che spaccavano a metà il quadrante.
Le sei in punto.
Mario non apriva mai i battenti prima delle sette. Non era nemmeno giorno di mercato. Come mai così presto?
Il vecchio Arturo Missaghi se lo domandò mentre litigava con la trapunta pesante e il copriletto che l'avviluppava in un intricato disegno all'uncinetto. Il rumore di ferraglia arrivava certamente dal bar di fronte, di questo ne era certo, e di riprendere sonno non ci sarebbe stato verso. Era sicuro anche di questo Arturo Missaghi ma, se voleva restare ancora un po’ di tempo al calduccio nel letto, doveva prima sincerarsi che giù in strada tutto fosse in ordine.


Attraverso le persiane accostate riuscì a intravedere, tra le poche auto parcheggiate sul margine della carreggiata, l’inconfondibile mascherina della Fiat del barista.
Non avrebbe potuto confonderla con nessun altra, vuoi per il color carta da zucchero (scelta dettata dal risparmio e non dal gusto), vuoi per l’angolatura sbilenca del parafango, ferito dalla retromarcia di un avventore in evidente stato di ebbrezza qualche mese prima. 
Artù intravide le gambe dell’uomo oltre il proscenio della serranda e si compiacque della sua solerzia: era ora che si desse da fare!
Gli affari non dovevano andargli più molto bene, soprattutto da quando in fondo alla via avevano aperto un altro bar: un nuovo locale più moderno, più spazioso con un numero impressionante di macchinette mangiasoldi.
Con i quattro vecchi che gli erano rimasti fedeli e i pochi passanti che occasionalmente entravano per un caffè o un bicchiere di vino, doveva essere difficile raggranellare a fine mese i soldi per l’affitto, le bollette e le tasse. Aveva pure una famiglia sulle spalle da campare, una moglie che non si vedeva mai dietro al bancone e due figli in tenera età. Erano in molti ormai nel quartiere a domandarsi per quanto tempo il Cin-Cin Bar avrebbe resistito ancora.

«Buongiorno» disse qualcuno sulla soglia.
«Buondì» rispose Mario senza voltarsi da quella parte. Ascoltò in silenzio il rumore dei passi… tre, quattro, cinque, sei. Poi, senza smettere di allineare le tazzine del caffè sulla caldaia della Cimbali, aggiunse:
«Caffè?»
«Sì, grazie, lungo e macchiato caldo» rispose il cliente con uno spiccato accento straniero.
Adesso Mario credeva di sapere chi fosse l’uomo alle sue spalle. Non lo aveva ancora guardato in faccia ma già avvertiva nell'aria l’odore della sua colonia, e avrebbe sentito anche il respiro sul collo, se il cuore per un momento avesse smesso di fare tanto rumore. Erano giorni ormai che aspettava quel momento e ora l’attesa era finita. Sapeva che prima o poi sarebbe arrivato qualcuno e quel qualcuno adesso era lì, in piedi e in silenzio a un paio di metri da lui.
«Per i cornetti…» disse, «ancora qualche minuto, sono nel forno.»
«Non fa niente» rispose il cliente con molta calma. «Non si preoccupi, non sono qui per questo.»
«Ah… allora è lei?» solo dopo qualche secondo il barista ripeté schiarendosi la voce, «Allora è lei, che…»
«Sì, sono io.»
Il suono di un cicalino impertinente impedì all’uomo di continuare.
«Non è niente» disse Mario scostando la tenda del cucinotto sul retro. «È il forno, adesso smette.»
Quando ritornò il silenzio, Mario adagiò la tazzina del caffè nel piattino; con l’altra mano avvicinò il cestino dello zucchero, alzò lo sguardo davanti a sé e si trovò con gli occhi puntati su una cravatta regimental dai colori spenti. Dovette alzare la testa ancora di qualche grado per incontrare la faccia di un giovanotto con il cranio completamente rasato. Aveva un’espressione stanca, le palpebre degli occhi a mezz’asta e sulle guance scarne spuntava una barba rossiccia, rada e ispida. Il colletto della camicia era sporco, anche la giacca stretta di spalle e corta di maniche era sgualcita, come se ci avesse dormito dentro tutta la notte.
«Don Ciro vi manda i suoi saluti.»
Mario aprì un cassetto sotto la cassa, prese una busta di carta bianca e la posò sul bancone, proprio di fronte al cliente.
L’uomo calvo se la infilò in una delle tasche interne, finì di bere il caffè e, senza salutare, uscì dal bar.
Mario attese che la porta di vetro si richiudesse completamente, poi inspirò a pieni polmoni. Nel locale faceva ancora freddo, i caloriferi erano tiepidi ma lui sentiva caldo. Allentò il nodo della cravatta, passò il dorso della mano sulla fronte e alzò gli occhi sull’orologio a parete.
Le sei e trenta.
L’ultima telefonata era stata chiara: “Lunedì mattina alle sei e mezza in punto.” L’uomo al telefono, con lo stesso accento del giovanotto calvo, non aveva detto altro. Non ce n’era bisogno. Quello era l’ultimo avvertimento. O pagava il pizzo a Don Ciro il grosso, oppure…
Oppure?
Era uno sporco ricatto. Da molti mesi quel bastardo pretendeva da lui la mazzetta in cambio di una presunta protezione. Da chi e da che cosa non aveva importanza. Si doveva pagare e basta.
All’inizio si era accontentato di poche decine di Euro, poi la quota era salita: prima a cento e adesso erano già tre i bigliettoni che doveva sborsare ogni mese.
Questa è l’ultima volta, disse espirando l'aria incamerata. Lo giuro.
Doveva liberarsi definitivamente di quel delinquente che stava a capo di tutta la banda. A tutti i costi.
Il piano in fondo era semplice e prevedeva un’unica soluzione: la morte di Don Ciro! Era il solo modo per togliere di mezzo quella sanguisuga che lo stava dissanguando. Tuttavia doveva sembrare un incidente e, soprattutto, nessuno avrebbe dovuto sospettare di lui. Per questo aveva accettato di pagare, faceva parte del piano. E adesso sarebbe passato all'azione.


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