giovedì 25 aprile 2019

LA LEZIONE DI CANTO - Katherine Mansfield



Con la disperazione - fredda- acuta disperazione - conficcata in fondo al cuore come un perfido coltello. Miss Meadows, con toga, tòcco e bacchetta in mano, percorreva i freddi corridoi che portavano alla sala da musica. Ragazze di tutte le età, rosate dal vento, traboccanti dell’allegra eccitazione della corsa verso la scuola nella bella mattina d’autunno, le si affrettavano, le saltellavano, le svolazzavano intorno: dalle aule echeggianti veniva un fitto tamburellare di voci: suonò una campana: una voce come di uccello gridò: «Muriel». E poi dalle scale, pam, patapam, venne un tremendo fracasso. A qualcuna era caduto il manubrio da ginnastica. L'insegnante di scienze fermò Miss Meadows. «Buongiorno» gridò, con la sua voce melliflua e strascicata. «Freddo, vero? Pare inverno.» Stringendosi il coltello al seno, Miss Meadows la fissò con odio. Tutto in lei era dolce e sbiadito come miele. Non avrebbe sorpreso vedere un'ape impigliata nel groviglio di quei capelli giallognoli.
«Sì è piuttosto tagliente», disse Miss Meadows, tetra.


L'altra fece uno dei suoi sorrisi zuccherosi «Mi sembri intirizzita». disse. Gli occhi azzurri le si spalancarono: c era dentro una luce beffarda. (Che si fosse accorta di qualcosa?)
«Oh… non esageriamo», disse Miss Meadows, e passò oltre, ricambiando il sorriso dell’insegnante di scienze con una piccola smorfia...
La quarta, la quinta e la sesta erano radunate nella sala da musica. Il rumore era assordante. Sulla piattaforma, accanto al piano, cera Man Beazley, la preferita di Miss Meadows che faceva gli accompagnamenti. Stava regolando lo sgabello del piano. Quando vide Miss Meadows avvertì le altre con un forte «Ps! pss! ragazze!» Miss Meadows, le mani infilate nelle maniche e la bacchetta sotto il braccio, attraversò il passaggio centrale, salì gli scalini si voltò di scatto, afferrò il leggio d'ottone, se lo piantò davanti e batté due colpi secchi con la bacchetta per fare silenzio. «Silenzio, per favore! Subito!», e, senza guardare nessuno, percorse con lo sguardo quel mare di camicette di flanella colorata pieno di facce e di mani rosee ondeggianti, di frementi fermacapelli a farfalla e di album spalancati. Sapeva benissimo cosa pensavano. «La Meady è furibonda» Be', lo pensassero pure! Le palpebre le tremarono; gettò indietro la testa con aria di sfida. Cosa potevano importare i pensieri di quelle creature a chi come lei stava morendo dissanguata, ferita al cuore, al cuore, da una simile lettera...
«...Sento con sempre maggiore evidenza che il nostro matrimonio sarebbe un errore. Non che io non ti ami. Ti amo quanto mi è possibile amare una donna, ma a dire il vero, sono arrivato alla conclusione che II matrimonio non fa per me e che l'idea di sistemarmi mi dà solo un senso di...» e alla parola «disgusto», cancellata, era stato sostituito sopra «disagio».
Basii! Miss Meadows si diresse a gran passi verso il pianoforte. E Mary Beazky, che non aspettava altro, si chinò in avanti: i riccioli le coprirono le guance mentre sussurrava: «Buongiorno. Miss Meadows», e faceva il gesto di porgere all'insegnante un magnifico crisantemo giallo. Quel piccolo rituale floreale andava avanti ormai da tempo immemorabile, esattamente da un trimestre e mezzo. Faceva parte della lezione, come aprire il pianoforte. Ma quella mattina, invece di prenderlo e infilarselo alla cintura dicendo, china su di lei: * Grazie. Mary. Che meraviglia! Aprì a pagina trentadue», Miss Meadows, con grande orrore di Mary, ignorò del tutto il crisantemo, non rispose al saluto, ma disse con voce glaciale: «Pagina quattordici, prego, e segna bene gli accenti».
Che momento imbarazzante! Mary arrossì fino alle lacrime, ma Miss Meadows era già tornata al leggio; la sua voce squillò nell’aula.
«Pagina quattordici. Cominceremo da pagina quattordici. Lamento. A quest’ora dovreste già saperlo bene, ragazze. Lo canteremo tutte insieme senza sentimento. Però cantatelo con semplicità, battendo il tempo con la sinistra».
Alzò la bacchetta; diede due colpo sul leggio, Mary suonò il primo accordo, e tutte quelle mani sinistre si abbassarono battendo l’aria e quelle giovani voci afflitte fecero coro.

Presto»! Ahimè, troppo' presto sfioriscono le rose 
del piacere e l’autunno cede all'inverno cupo.
Fuggevoli! Fuggevoli, ahimè, i lieti concenti,
All'orecchio che ascolta si perdono lontano.

Santo cielo, si poteva pensare a qualcosa di più tragico di quel lamento? Ogni nota era un sospiro, un singhiozzo, un gemito 'di atroce tristezza. Miss Meadows alzo le braccia nel vestito ampio e cominciò a dirigere con entrambe le mani. - ...Sento con sempre maggiore evidenza che il nostro matrimonio sarebbe un errore...», batteva a tempo. E le voci gridavano: Fuggevoli ahimè, fuggevoli. Che cosa poteva averlo spinto a scrivere una lettera simile? Cosa aveva potuto spingerlo a tanto? Era stato come un fulmine a ciel sereno. La sua ultima lettera parlava esclusivamente di una libreria di quercia patinata che aveva comprato per i «nostri» libri e di un -elegante mobiletto d'ingresso» che aveva visto, «un aggeggio motto carino con una civetta intagliata su un supporto, che regge tre spazzole da cappello fra gli artigli». Come l'aveva fatta sorridere l'idea! Era così tipicamente maschile credere che servissero tre spazzole da cappello! All'orecchio che ascolta, cantarono le voci.
«Da capo», disse Miss Meadows, «ma questa volta col controcanto. Sempre senza sentimento.» Ahimè, troppo presto! Con la malinconia aggiunta dei contralti era difficile non rabbrividire. Sfioriscono le rose del piacere. L'ultima volta che era venuto a trovarla. Basii aveva una rosa all'occhiello. Come le era parso bello con quel vestito blu intenso e con quella rosa rosso cupo: Lo sapeva anche lui. Non poteva non saperlo. Prima si era passato una mano sui capelli, poi sui baffi: i denti gli brillavano nel sorriso.
«La moglie del direttore continua a invitarmi a cena. È una bella seccatura. Non riesco mai ad avere una serata tutta per me, in quel posto.»
«Ma non puoi rifiutare?»
«Be', sai, un uomo nella mia posizione non può permettersi d'essere impopolare. -
I lieti concenti, gemettero le voci. I salici, fuori delle finestre alte e strette, ondeggiavano al vento. Avevano perso metà delle foglie: quelle rimaste, minuscole, si torcevano come pesci presi all'amo. «...Il matrimonio non fa per me...» Le voci tacquero: il pianoforte aspettava.
«Benissimo», disse Miss Meadows, ma sempre con un tono così strano e insensibile che le ragazze più giovani cominciarono a spaventarsi davvero. «Ma ora che lo sappiamo bene, ci metteremo il sentimento. Quanto più sentimento potete. Pensate alle parole, ragazze. Usate l'immaginazione. Presto, ahimè, troppo presto!», gridò Miss Meadows. «Dovete farlo prorompere - un forte bello alto - come un lamento. E poi, nel secondo verso, l’inverno cupo, quel cupo deve suonare come se vi soffiasse un vento freddo. Cu-upo!», gridò in un modo così spaventoso che Man Beazley, sullo sgabello, sentì un brivido correrle giù per la schiena. «Il terzo verso dovrebbe essere un crescendo. Fuggevoli, fuggevoli, ahimè i lieti concenti! sempre più forte fino all'inizio dell'ultimo verso. All'orecchio: e poi alla parola si perdono dovete cominciare a morire - a sparire... finché lontano deve essere solo un tenue sussurro... Potete rallentare quanto volete sull'ultimo verso. Avanti, per favore. -
Altri due colpetti leggeri: rialzò le braccia. Presto! Ahimè, troppo presto! «… e l'idea di sistemarmi mi dà solo un senso di disgusto...». Aveva scritto disgusto. Come dire che il loro fidanzamento era definitivamente rotto. Rotto! Il loro fidanzamento! La gente era già rimasta abbastanza sorpresa quando si era fidanzata. L'insegnante di scienze da principio non voleva crederci. Ma nessuno era rimasto più sorpreso di lei. Aveva trent’anni. Basii ne aveva venticinque. Era stato un miracolo, un vero miracolo, sentirgli dire mentre tornavano a casa dalla chiesa, quella sera cosi buia: «Sai, non so come, fatto sta che ti voglio bene». E le aveva afferrato un capo del boa di struzzo. All'orecchio che ascolta si perdono lontano.
«Ripetete! Ripetete!». disse Miss Meadows. «Più sentimento, ragazze! Da capo!»
Presto! Ahimè, troppo presto. Le ragazze più grandi erano paonazze: qualcuna delle più piccole si mise a piangere. Goccioloni di pioggia battevano contro i vetri, e si udivano i salici sussurrare «...non che io non ti ami...»
«Ma, tesoro, se mi ami», pensò Miss Meadows, «non m'importa quanto. Amami quel poco che puoi.» Ma sapeva che lui non l'amava. Non essersi neanche curato di cancellare bene quella parola «disgusto» perché lei non potesse leggerla!
E l'autunno cede ali inverno cupo. E avrebbe dovuto anche lasciare la scuola. Non avrebbe più potuto guardare in faccia l'insegnante di scienze né le ragazze, quando la cosa si fosse risaputa. Avrebbe dovuto sparire. Si perdono lontano. Le voci cominciarono a morire, a sparire, a bisbigliare... a svanire...
La porta si apri all'improvviso. Una bambina vestita di azzurro attraversò rumorosamente il corridoio tra i banchi, a capo chino, mordendosi le labbra e rigirandosi il braccialetto d'argento al piccolo polso rosso. Salì gli scalini e si fermò davanti a Miss Meadows.
«Be', che c'è. Monica?»
«Oh, scusi. Miss Meadows». disse la bambina, ansimante. «Miss Wyatt la desidera in direzione. «Benissimo», disse Miss Meadows. E si rivolse alle ragazze: «Vi chiedo il favore di parlare piano durante la mia assenza. Conto su di voi». Ma erano tutte troppo soggiogate per comportarsi diversamente. Molte si stavano soffiando il naso.
I corridoi erano freddi e silenziosi: echeggiavano ai passi di Miss Meadows. La direttrice era seduta alla scrivania. Per un momento rimase a testa china. Stava cercando, come al solito, di districare gli occhiali che le si erano impigliati nella cravatta di pizzo.
«Si sieda. Miss Meadows», disse con molta gentilezza. Poi prese una busta rosa da sotto il tampone di carta assorbente. «L'ho fatta chiamare perché è arrivato questo telegramma per lei. «Un telegramma per me. Miss Wyatt? »
Basii! Si era suicidato, penso Miss Meadows. La mano le si tese, ma per un attimo Miss Wyatt trattenne il telegramma. «Spero che non siano cattive notizie», disse, per pura cortesia. E Miss Meadows lo apri in fretta.
«Non badare lettera dovevo essere impazzito comprato mobiletto ingresso oggi Basii», lesse. Non riusciva a staccare gli occhi dal telegramma. «Spero che non sia nulla   di   grave», disse   Miss Wyatt, chinandosi in avanti.
«Oh, no, grazie. Miss Wyatt», arrossì Miss Meadows. «Tutt’altro. È...», e fece una risatina di scusa, «è del mio fidanzato che dice... che dice...- Pausa.
«Capisco», disse Miss Wyatt. Un'altra pausa. Poi: «Lei ha ancora un quarto d'ora di lezione, vero. Miss Meadows?».
«Si. Miss Wyatt.» Si alzò. Corse quasi verso la porta.
«Un attimo solo. Miss Meadows», disse Miss Wyatt. «Devo dirle che non approvo che le mie insegnanti ricevano telegrammi nelle ore di scuola, a meno che non si tratti di notizie molto serie, come in caso di morte», spiegò Miss Wyatt. «o di grave incidente, o qualcosa del genere. Lo sa. Miss Meadows, le buone notizie possono sempre aspettare. »
Sulle ali della speranza, dell'amore, della gioia. Miss Meadows tornò di corsa in sala da musica, attraversò il corridoio tra i banchi, sali gli scalini, e raggiunse il piano.
«Pagina trentadue. Mary», disse, «pagina trentadue», e, raccolto il crisantemo giallo, se lo portò alle labbra per nascondere il sorriso. Poi si volse alle ragazze, battè il leggio con la bacchetta: «Pagina trentadue, ragazze. Pagina trentadue».

Qui veniamo oggi cariche di fiori,
Ceste di frutta e nastri alle scarpette.
Per felicitar-a-rci...

«Ferme! Ferme!», gridò Miss Meadows. «È orribile. È spaventoso. - E fece alle ragazze
Un sorriso raggiante. «Che vi succede? Ma ragazze pensate a quel che cantate. Usate l’immaginazione. Cariche di fiori. Ceste di frutta e nastri alle scarpette. E felicitarci.»
Miss meadows s’interruppe. «Via quell’aria dolente, ragazze. Questo bisogna cantarlo con calore, con allegria, con vigore. Felicitarci. Ricominciamo. Svelte. Tutte insieme. Avanti!»
E questa volta la voce di Miss Meadows superò tutte le altre. Piena, fonda, accesa di sentimento.

FINE



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